All’inferno e ritorno / Imperatori, politici, comuni mortali. Tutti seduti allo stesso tavolo verde

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Il demone del gioco ha sussurrato all’orecchio di Caligola e Nerone. Ma l’esistenza di tutti i giorni è segnata dalle scommesse. Che si tratti di scegliere un fidanzato, acquistare un immobile o di vincere un’elezione

(di Cesare Lanza per LaVerità) Uno dei miei convincimenti è che la vita esponga tutti noi, consapevoli o no, a giocare d’azzardo, puntare, rischiare… Non parlo di casinò o delle partite tra amici! Parlo della nostra vita quotidiana, fin da quando veniamo al mondo, casualmente, secondo regole imperscrutabili volute dal destino. In primo luogo: siamo nati per volontà di vero amore dei nostri genitori o per uno schizzo di seme mal controllato? Dopo un loro litigio e dopo una frettolosa riappacificazione, o dopo la scelta di una convinta passione? Potrei continuare a lungo, ma non vorrei apparire cinico più di quanto la vita non mi abbia indotto a pensare e ad esprimermi. Prima di tutto, mater semper certa, dicevano in latino. Nessun dubbio sulle nostre madri. Ma il papà? Le certezze non ci sono. Su questo aspetto non vado oltre. Ma perché il destino ha voluto che nascessimo in Italia, in un Paese sconosciuto o in una metropoli? E se fossimo nati in Africa, in India o a Manhattan? Qualche differenza c’è, direi, voluta dal caso o dal destino, nella nostra piena inconsapevolezza. E poi via via la nostra vita ci propone scelte piccole o enormi, decisioni e conseguenti rischi. Scegliere un medico o un altro, fidanzarsi e sposarsi, mettere al mondo un figlio (rieccoci), acquistare o vendere qualsiasi cosa, viaggiare in auto o in treno o in aereo…

Un giorno, quando avevo il privilegio di incontrarlo (prima del suo ingresso in politica), Silvio Berlusconi mi confidò che il gioco non gli piaceva e che non aveva mai più fatto una scommessa, dopo una brutta esperienza giovanile. Era un ragazzo, era uscito con una ragazza che gli piaceva molto, si fermò davanti al tavolo dove un paio di furfanti proponevano il famigerato gioco delle tre carte. Provò a misurarsi e perse tutti i soldi (pochi) che all’epoca aveva in tasca. Oltre alla figuraccia di fronte alla ragazza. E giurò a sé stesso che mai più, in vita sua, avrebbe giocato d’azzardo. A quanto ne so, così è stato, nei luoghi tradizionali dei giochi d’azzardo: mai casinò, bische, tavoli verdi, partite con gli amici o, peggio, sconosciuti. Nella vita d’ogni giorno tuttavia è stato uno dei più straordinari giocatori d’azzardo di cui la storia ci abbia dato notizia. Come Cesare davanti al Rubicone («Il dado è tratto» e andò alla conquista di Roma); o come Napoleone, prima e dopo Waterloo. Come i primi tre astronauti che arrivarono sulla Luna. Come Donald Trump che osò sfidare, e sconfisse, Hillary Clinton. A ragion veduta o guidato dall’istinto, Berlusconi ha fatto centinaia di ardite scommesse. Da brivido. Di contenuti rischiosi. Più volte ha messo in gioco, cioè ha puntato, tutto: tutto o niente. Da costruttore, nella ricerca di finanziamenti, come innovatore e editore di varie televisioni. E, ancora, nei rapporti con la giustizia, con le leggi, con Indro Montanelli, con i grandi personaggi della politica, italiani e stranieri; con le donne, le mogli, le ragazze… C’è qualcuno che ha rischiato e puntato più di lui? Ha vinto, ha perso, ha rivinto, ha rischiato l’inferno, vi è anche precipitato e ne è ritornato… Come lui, nel nostro piccolo mondo, come lui e come tutti, anche noi abbiamo avuto e vissuto molti momenti rischiosi, appuntamenti incerti: lucidi o no, abbiamo preso decisioni importanti. Non era in ballo se uscisse il rosso o il nero, ma erano in gioco il successo e la felicità, o la sofferenza e la disperazione, della nostra vita.

