Chiusura fabbriche: bollette insostenibili

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La Ceramica Saturnia, nel Viterbese, è ferma e 120 dipendenti sono in cassa integrazione. Acciaierie di Sicilia, a Catania, non sta lavorando e per 250 addetti agosto è il mese del contratto di solidarietà. La fonderia del gruppo Norsk, in Slovacchia, sta per bloccare tutto. Nyrstar ha spento la sua acciaieria nel cuore dei Paesi Bassi fino a data da destinarsi. Per tutte la malattia ha un solo nome: bollette. E la cura è paradossale: per sopravvivere, non devi produrre. Così la corsa impazzita del prezzo del gas piega l’industria europea. E minaccia di spegnere interi settori nei prossimi mesi quando, stimano gli analisti di Citigroup, le chiusure aumenteranno «e più in fretta di quanto si pensasse». Anche perché da Mosca arrivano solo segnali negativi. Dopo la minaccia di nuovi aumenti del 60% dei giorni scorsi, ieri Gazprom ha comunicato che a fine mese il rubinetto di Nord Stream si fermerà per tre giorni (e già ora va ad un ritmo non superiore al 20% delle sua capacità). Copione consolidato dopo l’annuncio: per il quarto giorno consecutivo ha segnato il nuovo record storico a quota 257 euro per megawattora alla Borsa di Amsterdam, +6,8% rispetto a giovedì.

I settori

L’ordine di grandezza del problema lo restituiscono i numeri di Inalpi, industria dell’agroalimentare cuneese: a luglio 2020 spendeva 100 mila euro per il gas e 150 mila per l’elettricità, quest’anno il conto è stato di un milione e mezzo per il metano e di un milione per la luce. A soffrire di più naturalmente sono i comparti energivori. Acciaierie, fonderie, ceramica, vetro, carta. I primi a fermarsi o a spostare la produzione di notte o nei weekend già l’inverno scorso, quando pareva folle che il metano costasse 120 euro al megawattora. Oggi siamo su valori più che raddoppiati.

Le fonderie del Nord-Est stanno reggendo. Ma solo facendo le acrobazie, e chissà fino a quando: «Noi abbiamo provato a spostare le ferie a luglio e lavorare ad agosto, sperando in una frenata dei prezzi: non è andata così, purtroppo – dice Enrico Frigerio, presidente delle Fonderie Torbole tra Brescia, Bergamo e Cuneo -. Reggiamo perché finora i clienti stanno accettando gli aumenti, con contratti a tre mesi». «Così è difficilissimo programmare, l’incertezza è troppa e questi costi non potremo sostenerli a lungo», aggiunge Fabio Zanardi, presidente di Assofond Veneto. 

Gli aiuti non bastano più

I due decreti Aiuti del governo sembrano già bruciati dalla nuova corsa delle quotazioni: dicono le imprese che è impensabile arrivare all’autunno inoltrato, quando ci sarà un nuovo esecutivo, prima di concedere nuovi sostegni. Ma è un continuo inseguire un punto di equilibrio che si sposta un po’ più in là ogni volta che si alza l’asticella delle quotazioni. Come sta provando a fare anche la Germania, che ieri ha incassato il via libera dell’Ue al piano di aiuti di Stato per 27,5 miliardi destinato alle imprese energivore.

Al momento nell’agenda di Palazzo Chigi non ci sono nuovi pacchetti. I piani di razionamento, al di là di quello non vincolante e ancora soft approvato a Bruxelles, rimangono uno scenario che nessuno vuole mettere sul tavolo in modo incisivo, anche se per molti analisti sarebbero efficaci per raffreddare i prezzi. E così l’esito è quello che Simone Tagliapietra del think tank Bruegel affida in poche parole a Bloomberg: «Diversi settori andranno sotto pesante stress e dovranno ripensare la loro produzione in Europa».

Il Reno inguaia la Germania

In Germania, la locomotiva d’Europa con il Pil fermo e la maggiore dipendenza da Mosca, ieri la doccia gelata è arrivata dal dato sui prezzi alla produzione: in luglio sono saliti del 5,3% rispetto al mese precedente, a fronte di una previsione di aumento dello 0,6%. È l’incremento più alto dal 1949. Naturalmente tutto muove dall’energia. 

Ma ora i costi di produzione sono destinati a salire ancora per effetto della crisi climatica e in particolare della siccità. Da fine luglio il Reno, l’aorta del sistema fluviale tedesco da cui transita circa l’80% del trasporto merci, è ridotto a un rigagnolo. In diverse località si è superato il minimo storico di acqua. Per esempio a Emmerich, vicino al confine olandese, l’idrometro ha segnato la profondità di 0,0 mentre a Düsseldorf martedì segnava 31 centimetri. La ridotta navigabilità del Reno pesa ulteriormente sui costi alla produzione: «Normalmente, una nave da carico può trasportare fino a 4 mila tonnellate, attualmente siamo a un quarto» per via della ridotta profondità dell’acqua, quindi «c’è bisogno di tre o quattro navi per trasportare le normali quantità di frumento, agenti chimici o minerali», dice Martin Staats, presidente dell’Associazione per la navigazione interna. Così i costi di trasporto sono quintuplicati dall’inizio dell’estate. 

Secondo Holger Lösch della Bdi – la Confindustria tedesca – «è solo una questione di tempo prima che gli impianti dell’industria chimica o siderurgica si fermino o che gli oli minerali e i materiali da costruzione non arrivino più a destinazione». Il colosso Uniper rischia di essere la prima vittima e di dover chiudere due centrali a carbone. Perché di carbone, dal Reno, non ne arriva più.




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