Di Maio e quei sospetti su Giorgetti

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Di prima mattina Luigi Di Maio riunisce i gruppi parlamentari per l’assemblea congiunta. Silenzio tombale. La sua comunicazione è rapida. Dieci minuti. Con lui ci sono i ministri Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede, i capigruppo Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli. Il suo è sfogo, senza dibattito, né repliche: «Non passerà questa porcata». Poi però la diretta streaming viene cancellata dagli account social del vicepresidente della Camera perché gli autori della «porcata» sarebbero appunto i leghisti. Meglio non esagerare. Anche se ormai il M5S ribolle rabbia. Girano nelle chat le bat- tute contro il Carroccio che prendono di mira gli alleati di governo incappati in inchieste giudiziarie: «Vogliono di nuovo appendere le mutande verdi all’albero di Natale, forse».

Il riferimento appunto è alle spese pazze della Lega in Piemonte perché il «Catellum» – dal parlamentare ex M5S Catello Vitiello che ha presentato l’emendamento – sanerebbe questi tipi di reati legati al peculato. E allora, come per magia, tutte le tensioni e le spaccature in- terne al Senato (con i 5 dissiden- ti) e Camera (con 18 malpanci- sti) rientrano. E la testuggine, evocata nei giorni scorsi proprio da Di Maio, si mette in posizione di guerra contro il Carroccio. Matteo Salvini si affanna agitato per il Transatlantico, riunisce i suoi in una saletta, pri- ma di pranzo si vede anche con Di Maio. «Matteo» fa capire a «Luigi» che non c’entra «sul serio» in questa faccenda. E così le ombre e i sospetti scivolano addosso ancora volta a Giancarlo Giorgetti, «il frenatore», quello che «rema contro», «l’uomo dei poteri forti». Tutte definizione che dall’inizio di questa avventura, in un crescendo rossiniano, i pentastellati gli hanno cucito addosso. E anche questa volta nel mondo di Di Maio sono in molti a prendersela con lui. E dunque «è stato lui» a ordire questa manovra di Palazzo che ha mandato in tilt la maggioranza, spiega chi è molto vicino, e ne interpreta il pensiero, al vicepremier pentastellato.

E il copione ormai è difficile da smontare nonostante in serata arrivino le smentite ufficiali da Palazzo Chigi: «Il M5S non ce l’ha con Giorgetti». Smentite che, come spesso accade, sono notizie date due volte. O con maggiore forza. O comunque confermate. Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia e molto attento alle sorti del disegno di legge anti-corruzione, prova a riportare tutto nell’alveo del «ci siamo capiti, ora tutto ok». Tanto che nei corridoi della Camera si fa rassicurante nei confronti dell’alleato di governo: «Salvini sapeva? Io non mi esprimo su domande che tendono a fare pettegolezzi su incidenti di percorso. Posso solo dire che c’è stato un confronto nella maggioranza e che all’esito del confronto la maggioranza è compatta su questo importantissimo provvedimento: questi sono i fatti». Dalla settimana si aprirà un’altra battaglia, questa sì complicata sul decreto sicurezza che andrà in aula lunedì. Vista la maretta – e la battaglia sugli emendamenti ancora in atto e le critiche per la gestione in quanto capo politico – si avvicina a grandi passi la fiducia. Un modo per Di Maio per non correre rischi e non minare l’unità ritrovata in queste ore nei gruppi parlamentari.

Simone Canettieri, Il Messaggero

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