All’inferno e ritorno / Il modo migliore per capire il poker è farselo spiegare dai giocatori

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I grandi campioni Livingston e Sammartino sono diventati persino amici dopo ore di tensione al tavolo verde. Ma i principianti devono fare molta attenzione: «Se non individui il pollo nella prima mezz’ora, il pollo sei tu».

(di Cesare Lanza per LaVerità) Siamo alla penultima puntata della rassegna sul gioco d’azzardo che abbiamo chiamato All’inferno e ritorno. E sto consultando gli appunti che ho appunto che ho preso via via: scusatemi se non riuscirò a evitare il rischio di saltare da un argomento all’altro: il filo conduttore c’è ed è il gusto, per me e per tutti gli appassionati, di parlare del gioco. Regole, ricordi, aneddoti, incontri e scontri, sfide leggendarie, comportamenti al tavolo, consigli. Do la precedenza al poker, il re di tutti i giochi, con le citazioni – preziose – firmate da famosi giocatori.

Al primo posto Phil (Phillip) Jerome Hellmuth Jr., 56 anni, un giocatore di americano noto per detenere il record di 15 braccialetti delle World Series of Poker, per aver vinto il Main Event delle World Series of Poker e quello delle World Series of Poker Europe 2012 (unico giocatore ad essere riuscito a vincere entrambe le manifestazioni) e per aver raggiunto, nelle World Series of Poker del 2013, il 100° piazzamento a premi di questa competizione. Dal 2007 è inserito nel Poker Hall of Fame. Ha sentenziato: «Se non ci fosse di mezzo la fortuna, vincerei ogni volta… Ricorda, se hai una coppia va sempre difesa… Il Poker è 100% abilità e 50% fortuna». Ecco le opinioni di altri fuoriclasse: «Non è calcolando le probabilità che si vince al poker. Ma, ignorandole completamente per troppo tempo, di certo si diventa perdenti. I giocatori fortunati non durano».

