Descalzi, ad di Eni, e la moglie indagati e perquisiti

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«Conflitto di interessi» sotto il tetto coniugal-aziendale di Eni. Dal 2009 al 2014 cinque società «Petro Services» in Congo, Gabon, Ghana e Mozambico, possedute da una catena di società o di trust che tra Olanda, Lussemburgo, Cipro e Nuova Zelanda era controllata in maniera non pubblica dalla moglie Maria Magdalena Ingoba dell’attuale amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, hanno affittato, per un controvalore contrattuale di oltre 300 milioni di dollari nel 2007-2018, navi e servizi logistici all’Eni di cui Descalzi era già top manager, senza che questo rapporto commerciale fosse comunicato al consiglio di amministrazione Eni e agli azionisti della multinazionale italiana quotata in Borsa.

L’ipotesi: «omessa comunicazione di conflitto di interessi»

Descalzi e sua moglie congolese sono perciò indagati per l’ipotesi di «omessa comunicazione di conflitto di interessi» (da 1 a 3 anni in base all’articolo 2629 bis del codice civile, ma soltanto «se siano derivati danni alla società o a terzi»): la Procura di Milano ieri ha ordinato alla GdF di perquisire la loro casa (lui era presente, lei è in Giappone), in una attività coordinata con i magistrati francesi che in tutt’altra vicenda esplorano i rapporti tra Ingoba e la figlia del presidente del Congo, Denis Sassou Ngueso, il cui entourage è sospettato di arricchimenti illeciti in Francia. «Non ho mai sentito parlare della società “Cardon”, non ho mai avuto a che fare con questa società», aveva risposto il 20 dicembre 2018 la signora Ingoba la prima volta che il Corriere aveva indicato il possibile nesso tra lei e quella società lussemburghese apparentemente attestato da informazioni lussemburghesi. E anche Eni aveva smentito, depositando in Procura un audit esterno che concludeva per un «sostanziale rispetto delle procedure di approvvigionamento», oltre che per la regolarità dei contratti e delle condizioni di mercato, senza favoritismi ai fornitori o costi in più per Eni.

Le cinque «Petro Services»

Ma ora le rogatorie dei pm De Pasquale-Storari-Spadaro ricostruiscono che le 5 «Petro Services» fornitrici di Eni in Africa erano controllate dall’olandese «Petroserve Holding Bv», la quale era tutta della lussemburghese «Cardon Investments Sa», che almeno dall’aprile 2009 era controllata da due fiduciarie cipriote: al 66% la «Cambiasi Holding Ltd» riconducibile alla moglie di Descalzi, e la «Maggiore Ltd» (nel restante 33%) riconducibile al 35enne uomo d’affari britannico-monegasco, Alexander Anthony Haly. A metà 2012 «Cambiasi Ltd» passa sotto un trust della Nuova Zelanda, il «Loba Trust», che come “settlor” (cioè soggetto disponente) ha la moglie di Descalzi, e come beneficiaria economica Simone Antoniette Ingoba: stesso cognome di Magdalena Ingoba, e domicilio in passato a casa della moglie e poi della figlia di Descalzi. L’8 aprile 2014, 6 giorni prima che il governo Renzi indicasse Descalzi al vertice di Eni, la società cipriota «Maggiore» (quindi Haly) compra tutto, cioè rileva anche il pacchetto della «Cardon» detenuto dall’altra cipriota «Cambiasi» (cioè da Ingoba). Peraltro anche questa apparente cessione del 2014 è ora ritenuta dubbia dai pm in base a tre indicatori. Uno è il prezzo troppo basso, 20.000 euro. L’altro è che fino al 22 dicembre 2015 Ingoba appaia beneficiaria (dal 2012) di un conto intestato alla «Cardon». Il terzo è che Haly è già indagato (quale ritenuto prestanome in Congo di quote societarie per conto dell’allora n.3 di Eni Roberto Casula e della manager ambientale Eni Maria Paduano) nella pregressa inchiesta milanese che ipotizza «corruzione internazionale» di Eni in Congo, fascicolo in cui ieri emerge coindagata anche la moglie di Descalzi. «Contesto fermamente l’accusa, è priva di fondamento – ribatte Descalzi -. Le transazioni tra Eni Congo e il gruppo Petroservice non sono mai state oggetto di mie valutazioni o decisioni, in quanto totalmente estranee al mio ruolo. Tengo inoltre a sottolineare che se mi fossi trovato in una qualunque situazione di conflitto di interesse, o ne avessi avuto conoscenza, non avrei esitato a dichiararlo. Ho l’assoluta certezza di avere sempre operato correttamente, in modo lecito, nell’interesse dell’azienda e degli azionisti».

Luigi Ferrarella, Corriere.it

 

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