Friday for future, la protesta di una generazione (forse) perduta

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(di Tiziano Rapanà) Torna il Friday for future, la giornata dedita al dolce far nulla con la scusa della tribolazione per il clima. Sia ben chiaro, io appoggio gli studenti che marinano la scuola. Chi fugge dalla tristezza dello stare seduto in un banco, a sentire la lagnosa lezione del professore di turno, avrà sempre il mio sostegno intellettuale. Ma abbasso l’ipocrisia dei seguaci di Greta. Alcuni li ho visti stamattina: mangiavano un panino ammassati all’esterno di un fast food e, dal modo con cui buttavano le cartacce, non mi parevano così attenti alla cura dell’ambiente circostante. Questa fesseria dello sciopero per il clima spero finisca presto. Che si scioperi per le cose importanti: per il diritto ad un lavoro dignitoso, per salari più altri. Che scioperino contro lo strapotere del neoliberismo, oppure chiedano il ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Poveri ragazzi, sono delle vittime della propria ingenuità. Su Repubblica ho letto gli slogan che hanno intonato nelle varie manifestazioni: “Se mi bloccano il futuro, noi blocchiamo la città”. E ancora: “Ci state rubando i sogni”, “Saltiamo le lezioni per darne una a voi”. Naturalmente dai ragazzi non una parola sul dramma dei lavoratori di Gkn e sulla tragedia delle delocalizzazioni. Parole vuote sull’ambiente si ripetono di piazza in piazza e i media riportano, con giubilo, l’inutile battaglia dei ragazzi che adorano Greta Thunberg e probabilmente ignorano la silhouette intellettuale e culturale di gente come Giuseppe Di Vittorio o Bruno Trentin. Non nutro speranze per questa mesta gioventù. Basta con gli idoli di marzapane. Meglio stare in casa a leggere i libri, che aiutano ad organizzare un pensiero (anche di impegno civile), anziché scendere in strada per urlare corbellerie. L’esercizio della lettura potrà forse salvare una generazione sperduta, che ignora la brutalità del vivere quotidiano.

tiziano.rp@gmail.com