Telecom-Open Fiber, si accende la guerra della fibra e Pompei conquista Roma

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Le ragioni e le strategie dietro la settimana di polemiche tra cattaneo e il governo. si litiga sulle gare infratel e i soldi pubblici nelle zone bianche. Ma gli obiettivi potrebbero essere più ampi. Le similitudini con la vicenda Vivendi-Mediaset

Difficile che sia solo un caso, ma la fiammata di violente polemiche tra l’ad di Telecom Flavio Cattaneo e il governo, dai ministri Calenda e De Vincenti fino al sottosegretario alle Comunicazioni Giacomelli, sui soldi pubblici per portare la fibra ottica nelle zone a fallimento di mercato scoppia proprio mentre si ha la certezza, anche se ancora priva di ogni ufficialità, che Open Fiber, il concorrente di Telecom nella guerra per la fibra ottica in Italia, il primo vero concorrente dell’ex monopolista in materia di rete, ha vinto la battaglia per Roma. L’accordo Acea-Of sarebbe insomma cosa fatta. E porta alla joint venture Enel-Cdp il più prezioso dei gioielli della corona: la possibilità di posare i propri cavi nell’unica città mancante al piano industriale di Of, ossia la capitale. Che, in numeri, significa quasi un milione e mezzo di edifici e la possibilità per Of di usare i cavidotti delle reti idriche, elettriche e di illuminazione pubblica capitoline.
Interessante asimmetria tra le vicende. Da una parte Vincent Bolloré che alza il livello di scontro con Roma e i palazzi governativi e dopo i ricorsi targati Vivendi contro le decisioni di AgCom sulle sue quote in Mediaset, dà il via al fronte Telecom, con l’ad Cattaneo che fa la voce grossa e minaccia di mandare all’aria le gare Infratel, che assegnano soldi pubblici per portare la fibra nelle aree a fallimento di mercato, finora vinte da Open Fiber. Dall’altra a Roma entrano invece da trionfatori quelli di Open Fiber,
ossia il duo Tommaso Pompei e Franco Bassanini, l’iniziativa fortemente voluta dal governo Renzi per stanare Telecom dai suoi investimenti al rallentatore nella fibra. Ma guai a dire a Cattaneo che le strategie di Telecom sono cambiate a causa di Open Fiber: risponderà, come ha fatto ai senatori della Commissione bilancio mercoledì scorso, che è «una naturale evoluzione del mercato».
Una partita globale. Ma sarebbe un errore rubricare questa partita al livello di una lite dai confini tutti italiani e leggere gli schieramenti pro e contro secondo la scala di valori della politica italiana. Per due ragioni: l’internazionalità dei protagonisti e il valore economico della partita. Sul primo fronte basta guardare gli assetti proprietari dei giocatori: una Telecom a controllo francese alleata con una Fastweb svizzera a cui si contrappone Open Fiber, italiana in quanto emanazione di Cdp ed Enel, ma non dimenticando che Enel ha forti interessi internazionali e controlla la seconda rete elettrica spagnola. La stessa Spagna dove ha comprato una rete cablata Vodafone, che in Italia è alleata con Of da cui affitterà la fibra. E lo stesso farà Wind3, con un articolato azionariato cino-russo-norvegese, frutto della fusione tra Wind e H3g. Fusione che ha tra l’altro aperto la porta ad un nuovo entrante: quello Xavier Niel che in autunno esordirà sul mercato italiano del mobile e del fisso e che per alcune settimane, un anno fa, è sembrato voler competere con Bollorè nella scalata a Telecom e che si è poi ritirato, apparentemente in buon ordine.
Quanto al valore, il calcolo non è difficile. Per Telecom, parola di Cattaneo al Senato, la partita della fibra vale 11 miliardi di investimenti tra già realizzati e in budget. Per Open Fiber fino al 2019 il piano prevede circa 4 miliardi, il 30% di mezzi propri e il 70% da chiedere al mercato (e, come afferma Tommaso Pompei, c’è la fila delle banche alla sua porta per offrire risorse e strumenti). Quanto allo Stato, per coprire le zone bianche, ossia la pietra dello scandalo dei giorni scorsi, ha messo 1,3 miliardi per la prima gara e le prime 5 Regioni, quasi tutto il Nord (gara vinta da Of che ha offerto uno sconto di circa 600 milioni). Altri 1,2 miliardi sono sulla seconda gara che riguarda 11 Regioni, gara già svolta, dove Telecom non ha partecipato e di cui si attendeva a giorni l’aggiudicazione). Queste due cifre assieme fanno il 92% dello stanziamento totale pubblico, che mette sul tavolo fondi nazionali e fondi Ue, un totale attorno ai 3 miliardi quindi. Restano da aggiudicare due sole gare per un totale però tra i 4 e i 500 milioni: una per le ultime tre Regioni, Sicilia, Sardegna e Calabria, e una per la sola provincia di Bolzano.
La sfida di Cattaneo. «Il rischio in Italia è che la banda ultralarga non la realizzino gli operai posando fibra ma gli avvocati depositando ricorsi». La battuta di un economista che le annose vicende delle reti superveloci italiane le conosce bene, centra il punto. Quella della scorsa settimana si annuncia come una battaglia sul filo del cavillo. Che cosa ha fatto in sostanza Cattaneo? Ha detto che investirà in un 10% non meglio precisato delle zone bianche dove la fibra la metterà Infratel, che ne resterà proprietaria, affidandone la posa e la gestione per 20 anni ai vincitori della gara. Dov’è il problema? È che il perimetro preciso delle zone bianche, qualità che attraversa tutte le Regioni e le provincie visto che l’Italia è stata a questo scopo divisa in 94 mila zone censuarie diverse, è stato definito da una consultazione tra il Mise e gli stessi operatori. Le zone bianche sono quelle cioè su cui nessuna telco, da Telecom a Vodafone, da Fastweb a Wind, ha dichiarato che investirà un centesimo. E solo su questa base, l’assenza del mercato, che lo Stato, con l’assenso dell’Ue, può mettere soldi pubblici. Il punto cruciale è: Telecom ha cambiato idea e in un 10% di aree vuole investire. Viene meno a un impegno preso o no? La questione non è formale. Il governo dice che Telecom ha sottoscritto un impegno sostanziale a non investire per tre anni. Ma può cambiare idea prima?
