Le imprese possono autofinanziarsi

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Nessuna contrazione del finanziamento bancario alle imprese. La riduzione credito è una conseguenza dell’evoluzione demografica delle aziende e della loro capacità di risanare il sistema interno di gestione passando da una condizione di disavanzo a una di avanzo strutturale. La conclusione è contenuta nell’ultima analisi realizzata dall’ufficio studio dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, che ha passato al setaccio la dinamica dell’economia italiana ed europea degli ultimi dieci anni per valutare gli effetti della crisi finanziaria sulla capacità delle banche di concedere prestiti al comparto produttivo. «Spesso si tende a valutare il ruolo svolto dalle banche a supporto delle imprese basandosi esclusivamente sull’osservazione del volume di credito bancario erogato alle imprese stesse nel corso del tempo», hanno spiegato gli analisti dell’Abi, Francesco Masala e Pierluigi Morelli. «Questo approccio, se applicato all’ultimo decennio, evidenzia una riduzione dei prestiti bancari alle imprese europee, che viene spesso ricondotto all’effetto del processo di riduzione del livello di indebitamento delle imprese o come l’esito di restrizioni dell’offerta di credito da parte delle banche». Secondo gli esperti, invece, una valutazione corretta deve prendere in considerazione gli effetti sul credito stesso indotti dalla dinamica dell’economia, dalle cessioni degli Npl e dall’evoluzione demografica che si manifesta nell’evoluzione del numero di imprese attive e nella trasformazione della composizione settoriale del mondo delle imprese. «Si tratta di fenomeni che giocano un ruolo importante per valutare correttamente la dinamica dell’intermediazione creditizia svolta dalle banche», hanno avvertito gli esperti. Entrando nello specifico dell’analisi, si scopre infatti come il numero di imprese si sia effettivamente ridotto in maniera significativa da dieci anni a questa parte. In Italia, per esempio, tra il 2009 e il 2017 il numero di imprese attive ha segnato una contrazione di circa 110 mila unità, frutto della chiusura di 55 mila aziende industriali, 84 mila delle costruzioni e 124 mila aziende agricole. Questo trend è stato compensato soltanto in parte dalla crescita del numero di imprese attive nel comporto dei servizi (+150 mila unità). «Questo fenomeno non può essere ignorato nella lettura dell’evoluzione del credito bancario», hanno sottolineato dall’Abi. «È evidente, infatti, che a parità di ogni altra condizione, un numero inferiore di imprese implica una riduzione della domanda di prestiti bancari, che si traduce in un minore stock di crediti in circolazione senza che questo implichi una riduzione del credito concesso alle imprese da parte del settore bancario».

All’evoluzione del numero complessivo delle società attive si somma, però, un secondo elemento altrettanto importante nella spiegazione della dinamica del credito: l’evoluzione settoriale del mondo delle imprese.

E questo, perché sia l’evoluzione del numero di imprese sia le esigenze di finanziamento bancario risultano molto diverse tra le imprese che operano in settori industriali diversi. «L’analisi comparata del rapporto credito bancario/valore aggiunto (il cosiddetto input di credito bancario, ndr) tra imprese operative in settori industriali diversi, permette di cogliere da un punto di vista quantitativo la rilevanza, sul credito bancario, della ricomposizione settoriale descritta», hanno spiegato Masala e Morelli. «A parità di valore aggiunto, le imprese operanti in settori diversi necessitano strutturalmente di volumi di credito bancario diversi. Durante la crisi, i settori a più bassa intensità di credito bancario hanno sperimentato un importante aumento della quota di valore aggiunto.

L’accresciuto ruolo giocato dalle imprese che necessitano strutturalmente di meno credito bancario, ha comportato, a parità di comportamento da parte delle banche, una diminuzione del credito bancario in circolazione». Tutto questo, senza considerare ancora gli effetti del processo di cessione dei non performing loans (Npl) avviato dalle banche per migliorare rapidamente la qualità dei propri attivi. «Da un punto di vista contabile, gli Npl concorrono a determinare la consistenza degli impieghi. Pertanto, la loro vendita e la conseguente cancellazione dai bilanci, ha comportato una riduzione dello stock di impieghi senza che questo implichi una riduzione della quantità di credito disponibile per l’economia», hanno sottolineato gli esperti dell’Abi. «Se si guarda ai dati grezzi tra il 2007 e il 2017, in Italia lo stock dei crediti alle società non finanziarie è diminuito complessivamente del 2,1%, con una riduzione dell’input di credito di quasi 5 punti percentuali. Ma se si analizzano i dati corretti per le cessioni di Npl, lo stock di credito risulta aumentato di oltre 6 punti percentuali e l’input di credito risulta stabile».

Tancredi Cerne, ItaliaOggi Sette

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