Così si è espresso il canadese Alex Livingston, che ha battuto il nostro Dario Sammartino, campano, in una memorabile partitissima: «Dario è un ragazzo davvero fantastico. Un grandissimo amico, anzi lo considero come un fratello. Al tavolo finale, oltre a me c’erano altre 7 persone squisite e poi il mio fratello Dario Sammartino. È una persona meravigliosa e per bene. Al tavolo ci siamo sfidati lealmente, ma non sono mancati i momenti in cui lui mi spronava a far bene oppure si complimentava con me. Poco importa, fa parte del gioco…». Incalzato dai giornalisti, Livingston non ha avuto alcun timore ad ammettere che l’italiano fosse di gran lunga il più forte fra i finalisti. «Basta guardare il palmares di Dario per capirlo. È un giocatore completo, ci siamo sfidati a lungo in questi anni, ma lui ha raggiunto risultati pazzeschi. Soprattutto nei circuiti high roller… Quindi è naturale considerarlo il più forte fra i 9 finalisti… La sola presenza al tavolo finale ha dato energia a tutti quanti. Un giocatore del genere, da un certo punto di vista lo devi temere, ma dall’altra parte è uno spettacolo averlo al tuo fianco. È forte, mai domo, in grado di ribaltare ogni situazione, capace di letture anche difficilissime. Insomma è contagiosa la sua brillantezza al tavolo. Poi, con i suoi tifosi che lo caricavano, Dario ha preso ancora più coraggio». Per il canadese il fatto che alla fine Sammartino non abbia vinto non sposta di una virgola il suo giudizio: «Che sia arrivato secondo invece che primo, non cambia il mio pensiero su di lui. Come giocatore, ma anche come persona. Mi sento molto fortunato ad averlo nella mia ristretta cerchia di amici. È un privilegio e un onore per me». Le raccomandazioni di Guy Hansen, danese, uno dei giocatori più eclettici nella storia del poker dopo essere stato a lungo un campione anche nel tennis e nel backgammon: «I migliori giocatori hanno la capacità di imparare dai propri errori: è questo che li rende i migliori… Un elemento fondamentale per giocare un poker vincente è quello di costringere i tuoi avversari a prendere decisioni difficili. Per questo motivo puntare è sempre meglio che limitarsi a vedere… Perdere è una parte del poker, e so che in certi giorni, anche se gioco perfettamente, perderò…». Ha vinto, dopo il paziente apprendistato, molti tornei, titoli e soldi a mucchi. Per ultimo una chicca made in Italy: Dario Sammartino, napoletano, 33 anni, il giovane campione ammirato ed esaltato qui sopra dal grande Livingston, che lo considera, più di un amico, «un fratello». Dario è il numero uno nella All-Time Money List italiana e 46° nella All-Time Money List mondiale, per quanto riguarda le vincite maturate nei tornei di poker live, davanti a Mustapha Kanit e Max Pescatori. È stato il protagonista nella più grande impresa pokeristica italiana di sempre. Sammartino, dopo ben dieci giorni di estenuanti ed emozionantissime battaglie ai tavoli, si è classificato secondo (fra 8.569 partecipanti) al Main Event delle World series of poker (Wsop), il più importante torneo del mondo, da tutti considerato come «il» campionato del mondo. E la fortuna non c’entra. Dario è arrivato dove nessun altro italiano era mai riuscito: è bravissimo e ha giocato benissimo, guadagnandosi il rispetto e l’ammirazione dei più celebri professionisti. Concentrazione assoluta per dieci giorni, anche fino a 12 ore al giorno, disciplina, pazienza, completa padronanza della matematica del gioco, studio degli avversari e dei loro metodi di gioco, livelli di pensiero sempre uno scalino più profondi dell’avversario di turno, psicologia del tavolo, riconoscimento dei teli (segnali corporei involontari), continuo confronto del proprio stack (le chips che si hanno) con quello degli avversari. In altre parole assoluta consapevolezza della situazione, sempre: questo c’è dietro la performance di Sammartino. E sì, nella singola mano c’è anche la fortuna, non si vince un simile torneo senza qualche mano fortunata: ma gli «umani» potrebbero anche scegliersi le carte e contro Sammartino perderebbero lo stesso. Sia ben chiaro. Come perderebbero a tennis contro Roger Federer, anche se lui avesse una racchetta più piccola.

Molte opinioni infine sono sagge e vere, anche se possono apparire ovvie e banali. «Quando giochiamo una partita, dobbiamo avere un unico obiettivo: fare un sacco di soldi!», David Sklansky), «Il poker è il modo più difficile per fare una vita facile» (Johnny Moss), «Nel dubbio, meglio andare all-in» Thomas Austin Preston detto “Amarillo Slim”). Amarillo Slim è uno dei personaggi più leggendari tra quelli legati al mondo delle carte. Dagli anni Sessanta ha girato l’America alla ricerca di persone con cui giocare a questo gioco e si è seduto ai tavoli con i migliori professionisti. Ha vinto 4 braccialetti ed è stato il vincitore del Main Event nel 1972. Ed ecco altre battute folgoranti: «La cosa importante è capire che i giocatori sono pronti a perdere più soldi di quelli che vorrebbero vincere» (Walter Clyde Pearson detto “Puggy”), «Non dipende da come giochi la mano in cui hai fatto la pessima puntata. Dipende da come giochi la prossima» (Julian Gardner), «Il Texas Hold’em è un gioco di aggressione calcolata: se le tue carte sono sufficientemente buone per chiamare una puntata, allora sono buone abbastanza per rilanciarla» (Alfred Alvarez), «Il trucco per vincere alla texana è spingere l’avversario a scommettere tutto quello che ha davanti», (Doyle Brunson detto “Texas Dolly”), «Il poker è un po’ come il sesso. Tutti pensano di essere bravi, ma la maggior parte non sa nemmeno cosa sta facendo». (Russell Aaron Boyd detto “Dutch Boyd”). Se il poker vi affascina, memorizzate i pareri di questi campionissimi: sconosciuti per il grande pubblico, ma ammirati, invidiati e temutissimi nel loro ambiente. Vi saranno molto utili. Per divertimento, invece, passiamo a frasi celebri tratte da film famosi sul poker. «Se non riesci a individuare il pollo nella prima mezz’ora di gioco, allora il pollo sei tu. (Matt Damon nel film Rounders). E ancora Matt Damon nello stesso film: «La texana senza limiti di puntata è la Cadillac del poker», «La chiave è giocare sull’avversario, non sulle tue carte», «Qualcuno ha detto: “La vita si gioca in un colpo solo, il resto è attesa”». In Confessioni di un giocatore di poker vincente, Jack King scrive: «Pochi giocatori si ricordano delle vincite, anche se sembra strano, ma ognuno ricorda con esattezza le sconfitte della propria carriera».

