La Verità compie tre anni. Belpietro: grazie ai nostri lettori difendiamo un mestiere che ha futuro e dignità

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«Maurizio, dammi retta: se vi va bene arriverete a 10.000 copie. Le 20 o le 30.0000 che immaginate ve le dovete dimenticare, perché il mercato non è più quello di dieci anni fa e la gente i giornali non li compra più». Erano i primi giorni del settembre del 2016 e mancavano due settimane all’uscita in edicola della Verità. La maggioranza dei potenziali investitori era scappata a gambe levate appena avevamo detto che volevamo fare un giornale indi- | pendente, se necessario anche contro il padrone del vapore dell’epoca, cioè Matteo Renzi, e quelli che non se l’erano data tentennavano, dubitando della nostra fiducia nei lettori. In effetti, a pensarci bene, quel signore che tentava di convincerci a ridimensionare le nostre aspettative non aveva del tutto torto. Difficile infatti credere che un pugno di giornalisti, per quanto di esperienza come Mario Giordano, Giampaolo Pansa, Stefano Lorenzetto, Cesare Lanza, Massimo de’ Manzoni, Luca Telese e altri potessero tenere a battesimo un quotidiano in grado di navigare nel mare in tempesta dell’editoria. Più facile prevedere un rapido affondamento, come del resto era accaduto a molte altre testate che avevano cercato di prendere il largo negli ultimi anni. Del resto, se il biglietto da visita era la redazione che aveva accolto il pugno di matti che voleva dire La Verità, pensare che il giornale potesse sopravvivere era impensabile. Quelle stanze le ricordo ancora. Era un appartamento con cucina. De’ Manzoni, il condirettore che aveva scelto di lasciare un posto di lavoro sicuro riducendosi lo stipendio, lo avevamo sistemato dove prima c’erano i fornelli, in un locale talmente angusto che quando qualcuno si sedeva davanti alla sua scrivania non si poteva chiudere la porta. La redazione era sistemata in salotto: quattro scrivanie più un angolo per metterci le scartoffie. Io stavo in camera da letto, mentre i tecnici stavano nell’altra camera. Alessandra, arruolata un giorno prima dell’uscita del giornale mentre i muratori demolivano un pezzo di muro per far entrare la sua scrivania, stava in corridoio, di fronte al bagno e da lì rispondeva a tutti, lettori, edicolanti, postulanti. In tutto 120 metri quadrati commerciali di ufficio, di certo non a norma per ospitare una dozzina di persone. A volte, quando qualche collaboratore piombava in redazione, non c’era neppure spazio per farlo sedere. A completare l’opera, un cartello scritto a pennarello affisso all’ingresso: Redazione della Verità. Ripensando a quelle immagini, a quel foglio A4 appiccicato coti lo scotch sulla porta, non posso biasimare chi, dopo aver detto che ci avrebbe aiutato e avrebbe investito nel nuovo quotidiano, se la diede a passi lunghi e ben distesi. I concorrenti, del resto, si davano da fare nel far circolare l’immagine del cartello posticcio, corredandola di commenti sghignazzanti che ci immaginavano morti forse ancor prima di uscire e di certo entro il Natale, perché peggio dei politici, che i giornali li vogliono morti per non avere più nessuno che li critichi, ci sono solo i giornalisti. Insomma. per dirla senza giri di parole, c’erano tutti i presupposti perché schiattassimo. Niente soldi di cavalieri rampanti, niente editori interessati a sopportare perdite pur di riscuotere benefici dal politico di turno, niente ricca concessionaria di pubblicità pronta a sganciare anticipi sulle inserzioni. In pratica eravamo quattro scappati di casa, soli e senza santi in paradiso. Soli. A dirla tutta, proprio soli non eravamo perché, alle nostre spalle, anche se all’epoca non ce ne rendevamo conto, avevamo migliaia di persone. Anzi, che dico? Decine di migliaia. Già, perché pur non avendo