Eutanasia: 15 anni dopo la morte di Welby, l’Italia non ha ancora una legge. La politica fugge, un milione di cittadini chiede il referendum

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Quindici anni fa, l’allora presidente dell’Associazione Coscioni Piergiorgio Welby, ottenne che fosse staccata la spina al respiratore che lo teneva in vita. E chiese che, dopo di lui, quel diritto fosse garantito a tutti.

Era il 20 dicembre del 2006. Sono passati quindici anni e ancora l’Italia aspetta una legge sull’eutanasia e quella battaglia che porta avanti ogni giorno la moglie Mina Welby, insieme all’Associazione Coscioni, non è ancora conclusa. Rinvii, alibi e polemiche: la politica ancora si nasconde dietro le divisioni tra i partiti e nessuna presa di posizione condivisa è uscita dalle Camere. Ma di fronte al silenzio dei parlamentari si sono mossi i cittadini: quest’estate, oltre un milione di cittadini ha firmato per chiedere un referendum per l’eutanasia legale. Forse uno dei pochi momenti di grande partecipazione nei dibattiti politici nel corso della storia italiana, che però non sembra ancora bastare per convincere il Parlamento. l’Aula deserta nel primo giorno dei lavori ha iniziato la discussione del ddl sul suicidio assistito che rivede al ribasso quanto già autorizzato. E il dibattito non è neanche partito: è tutto rinviato a febbraio prossimo.

Nel 2019 la Consulta si è espressa sul caso di Dj Fabo, morto in Svizzera dove era stato accompagnato da Marco Cappato: la Corte costituzionale ha stabilito che “non è punibile chi a certe condizioni agevola proposito di suicidio”, una prima vittoria. Una sentenza storica che ha permesso il primo via libera legale al suicidio medicalmente assistito in Italia per Mario, tetraplegico. Peccato però che il suo caso sia bloccato dalla burocrazia e da dirigenti che si rifiutano di applicare quanto stabilito dalla Consulta. Per questo Mario ha denunciato l’Azienda sanitaria unica delle Marche e il Comitato Etico della Regione Marche per il reato di ‘tortura’ a seguito del ritardo nelle necessarie verifiche sul farmaco letale da utilizzare e le relative modalità di somministrazione. Aspetta da mesi che il suo diritto a una morte senza soffrire, come quello di Welby, venga finalmente rispettato.

Welby, attivista e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, era affetto dalla distrofia muscolare e si rivolse alle istituzioni perché rispettassero la sua decisione di porre fine alle proprie sofferenze. Nel 2006 la sua richiesta scatenò un grosso dibattito nel Paese tanto che scrisse all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una lettera: “Questo è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio“. Ma anche l’appello al capo dello Stato non fu sufficiente. Nel 2006 la sua richiesta fu dichiarata “inammissibile” dal tribunale di Roma a causa del vuoto legislativo su questa materia. Pochi giorni dopo, Welby si rivolse all’anestesista Mario Riccio, chiedendo di porre fine al suo calvario staccando il respiratore sotto sedazione. Riccio, dopo 7 mesi di battaglia legale, venne prosciolto dall’accusa di omicidio del consenziente. Chi da anni porta avanti la battaglia di Welby, è la moglie Mina. Ha studiato, combattuto, rischiato il carcere per tenere fede alla promessa fatta al marito sul letto di morte. Sono passati 15 anni da quel giorno, è ancora sul campo a difendere i diritti di chi soffre, la libertà di scelta sul fine vita. “Mi ricordo di quel lungo pomeriggio trascorso insieme”, ha detto ricordando il 20 dicembre del 2006. “Ero vicina al suo letto, abbiamo parlato poco ma ci siamo guardati tanto e intensamente. Di tanto in tanto gli chiedevo qualcosa, se volesse ascoltare musica o guardare delle foto. ‘No’ la sua risposta. Ho avuto per un attimo la sensazione che avesse paura, che volesse ripensarci. Non voleva incontrare nessuno ma ha accettato che entrasse nella sua stanza un bambino: era il figlio di 5 anni di una mia alunna, aveva in mano una candela a forma di Babbo Natale. Piergiorgio gli ha sorriso, lo ha fatto avvicinare e accendere la candelina messa poi sopra la tv di fronte al letto. Nonostante le delusioni della politica, Mina Welby continua a portare avanti la battaglia. Oggi, continua Cappato, “ciò che ha ottenuto Piergiorgio Welby è perfettamente legale. Quella lotta condotta pubblicamente per ottenere di morire senza soffrire ha portato a una serie di altre sentenze fino alla legge sul testamento biologico che fu approvata proprio durante il processo a mio carico per aver aiutato a morire Fabio Antoniani, Dj Fabo“. Quindi, “in Italia è legale interrompere terapie salvavita, come erano quelle di Welby, e poterlo fare sotto sedazione per non soffrire, farlo sotto testamento biologico. Così come è legale l’aiuto al suicidio sulla base della sentenza della Corte costituzionale”, continua Cappato, a giudizio del quale “sono stati fatti grandi passi avanti sulla strada dell’autodeterminazione individuale”.

Quello che non è ancora legale, aggiunge, “è l’eutanasia attiva sul modello olandese, belga, spagnolo lussemburghese”. Il referendum, promosso dall’Associazione Coscioni, “propone di abrogare quell’articolo del codice penale per il quale fu incriminato Riccio, ovvero il cosiddetto omicidio del consenziente (art. 579 c.p.) che può condannare fino a 15 anni di carcere. Il referendum è l’unico strumento per abrogarlo perché la legge in discussione in Parlamento non tocca nemmeno la questione. Punta non ad estendere ciò che è già diritto, ma a restringere gli attuali diritti. La legge oggi in discussione è fatta apposta per sbarrare la strada ai nuovi casi Welby e quindi o viene modificata oppure è meglio che non sia approvata”.

La segretaria dell’Associazione Coscioni Filomena Gallo, intervistata dall’agenzia Ansa, segnala che nel Testo Unico sono presenti elementi di “forte criticità ed è un passo indietro rispetto alla sentenza della Corte, perché non stabilisce tempi certi di risposta per il malato e vengono aggiunti ulteriori requisiti che creano discriminazione tra gli stessi malati in base alla gravità della patologia”. Vengono lasciati fuori molti malati, quelli che non hanno un trattamento di sostegno vitale per esempio, gli oncologici. Senza contare che inserisce l’obiezione di coscienza del personale sanitario. La legge, chiarisce inoltre Gallo, “si riferisce al suicidio assistito, che prevede l’autosomministrazione del farmaco letale da parte del malato stesso, ed è cosa diversa dall’eutanasia che prevede invece la somministrazione del farmaco da parte di un terzo in modo attivo”. Se la legge è quindi un “tentativo per bloccare il referendum sull’eutanasia, allora la rispediamo al mittente”. Quanto al referendum, “siamo in attesa dell’udienza di ammissibilità dinanzi alla Consulta e poi, finalmente gli italiani potranno essere chiamati alle urne per decidere”. Insomma, per fare in modo che la signora Welby possa mantenere la parola data a suo marito sarà necessaria la mobilitazione del popolo.