Saipem, rosso da 2 miliardi. Parte la fase due del piano

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Cao: “Ora quattro divisioni”. I tagli in Italia

Saipem chiude il 2016 – il primo bilancio interamente firmato dall’ad Stefano Cao – ancora con il segno meno.
La perdita netta è di 2 miliardi, i ricavi sono scesi a 9,9 miliardi (da 11,5 miliardi), mentre l’ebitda adjusted è salito a 1,2 miliardi contro i 608 milioni del 2015. Numeri attesi e figli della cura di risanamento impressa dal nuovo cda per risollevare il gruppo, uscito molto penalizzato dalla crisi del petrolio, da una serie di profit warning del 2013 e dagli scandali giudiziari.
«Da qui – ha detto Cao a il Giornale – possiamo gettare le basi per ripartire e rilanciare a livello industriale l’azienda portando a termine la seconda fase del piano che ridisegna l’azienda in 4 divisioni». Ma quali sono le prospettive del gruppo alla luce del fatto che il petrolio quota ancora meno della metà di tre anni fa e che l’industria oil lesina gli investimenti? Nel medio termine la società ha confermato i target 2017: un ebitda a 1 miliardo e ricavi per 10 miliardi; l’utile netto sarà superiore ai 200 milioni e il debito netto, grazie all’aumento di capitale lacrime e sangue di un anno fa, sarà di 1,4 miliardi. Tuttavia, senza una strategia vera, Saipem potrebbe essere ancora vittima dei cali petroliferi. Di qui, l’idea di dividere il business di Saipem in quattro aree e valorizzarlo. Due le strade: vendita delle singole divisioni, o alleanze per settore. L’ad non si sbottona dichiarando di voler «intraprendere un percorso per cercare opportunità di crescita, favorendo il business offshore in cui Saipem è forte». E il cfo della oil service, Giulio Bozzini assicura che «per ora non saranno cedute divisioni». Ma una volta a regime, per gli analisti, non ci sono alternative: «Saipem non può più ballare da sola spiega un esperto o si allea a qualche operatore (in Italia era fatto il nome di Maire Tecnimont) o lo spezzatino è all’orizzonte».
Nel frattempo, il management si guarda attorno: «In Italia – dice Cao – vedo opportunità solo nell’alta velocità, fuori dai confini nazionali invece guardiamo sempre Medio Oriente, Arabia Saudita e ai Paesi del Golfo. Ma anche al Golfo del Messico e al Canada, nonché all’area del Caspio». Infine, aggiornando il piano di tagli, la società ha precisato che degli 800 posti di lavoro a rischio, «un po’ più della metà riguarda l’Italia e un po’ meno l’estero».

Sofia Fraschini, il Giornale

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