Tracce di storia, quando ​Gheddafi chiese 2500 alveari all’Italia

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Gli storici rapporti fra Italia e Libia sono legati anche ad una inconsueta vicenda, che risale a ben 49 anni fa, quando il colonnello Mu’ammar Gheddafi, chiese al nostro Paese la possibilità di avviare un progetto di apicoltura nel Paese nordafricano. Detto fatto. Dall’Italia, grazie a Giulio Piana, pioniere dell’apicoltura in Italia nella prima metà del secolo passato, iniziò la grande avventura in Libia, forte del fatto che la sua fama di apicoltore lo aveva da tempo fatto conoscere in tutta Europa e in Nord Africa. Doti che si accompagnavano ad una spiccata capacità imprenditoriale. Perché le cronache del tempo, raccolte anche in un libro, raccontano che fu lui a gettare l’esca, chiedendo al leader libico se poteva essere interessato a mettere in piedi un allevamento di questo tipo. E la cosa andò in porto. Piana “convinse il Colonnello Gheddafi a iniziare il progetto” racconta Giancarlo Naldi, direttore dell’Osservatorio Nazionale Miele. Da lì a poco, siamo nel 1970, un comitato libico chiese la fornitura di 1000 sciami per la successiva primavera. Ecco dunque che la macchina italiana si mise in moto per portare a compimento un progetto articolato, non fosse altro per la difficoltà di trasportare questo genere di ‘animali’, e anche per reperire sciami, attrezzature e aerei necessari per l’espatrio. Le cronache raccontano del rocambolesco viaggio del primo carico. A seguito del brusco atterraggio del DC 10, carico di 2500 alveari, alcune casse registrarono ‘fughe’ di api che in poco tempo, seguendo la luce, raggiunsero la cabina di pilotaggio, cercando di uscire. I piloti completarono l’atterraggio letteralmente terrorizzati. Qualche anno più avanti, invece, Piana prenotò e pagò 3 aerei DC 9 cargo ma il viaggio saltò e venne rinviato a causa del Ramadan Ma il progetto andò avanti e in pochi anni ben dieci aerei partirono dall’Italia verso la Libia. “Avvenne anche – prosegue Naldi – che una volta ci fu uno sciopero degli aerei e i velivoli, carichi di api nella stiva dovettero rimanere fermi su una pista per ore con una temperatura esterna fra i 30 e i 40 gradi e il grande terrore dei piloti”. L’impresa libica ebbe successo in parte, perché il progetto dovette fare i conti con gli oggettivi problemi legati al clima. “Ma fu un’opera meritoria – spiega ancora Naldi -, non solo per la Libia ma per tutto il Nord Africa, dove Piana intendeva sviluppare e modernizzare la cultura dell’apicoltura professionale, esportando la ‘docile’ ape ligustica e anche per aiutare quei popoli che avrebbero così potuto trovare nel miele una importante fonte alimentare”

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