Ed è vero, perché ricordo a malapena come sono riuscito a mettere via il mio gruzzolo, ma non riesco a dimenticare in che modo l’ho perso. Sempre Matt Damon e ancora: «Amarillo Slim, uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, seguiva sempre una massima del padre: puoi tosare una pecora molte volte, ma puoi scuoiarla una volta sola». E infine: «Non puoi perdere quello che non metti nel piatto, ma non puoi neanche vincerlo». «A poker non giochi con le carte che hai in mano, ma con la persona che hai di fronte. (James Bond nel film Agente 007 Casinò Royale) «È come il poker, è meglio dire la verità. Gli altri penseranno che tu stia bluffando, ed è così che vinci». (Jean-Paul Belmondo nel film Fino all’ultimo respiro) «Signore, il poker mi piace davvero. Ogni mano ha i propri differenti problemi». (Henry Fonda nel film Sfida infernale). «Un dollaro vinto è due volte più dolce di un dollaro guadagnato». (Paul Newman nel film Il colore dei soldi). «Qual è la regola numero uno a poker? Lasciare le emozioni fuori dalla porta». (Brad Pitt nel film Ocean’s Eleven) «Non c’entrano le carte. Le carte non giocano, è il giocatore a giocare». (Burt Reynolds nel film Deal-The King of Poker) Infine, vi propongo gli aforismi di famosi pensatori, intellettuali, scrittori: non solo sul poker, ma sul gioco a tutto campo, il rischio dell’azzardo: «Il destino mescola le carte, ma è l’uomo a giocare la partita» (Victor Hugo). «Il destino mescola le carte e noi giochiamo». (Arthur Schopenhauer). «Dovrei lamentarmi che le carte sono mischiate male fino a che non avrò una buona mano». (Jonathan Swift). «Si scopre più di un uomo in un’ora di gioco che in un giorno di conversazione». (Platone). «Il poker dovrebbe essere insegnato a scuola; offre, in sintesi, la rappresentazione di tutti i rapporti umani che i bambini ritroveranno più avanti nella vita». (Yves Montand). «Io credo nella fortuna: come altro potresti spiegare il successo di coloro che non ti piacciono?» (Jean Cocteau). «La fortuna favorisce la mente preparata». (Louis Pasteur). Johan Huizinga, autore del famoso saggio Homo Ludens, divideva i giochi in due grandi famiglie: la lotta per qualcosa (competizione) e la gara fra chi rappresenta meglio qualcosa (rappresentazione). Roger Caillois è ancora più sottile e ha diviso i giochi in quattro categorie corrispondenti ognuna ad un preciso e proprio bisogno psicologico: Agon (competizione), Alea (caso), Mimicry (travestimento, mimica, finzione), Ilinx (vertigine e terrore). «L’uomo è veramente uomo soltanto quando gioca».

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