quattrini da investire in costose campagne pubblicitarie per far sapere che c’eravamo, che eravamo arrivati in edicola, fin dal primo giorno il popolo de La Verità si manifestò. Tanto se l’erano data a gambe levate gli imprenditori che avevano promesso di diventare editori di un giornale puro, tanto si erano dati appuntamento i lettori per comprare il primo numero di un quotidiano che prometteva di essere diverso eia tutti gli altri. I primi numeri andarono esauriti nonostante avessimo stampato un numero di copie che ci pareva esagerato. Poi, passate alcune settimane, le vendite si assestarono intorno alle 20.000 copie: un successo, soprattutto considerando che giornali dal lungo passato quelle cifre ormai non le vedevano da tempo. E però, cari lettori, quello era solo l’inizio, perché, in controtendenza assoluta con il mercato, invece di diminuire mese dopo mese, le vendite aumentavano. Non la sto a fare tanto lunga e per non annoiarvi mi limito a darvi le percentuali di crescita ‘inizio del 2019. A gennaio, rispetto a quello dello scorso anno, il tachimetro segnava più 17 per cento, a febbraio più 16, a marzo ancora 16, ad aprile più 24, a maggio più 26, a giugno più 15, a luglio più 28 per cento. Mi fermo qui, non perché ad agosto e settembre sia andata peggio, ma perché i dati non sono ancora certificati dall’istituto che si occupa della diffusione della stampa, e già vi posso assicurare che la crescita non è smentita. Fra tante percentuali, forse vi domanderete a quanto siamo arrivati in concreto. Anche se non c’è il timbro dell’ufficialità, posso dire che ad agosto la diffusione di copie cartacee ha superato le 30.000 copie, a cui si aggiungono alcune migliaia di copie digitali. Già, perché La Verità scaricata online è cresciuta nell’ultimo anno del 116 per cento, mentre gli utenti unici che seguono il sito sono passati in un solo anno da 571.000 a 1,3 milioni, con 21,4 milioni di pagine viste. Chi mi conosce sa che non sono incline al trionfalismo e dunque spesso – anche di fronte all’entusiasmo dei colleghi per i successi conseguiti – ho preferito volare basso, perché di gente che si loda e si imbroda ce n’è già abbastanza e non credo sia opportuno unirsi alla truppa. Tuttavia, nel terzo compleanno della Verità, dopo che la famiglia è cresciuta con l’aggiunta di Panorama e con l’uscita di una serie di libri inchiesta come L’isiam in redazione, II populismo non esiste, Adam Una storia di immigrazione, Bibbìano – Lafabbrica dei mostri, voglio festeggiare con voi lettori i risultati. La Verità è l’unico quotidiano italiano che non perde le copie, ma le aumenta e questo è merito vostro. Noi ci siamo impegnati a dare voce a quella maggioranza degli italiani che una voce non l’avevano e voi, giorno dopo giorno, vi siete impegnati a fare in modo che quella voce non venisse soffocata nel mare del conformismo giornalistico italiano. In questi anni abbiamo anticipato inchieste giudiziarie (vedi quelle sulla famiglia Renzi), rivelato dossier sconvolgenti (le accuse di monsignor Carlo Maria Viganò al Papa), raccontato retroscena nascosti (come la festa della famiglia Benetton dopo il crollo del Ponte Morandi), denunciato derive morali ed etiche (sull’eutanasia, descrivendo i viaggi della morte; sull’utero in affitto, parlando con le donne che vendono il proprio grembo, ma anche entrando negli ospedali dove si cambia sesso ai bambini). Se lo abbiamo potuto fare è grazie a voi lettori che ci avete sostenuto e avete creduto in noi quando altri hanno preferito non farlo. Le pagine che seguono e quelle che verranno da qui e fino a quando lo vorrete sono merito vostro. Ogni giorno dimostrate che questo mestiere h& un futuro e un senso per ognuno di noi. E soprattutto, ha dignità.

Maurizio Belpietro, La Verità

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