Sardegna, il lockdown ha portato danni a 325 aziende della moda

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Le 325 aziende della moda della Sardegna, che contano 763 addetti, sono alle prese col problema delle scorte di magazzino, ormai invendibili. Per loro il lockdown dell’emergenza Covid-19 ha significato atelier chiusi, cucitrici spente, sfilate annullate, cerimonie rimandate, mercati, nazionali e internazionali, sospesi, e di conseguenza, fatturati azzerati. Ne hanno risentito in particolare le 270 imprese artigiane (l’82% del totale) coi loro 553 addetti. La metà, schiacciata dalla mancata liquidità e dai costi della ripresa, potrebbe non riprendersi. Le micro, piccole e medie imprese del settore – sottolinea Confartigianato Imprese Sardegna – sono prevalentemente a conduzione familiare e sono a rischio di chiusura definitiva. “La voglia di ricominciare dei nostri stilisti artigiani, di aprire i laboratori e ricominciare a creare è tanta, cosi come è tanta la volontà di mostrare l’eccellenza delle loro creazioni”, fa sapere Antonio Matzutzi, presidente di Confartigianato Imprese Sardegna, “ma tutto questo è possibile solo se ci saranno interventi straordinari per salvare le imprese del comparto: la filiera artigianale della moda non può essere spazzata via”. “Però, purtroppo, ci arrivano anche tante segnalazioni di imprese che stanno già facendo i conti con i mancati incassi di una stagione”, segnala Matzutzi, “che temiamo non possa ripartire, causa l’azzeramento del fatturato relativo alla collezione primavera-estate e con l’annullamento di cerimonie ed eventi che pregiudicano le attività delle sartorie.” L’anno scorso il valore dell’export della moda made in Sardinia ha superato i 22 milioni di euro. Recenti rilevazioni di Confartigianato, hanno evidenziato un calo del 50% del fatturato a marzo, più accentuato rispetto al calo della produzione. 
 Dal monitoraggio che Confartigianato Sardegna ha effettuato durante i due mesi di lockdown, emerge che tanti imprenditori della moda in Sardegna hanno usato il tempo per studiare, aggiornarsi, scambiarsi idee, usando le ‘comunità di settore’, ma anche progettare e implementare l’attività delle vendite on line e tenere il contatto con la propria clientela attraverso i webinar. “Tanti di loro si sono anche ‘reiventati’ per sopravvivere per affrontare i mancati incassi, producendo mascherine e camici”, sottolinea Matzutzi, “ma la verità che è che tutte le realtà hanno nei magazzini intere collezioni invendute e, ad ora, inservibili”. L’organizzazione artigiana propone di ridurre i costi fiscali sulle maestranze, incentivi ai consumi e la riduzione dell’Iva sui capi d’abbigliamento e accessori per i prossimi 12 mesi.

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