Domenico Arcuri: oggi la scuola è uno dei luoghi più protetti

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Il virus torna a correre. Stiamo tornando alla situazione di marzo? «No, siamo in un altro mondo», risponde Domenico Arcuri, commissario straordinario all’emergenza Covid-19. «In primo luogo, per la geografia: in primavera ha pagato un prezzo altissimo una parte del Paese, ora il contagio è molto più distribuito».

È un bene o un male?
«Non penso che tutta l’Italia sia uguale nella capacità di rispettare le regole, nelle infrastrutture o nell’efficienza delle reti sanitarie. Servono e serviranno sempre di più risposte differenziate e un coordinamento puntuale fra Stato e amministrazioni locali. Come dice il presidente della Repubblica, un coro sintonico».

Quali altre differenze vede con la prima ondata?
«L’origine. Allora il virus circolava negli ospedali e nelle residenze per anziani; oggi l’80% dei contagi avviene in casa. I ragazzi lo prendono fuori e lo portano in famiglia. L’età media dei contagiati era di 70 anni, oggi di 40. Eravamo secondi al mondo per contagiati, l’epicentro dell’Europa. Oggi siamo 16esimi e dietro diversi Paesi europei. Ma non possiamo abbassare la guardia. Dobbiamo mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato, vale per le istituzioni così come per i cittadini».

Sta dicendo che gli italiani hanno abbassato la guardia?
«No. Ma abbiamo visto le spiagge e gli assembramenti serali nelle piazze in estate. È fondamentale che gli italiani mantengano la disciplina dimostrata in primavera e mi pare siano già tornati a praticarla. Magari anche applicando qualche sanzione, anche contenuta. Non possiamo far finta che la recrudescenza non ci sia».

Ma allora la situazione non è così diversa rispetto a marzo…
«Lo è. Stiamo ai fatti. Il 21 marzo c’erano 6.557 contagiati con 26.336 tamponi: una quota di positivi del 24,9%. Giovedì abbiamo avuto 8.804 contagi con 162.932 tamponi. Una quota di positivi del 5,4%. Avessimo avuto le stesse incidenze di marzo, i contagiati sarebbero stati quarantamila».

Oggi tanti non sintomatici sono testati, no?
«Sì, perché siamo in grado di farlo. Prima riuscivamo a testare solo quando il virus aveva attaccato il corpo già da giorni. Con la conseguente entropia delle terapie intensive e la letalità elevata. Ora oltre il 70% dei testati è asintomatico. E riusciamo a scovare il virus quando è in una fase precoce. Crescono gli isolamenti domiciliari, diminuiscono in proporzione i ricoveri in ospedale, i posti occupati in terapia intensiva e la letalità. Il senso di ciò che abbiamo imparato è questo: rintracciare il virus sempre prima, curare le persone a casa sempre di più».

Ma i medici di base non hanno gli strumenti. Come fanno?
«Dobbiamo darglieli, a loro ed ai pediatri. Poi chiedergli un coinvolgimento pieno, una ritrovata centralità della medicina di territorio. I medici di base devono poter fare i test nelle case e curare lì il più possibile i malati, visto che ormai i protocolli sono standardizzati. Non serve più portare le persone in ospedale solo perché hanno 38 di febbre».

Non si poteva pensare a residenze Covid in hotel in disuso, per chi ha appartamenti piccoli e familiari esposti?
«Qualcosa è stato fatto. Ma serve di più. Anche per tutelare chi non ce la fa da solo».

Quanto a test per milione di abitanti l’Italia è in linea con la Germania, davanti alla Francia. Ma si fanno ancora nottate in fila ai drive-in per un tampone. Com’è possibile?
«Il drive-in è un’iniziativa delle regioni: in alcune funziona, in altre no. Ecco perché bisogna attivare i medici di base. E comunque abbiamo fatto 13 milioni di tamponi su 8,2 milioni di persone».

Ma si sapeva che sarebbe arrivata la seconda ondata, eppure la domanda di test è superiore all’offerta.
«Facciamo ormai stabilmente oltre 100 mila tamponi molecolari al giorno e ci stiamo attrezzando per chiudere il gap fra domanda e offerta. Daremo alle regioni molto presto la possibilità di arrivare a 200 mila tamponi al giorno. Stiamo chiudendo l’offerta pubblica per i test rapidi antigenici e ne compreremo 10 milioni, non più cinque. Li distribuiremo alle ASL, ma anche nelle scuole, nei porti, negli aeroporti, e ai medici di base».

Arcuri, valeva la pena di passare l’estate a discutere di banchi a rotelle, con i problemi che stanno emergendo?
«Nelle scuole oggi i contagi degli studenti sono lo 0,15% – cinque volte sotto la media italiana; dei docenti lo 0,32%, dei non docenti lo 0,28%. Forse il lavoro svolto non è stato sbagliato. La scuola oggi è uno dei luoghi più protetti».

Quanto avete speso per quei banchi?
«Per la scuola ho un budget di 461 milioni per banchi, gel, mascherine e distribuzione. Ogni giorno 11 milioni tra studenti e docenti ricevono una mascherina chirurgica gratuita in 40 mila istituti. I contratti stipulati per banchi e sedie valgono 325 milioni, di cui una piccola quota per le sedute innovative. In totale 2,1 milioni di banchi tradizionali e 430 mila a rotelle: quello che ci hanno chiesto i dirigenti scolastici».

Ma non si è pensato ai bus per fare arrivare i ragazzi…
«A me è stato chiesto di aiutare a riaprire le scuole in sicurezza».

I posti di terapia intensiva non sono cresciuti come si era detto. Perché?
«Pre-crisi, avevamo 5.179 posti letto in terapia intensiva. Abbiamo distribuito 3.109 ventilatori e oggi dovremmo avere 8.288 posti attrezzati. Invece ne abbiamo 6.628: ne mancano 1.600. Giorni fa ho chiesto alle regioni dove sono quei ventilatori e quando attrezzeranno quei posti letto».

Risposta?
«Stanno rispondendo, pian piano. Del resto i loro cosiddetti piani di rafforzamento dei reparti Covid hanno una durata media di 27 mesi. Di certo a fronte di un potenziale complessivo di 9.588 posti in terapia intensiva, ieri erano ricoverate 870 persone. Meno del 10%. Per ora non rischiamo l’entropia».

Arcuri, quanto sta spendendo?
«Il totale dei miei impegni è di 2,89 miliardi, più 447 milioni di contratti ereditati dalla Protezione civile. Inoltre, dispongo da qualche giorno di 1,41 miliardi per il potenziamento della rete ospedaliera. Poi 125 milioni per vaccini, test sierologici, antigenici e molecolari rapidi e 461 milioni per le scuole. Di tutte queste risorse 190 milioni vengono dalle donazioni, il resto dal governo. Ma stiamo lavorando per rendicontare sui fondi europei di sviluppo e coesione una parte importante di queste spese. E abbiamo sinora 30 milioni di ricavi per le mascherine distribuite a prezzo di costo ai rivenditori. Fca, Luxottica e Angelini ci aiutano a produrle, senza guadagnarci un euro».

Si parla per lei di nomine in importanti società pubbliche.
«Vorrei tranquillizzare chi lo pensa con preoccupazione. Ho già un compito che non mi lascia il tempo per altro».

Federico Fubini, Corriere della Sera

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