Non c’è solo il gioco dei casinò, ci sono – non importa se siamo volenti o no – le sfide quotidiane, eterne, immutabili oppure nuove e imprevedibili, dell’esistenza. Devo forse ricordarvi il rischio più recente che stiamo affrontando, legato al virus sconosciuto? E quanto possano essere intelligenti e lungimiranti, per affrontarlo, o stupide e inconcludenti le nostre scelte personali e quelle imposte da chi ci governa? È forse più pericoloso puntare un numero alla roulette? In gioco c’è un po’ di denaro, o la nostra stessa vita. Gradite altri aneddoti su famosi personaggi e sulla roulette? Eccone uno, poco conosciuto. Si potrebbe intitolare «Quel ramo del gioco d’azzardo». Viveva insieme con il padre adottivo, era giovanissimo e tuttavia Alessandro Manzoni aveva una forte passione per il gioco d’azzardo, nel ridotto della Scala, affiancato da belle ragazze. Un giorno, Vincenzo Monti lo vide intento alla roulette e lo rimproverò aspramente. Da Nerone a Caligola, non solo Commodo aveva fatto del suo palazzo imperiale un mix di casinò e bordello, per sistemare le finanze del suo governo. Nerone puntava grandi somme in sesterzi, ai dadi. Caligola si vantava, al tavolo da gioco, dei suoi crimini e delle sue violenze. Claudio era tanto schiavo del gioco dei dadi, da indurre Seneca a immaginare che un giorno sarebbe stato condannato, all’inferno, a lanciare i dadi senza interruzione, in una scatola priva di fondo. E in piedi o seduti, che differenza fa? Era questa la domanda che Francois Blanc, il più grande direttore di casinò di tutti i tempi, rivolgeva ai suoi ispettori preoccupati quando un giocatore vinceva alla roulette, a Montecarlo. Se gli rispondevano «seduto», sorrideva e si allontanava, perché sapeva che quei soldi prima o poi sarebbero ritornati al banco. Abbiamo intitolato All’inferno e ritorno la rassegna di queste pagine domenicali sul gioco. Non a caso, per la verità. 666 è il numero della bestia. Nel libro dell’Apocalisse il 666 rappresenta il demonio. La somma dei numeri della ruota della roulette (1+2+3+…) come risultato dà proprio il numero 666. Chissà se è solo frutto del caso o si tratta di un profetico avvertimento a tutti i giocatori da parte di chi l’ha inventata?

Nei casinò oggi ci sono le telecamere sopra ogni tavolo. Se succede una contestazione e qualcuno cerca di appropriarsi di una grossa vincita, si può chiedete l’intervento dell’«eye in the sky» come lo chiamano gli americani, e cioè l’intervento degli ispettori, per rivedere la registrazione delle giocate. A Montecarlo, un tempo, vista la pubblicità negativa per il crescente numero di suicidi di giocatori sul lastrico, gli uomini del casinò erano incaricati di intervenire e mettere dei soldi in tasca del suicida, così da far credere che il gesto non derivasse dalla disperazione per il denaro perso al gioco. Un giorno si sentì uno sparo e un uomo fu trovato a terra agonizzante proprio vicino al casinò. I solerti addetti gli riempirono le tasche di denaro. Quando arrivò la polizia però del cadavere si erano perse le tracce e c’è chi sostiene di averlo visto fresco e arzillo giocarsi i quattrini al tavolo della roulette. Sia i soldi che le fiche non possono mai essere passate in mano al croupier. Per evitare disguidi bisogna sempre appoggiarle sul tavolo. Visto che il tavolo è frequentato da più mani è sempre meglio scegliere una zona libera al di fuori del «terreno di gioco» ed accertarsi che il croupier stia guardando. Il croupier quando lascia il tavolo è obbligato a muovere le mani, strofinandosele. Il gesto serve per mostrare che non ha nessuna fiche nascosta. In alcuni casinò questo movimento viene fatto prima di ogni lancio di pallina, per far vedere che non si ha nulla in mano. E le giacche dei croupier hanno tutte le tasche cucite: per evitare che durante le varie fasi di gioco qualche gettone ‘distrattamente’ ci finisca dentro… Per ogni roulette, qualunque sia la velocità di lancio dei vari croupier la pallina cadrà sempre quando rallenta ad una specifica velocità in cui la forza di gravità supera la forza centrifuga. La scelta di puntare o meno è uno dei pochi vantaggi che ha il giocatore e va sempre difeso. Se vi capita di essere gli unici al tavolo e non volete puntare, potete farlo. Il croupier prima o poi dovrà girare la ruota, anche senza nessuna puntata sul tavolo. Anche se vi fosse rimasta solo una fiche potete cambiarla alla cassa. Non preoccupatevi della faccia o dei commenti del cassiere, nessuno vi obbliga a giocare tutte le fiche che avete cambiato. Spesso sono proprio quelle poche fiche avanzate e buttate a casaccio che vi rovinano definitivamente la serata.

Attenzione a giocare in società: finché vi divertite con poche fiches non c’è problema, ma se vi viene in mente di chiedere l’aiuto di un amico per superare i limiti del banco sappiate che rischiate grosso. È vietato e gli ispettori sono lì nascosti per smascherarvi e allontanarvi dal casinò. Ljuba Rosa Rizzoli, celebre giocatrice, diceva: «Meglio perdere piuttosto che non giocare». Preferirei dire così: «Ma chi gioca con la testa impara a vivere». E va difesa la libertà di scegliere. Il gioco d’azzardo provoca dipendenza? È una piaga sociale? Va contenuto? Va combattuto? A un primo e sommario sguardo sembra di sì. Eppure ci sono voci che avanzano importanti obiezioni. Una è la mia. Ed è la mia passione, che mi ha spinto a redigere alcuni libri in difesa di questa attività, antica come il mondo. Mi attengo ai più alti valori liberali. Le regole vanno rispettate, ma non bisogna demonizzare il gioco: sono contro ogni forma di proibizionismo.

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