Con un lockdown a Natale avremmo 25 miliardi di consumi in meno

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Rapporto Censis/Confimperese: il crollo si aggiungerebbe a quello delle chiusure di marzo e in totale porterebbe a un calo del 19,5% degli acquisti, pari a 229 miliardi, di cui 95 per i retail. Il comparto rischia la perdita di 700.000 posti 

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Un lockdown a Natale costerebbe all’Italia 25 miliardi di euro di consumi. Il dato emerge dal Rapporto Censis-Confimprese “Il valore sociale dei consumi”, realizzato con il contributo di Ceetrus, secondo cui a fine anno, a causa della seconda ondata di restrizioni in aggiunta al primo lockdown, il crollo dei consumi si attesterà a 229 miliardi di euro (-19,5% in termini reali in un anno), a cui sarebbe associato un catastrofico taglio potenziale di posti di lavoro, fino a 5 milioni di unità.

Il solo retail, afferma il Censis, subirà una sforbiciata di 95 miliardi di euro di fatturato (-21,6%) e nel comparto si rischia la perdita di oltre 700.000 posti di lavoro. Nel periodo delle feste natalizie, restrizioni paragonabili al lockdown di primavera farebbero sfumare 25 miliardi di euro di spesa delle famiglie.

La metà degli italiani è disposta ad accettare i rigori della seconda ondata dell’epidemia solo perché è convinta che a breve arriverà una cura risolutiva o il vaccino. Lo dicono soprattutto i residenti del Sud (il 55,2% rispetto alla media nazionale del 49,7%) e gli anziani (il 53,5%).

L’asticella è fissata a Natale: è questo l’orizzonte massimo di tenuta psicologica degli italiani all’indomani delle nuove restrizioni. Nella prima ondata, quasi 4 milioni di famiglie hanno già fatto ricorso a prestiti e aiuti da parte di familiari e amici, soprattutto quelle con redditi bassi (il 25%).

Le reti di sostegno informale sono state spremute, ora per chi entra in sofferenza è alto il rischio di ritrovarsi soli. Così, paura e incertezza colpiscono maggiormente le persone con i redditi più bassi: il 60,3% di essi (contro il 37,2% medio) taglia i consumi per risparmiare soldi da utilizzare in caso di necessità.

Per il 76,9% degli italiani sostenere i consumi è una priorità per il benessere delle persone e per dare un supporto concreto all’economia in questa fase difficile. Per il 15% il lockdown costa troppo, ci vogliono altre soluzioni.

Per il 43,3% per garantire il giusto equilibrio tra la tutela della salute e la difesa dell’economia bisognerebbe distinguere il rischio di contagio nei diversi territori, blindando i territori ad alto rischio e allentando la presa sugli altri. Per il 30% la tutela della salute impone lacrime e sangue, quindi è inevitabile la sofferenza economica.

Se i consumi colano a picco, la nostra vita cambia in peggio. Per il 57,1% degli italiani il benessere soggettivo dipende molto dalla libertà di acquistare i beni e i servizi che si desiderano. Per il 79,4% gli acquisti riflettE la propria identità e i propri valori. Per il 70,3% i consumi sono un pilastro della libertà personale, perché poter comprare le cose che si desiderano è una parte importante dell’autonomia individuale. 

Nell’emergenza si sono accelerati cambiamenti significativi nei comportamenti di consumo degli italiani. I consumatori sono diventati più sfuggenti e infedeli: 18 milioni hanno modificato i propri comportamenti di acquisto, cambiando negozi o brand di riferimento, gestendo diversamente la spesa, cambiando i criteri di scelta dei luoghi di acquisto.

Dall’inizio della pandemia, 13 milioni hanno sostituito i negozi in cui di solito effettuano gli acquisti alimentari. Nel periodo dell’emergenza il 42,7% ha acquistato online prodotti che prima comprava nei negozi fisici, in particolare i giovani (52,2%) e i laureati (47,4%).

In generale, dopo il Covid-19 il 38% degli italiani afferma che non tornerà alle vecchie abitudini di consumo. Il futuro si sta forgiando nel fuoco dell’emergenza. E il retail, motore economico e grande bacino occupazionale, sarà imprescindibile per la ripresa.

“La situazione della distribuzione e del commercio in generale”, afferma Mario Resca, presidente di Confimprese, “è già durissima oggi, con chiusure soltanto parziali, perché da quando ‒ appena una settimana fa ‒ si è cominciato a parlarne, la flessione è stata immediata, i clienti si sono diradati e la distribuzione, la ristorazione e il commercio hanno già intravisto i giorni bui di marzo e aprile.

Senza contare che, in relazione al virus, la chiusura dei centri commerciali il sabato e la domenica in alcune regioni non risolve nulla, perché concentra i già scarsi clienti durante gli altri giorni della settimana, con disagi maggiori”. 


Gianluca Maurizi, Agi.it

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