Lo stuolo degli avvocati esterni e della nutrita divisione Legal Affaris del gruppo, guidata da gennaio da Agostino Nuzzolo, dice di sì e in qualsiasi momento. Il governo dice di no. Ma qual è il rischio? In fondo, dice anche Cattaneo, se arrivano soldi privati dove prima non c’erano è meglio per tutti: lo Stato risparmia. Già, peccato però che lo Stato e l’Ue per mettere soldi chiedano procedure più complesse di un privato perché sono i soldi dei contribuenti. E se Telecom cambia idea in continuazione il vero danno per i contribuenti non è che lo Stato risparmia un 10% di investimenti ma che si blocchi la procedura sul 100% dell’iniziativa. Insomma, l’accusa è che Cattaneo punti alla paralisi delle gare Infratel.
Le aree bianche. Ma quanto valgono le aree bianche, dove c’è fallimento di mercato? Molto: sono circa 20 milioni di abitanti, 6 o 7 milioni di edifici. Un terzo degli italiani vive qui. E portarci la banda ultralarga costa molto. Anche nella versione “ridotta” di Telecom che porta la fibra non alle case (questo Telecom lo fa solo nelle 5 maggiori città, come ha deciso un paio di anni fa). Anche nelle aree bianche le centrali di Telecom sono connesse in fibra ottica, grazie alla precedente versione delle gare Infratel, che finanziava il 70% del costo di connessione e lasciava la proprietà della rete a Telecom. Ma dalla centrale alle case poi c’è solo il rame. E di qualità peggiore che nelle città.
Con il rame si naviga, si vede pure qualche film senza troppi problemi, ma tutte le applicazioni più interattive sono off limits, come pure l’upload, ossia il flusso dati dagli utenti verso la rete. Sono fuori mercato, “bianchi”, perché sono tante linee a cui sono connesse poche persone. È l’altra faccia del basso tasso di urbanizzazione degli italiani, che al 55% vivono in paesi sotto i 30 mila abitanti. E riguarda circa 7 mila degli 8 mila comuni italiani. È lo zoccolo duro del gap digitale italiano. Sono qui gli utenti che non usano l’e-commerce, le Pmi che faticano a diventare anche solo 2.0 per fare export. E anche le grandi aziende, si chiamino Luxottica ad Agordo o Ferrero ad Alba, pagano una bolletta di connessione salata per avere la loro connessione in fibra “ad aziendam”. Che lorosi possono permettere ma il loro indotto no. Per Telecom le aree bianche sono poi la riserva di sicurezza della rete in rame. Quando Oper Fiber accenderà la rete Infratel (che sarà a 100 mega anche nelle case coloniche, ha promesso Pompei) il valore del rame di Telecom crollerà a zero. Tutto dipenderà da quanto questo rame peserà, a quel punto, sul totale della rete Telecom che Cattaneo al Senato ha valutato, all’incirca, sui 20 miliardi.
L’esito. Che succederà ora? La prima gara Infratel, vinta da Of, non è a rischio, lo ha detto lo stesso Cattaneo. Per la terza e quarta gara ci sarà un supplemento di consultazione che non porterà più di 2-3 mesi di ritardo rispetto al bando previsto per settembre prossimo, ma si parla di 700 mila edifici. Il vero nodo della contesa è gara 2: già bandita, le offerte già presentate e per cui manca solo l’aggiudicazione, attesa a brevissimo. È questo che Telecom proverà a bloccare. Tanto più che, non avendo partecipato, è ancora più matematicamente scontato che il vincitore sia ancora Of. È probabile che l’obiettivo vero sia di guadagnare tempo e togliere a Of almeno le zone più ricche, quel 10% che, proprio in virtù degli investimenti Telecom non sarà più “bianco” ma “grigio” e quindi fuori dal perimetro degli aiuti Ue.
Che cosa abbia scatenato tutto questo all’improvviso è più difficile da dire. Telecom ha comunicato la variazione di investimenti a dicembre 2016. Ma l’accelerazione arriva a marzo, quando Cattaneo scopre che ha perso tutti i lotti della gara 1, battuto sia sull’offerta economica che sulle tecnologie. È da lì che poi accelera anche Cassiopea, una specie di Of in piccolo targata Telecom: una società terza che investa nella fibra da affittare poi alla stessa Telecom come fa Of con Vodafone, Wind e presto un’altra trentina di operatori locali. Ma le voci dicono che per Cassiopea Telecom fatichi a trovare partner finanziari. Forse a far precipitare le cose e a tendere i nervi dei ministri del governo Gentiloni potrebbe essere stata l’ascesa al vertice Telecom di Arnaud De Puyfontaine: il braccio destro di Bolloré che lo scorso agosto ha utilizzato i suoi modi cortesi e apparentemente dialoganti per fare carta straccia dell’accordo Vivendi-Mediaset su Premium. E che non più tardi di lunedì scorso ha detto all’AgCom che non riconosce la sua autorità di normare il settore tv e tlc. E l’agenda degli scontri economici tra Italia e Francia si arricchisce di un altro capitolo.

La Repubblica

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