Giornali locali, megafoni dei lettori

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In tempi di pandemia, regioni rosse e comuni alle prese con ospedali pieni di malati di Covid-19, i quotidiani locali devono ancora di più differenziarsi dalle testate nazionali e ribadire quello che, storicamente, è il loro punto di forza: la cronaca dei territori. Cronaca, però, intesa come analisi dell’attualità ad ampio raggio, anche economica o politica, sottolineando le ricadute su città e province di fatti o decisioni presi a livello di Sistema Paese. Di più, «bisogna raccontare anche e soprattutto le ansie della gente», spiega a ItaliaOggi Agnese Pini, direttrice de La Nazione (che compone il dorso sinergico Qn Quotidiano Nazionale del gruppo Poligrafici Editoriale, insieme a Giorno e Resto del Carlino). «Se si parla di coronavirus, al lettore devono essere forniti articoli di servizio che, tra l’altro, spieghino tramite format di domanda e risposta gli aspetti tecnici della malattia», prosegue Pini. «Allo stesso modo, il quotidiano deve saper spiegare i meccanismi concreti per accedere ai ristori del governo a favore delle attività economiche danneggiate. Ma se si parla di attentati terroristici occorre evidenziare pure aspetti più sfumati, come le paure dei cittadini».

Emergenza sanitaria, crisi economica ma anche mobilità, per esempio, sono tutti temi che Pini svolge e approfondisce verticalmente per animare La Nazione con pagine di servizio o sezioni speciali: «il nostro giornale ha 161 anni», sottolinea la direttrice (non chiamatela direttora, anche se ammette che direttrice fa un po’ istituto scolastico). «Quello che va cambiato, aggiornato, è il contenitore, non i contenuti che per l’appunto devono restare concentrati sul legame col territorio. Per questo, al di là degli approfondimenti verticali, puntiamo soprattutto sullo sviluppo digitale. Il 2021 sarà, per noi, l’anno del digitale». Strategia che il gruppo guidato dall’editore Andrea Riffeser Monti intende rafforzare nei prossimi mesi.

A proposito di giornalismo digitale, Pini (che ha 35 anni) non crede che ci siano più ostacoli per una sua piena diffusione nella Penisola: «sicuramente non è più un problema l’età anagrafica dei redattori, bensì lo scoglio da superare è la formazione. Soprattutto pensando a un uso giornalistico dei social».

Invece sul fronte del legame col territorio, «la pandemia non aiuta le aziende né i giornali, che sempre aziende sono. Però credo che la stampa abbia recuperato in parte la sua autorevolezza in questo periodo, abbia saputo stringere il lettore maggiormente a sé», rilancia Pini, in questi giorni impegnata a sensibilizzare l’opinione pubblica contro la violenza sulle donne, dopo la Giornata Mondiale di ieri, con eventi e pagine speciali sul quotidiano toscano (che arrivano fino in Umbria e Liguria con una diffusione complessiva intorno alle 53 mila copie, di cui oltre 50 mila in edicola, secondo gli ultimi dati Ads di settembre).

Quello che mi dà più fastidio della violenza sulle donne? «Un uso scorretto del linguaggio», risponde Pini, «perché si tratta di una forma di violenza quotidiana, endemica, meno visibile ma anche meno perdonabile. Penso, tra l’altro, ai complimenti di troppo rivolti negli ambienti di lavoro. Le violenze fisiche sono da condannare fortemente ma rappresentano solo la punta dell’iceberg».

Tu però, direttrice, ormai rientri nel Bilderberg delle giornaliste, il Gotha assieme a Lilli Gruber e Annalisa Cuzzocrea che incroci spesso in tv… «Ma quale Bilderberg?», chiosa ridendo Pini (prima direttrice de La Nazione nonché la più giovane direttrice di quotidiano in Italia). «Le giornaliste con ruoli direzionali sono pochissime, mosche bianche. La vera domanda è: le donne ai vertici sono poche perché sono diversamente intelligenti rispetto agli uomini, giusto per dirla diplomaticamente, oppure c’è qualcosa che non va? Propendo per la seconda ipotesi. Non foss’altro che, altrimenti, non avremmo bisogno di una Giornata Mondiale delle donne».

Marco A. Capisani, ItaliaOggi

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