Questionario proustiano sulla scuola #5 – IGOR SIBALDI. LA SCUOLA? IMPARARE A DISOBBEDIRE

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sibaldidi Silvia Valerio

Igor Sibaldi ha occhi luminosi e capelli neri come un personaggio della Mosca di Bulgakov. E se avete letto lo scorrere del Dnepr ne Le veglie nella masseria presso Dikan’ka come se vi ci foste stati immersi è merito suo, prostate che ha portato in italiano la maggior parte delle opere classiche russe: Gogol’, store appunto, e Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Blok.

Italo-russo di famiglia, esperto di letteratura e cultura russa, Sibaldi negli anni ha studiato testi sacri e sapienziali, mitologie, psicologie, simboli, curioso di scoprire le radici spirituali dell’uomo e i segreti della potenza, del genio e del destino. Qualche centinaio di anni fa lo avrebbero forse detto mago e se la sarebbero presa anche con lui. Oggi, diventato un vero e proprio “scienziato del desiderio” (vedi il conosciutissimo testo I maestri invisibili, Mondadori 1997), scrittore e conferenziere, Sibaldi sceglie una prospettiva inedita per parlare all’uomo, in cui contano la libertà, l’amore per sé, la creatività, la fuga dagli stereotipi, l’eros come desiderio e spinta alla conoscenza, ma anche la sana ribellione alle imposizioni dei sistemi (i suoi ultimi libri sonoLa disobbedienza, Anima edizioni, e I confini del mondo, Arte di essere).

Ai bambini e agli adulti dice di fare come Pinocchio, ma quello vero, di Collodi, non la caricatura disneyana.

Infatti, la sua ‘buona scuola’ casserebbe il Gatto e la Volpe: Kant ed Hegel…

La scuola di oggi riesce a dare agli studenti gli strumenti per affrontare le necessità di questo tempo? È ora di riformare radicalmente i suoi programmi? Partendo da cosa?

A quel che ne so, con la mia lunga esperienza di studente prima, e la mia breve esperienza di insegnante (di lingua e letteratura russa) poi, non mi risulta che tra gli scopi reali della scuola italiana ci sia un addestramento ad affrontare le necessità di questo tempo – a meno che con l’espressione «necessità di questo tempo» si intenda l’abilità di rispettare una facile disciplina, di obbedire a cose il cui senso è poco chiaro, di rispondere a comando, di svolgere alcuni incarichi noiosi, di non porsi interrogativi ai quali l’autorità (rappresentata a scuola dagli insegnanti) non sappia o non voglia rispondere. Può darsi che una buona percentuale di italiani sentano queste «necessità» e siano tranquillizzati dal vederle rispettate anche dalla giovane generazione. Io sono d’altro avviso, e perciò non posso che auspicare una profonda riforma dei programmi e dei metodi di insegnamento scolastico.

Che cosa cambierebbe, che cosa toglierebbe, che cosa introdurrebbe?

Introdurrei, fin dalle elementari, innanzitutto cinque cose:

  1. a) un breve Question Time, durante il quale gli studenti pongano all’insegnante domande precise (e venga valutata la precisione delle domande);
  2. b) corsi di ballo, musica, teatro;
  3. c) frequenti gite scolastiche in luoghi vicini e fondamentali: supermercato, municipio, librerie e biblioteche, palazzi di giustizia;
  4. d) mattinate di cinema;
  5. e) lezioni di oratoria: come si parla in pubblico.

Eliminerei una nutrita serie di autori italiani: Foscolo e altri romantici, Verga, Calvino ecc. E li sostituirei con Shakespeare, Cervantes, Swift, Defoe, Balzac, Dickens, Goethe, Dostoevskij, Tolstoj, Thomas Mann ecc. Ridurrei il tempo dedicato a Kant e Hegel aumentando il tempo dedicato alla filosofia del Novecento. Introdurrei lezioni in compresenza di fisica e filosofia.

Come potrebbe una buona scuola favorire l‘inserimento nel mondo del lavoro?

Aumentando bruscamente e tenacemente l’iniziativa personale degli studenti.

È ancora sensato puntare a una pedagogia di tipo etico-astratto, idealistico, invece che funzionale? Non è un prendersi in giro fingendo vivo un universo di valori assoluti che la storia recente ha ucciso? La formula “serve per aprire la mente” non ha il sapore di un’illusione?

Sì, ha ancora senso. Non vedo perché la scuola dovrebbe essere funzionale più di tanto, se per «funzionale» si intende un adeguamento alle condizioni attuali della società e della cultura italiana. Nell’etica e nell’idealismo c’è un utilissimo potenziale di critica: e per la crescita personale è molto più utile scoprire come le cose dovrebbero andare, e non soltanto come stanno andando. Per esempio, trattando del periodo 1914-1944, un approccio etico e idealistico, basato su valori forti, può suscitare discussioni molto più fruttuose di un approccio funzionale – che si ridurrebbe a un «be’, e che ci volete fare, è andata così». Quanto alla formula sull’apertura della mente, penso che qui sia riferita allo studio delle lingue classiche. Sono pienamente d’accordo sul fatto che il latino serva ad aprire la mente: imparare una lingua non funzionale (come appunto il latino) serve davvero a strutturare notevoli abilità di comprensione sia della linguistica sia delle gravissime carenze dell’italiano contemporaneo – e queste ultime, se non notate, chiudono la mente come poche altre cose.

L’alfabetizzazione di massa è un problema ormai superato. Varrebbe la pena lasciare, fin dalle elementari, più libertà di scelta agli studenti e alle famiglie, sia per quanto riguarda la possibilità di specializzarsi in certi ambiti piuttosto che in altri, sia per quanto riguarda gli orari in cui frequentare la scuola? Mantenere magari un minimo di ore obbligatorie e renderne facoltative e personalizzabili altrettante?

Ottima idea!

È vero, almeno qualche volta, che “lo stupido istruito ha solo un campo più vasto per praticare la sua stupidità”?

Purtroppo sì. È una frase riferita agli insegnanti?

silvia_valerio@libero.it

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