Pio La Torre e il coraggio dell’onestà

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“Il lunedì di Pasqua Pio era venuto a Roma, a casa mia. Mi aveva portato il formaggio fresco di cui ero goloso. Io allora abitavo a via Monferrato, pranzammo insieme e scendemmo dopo pranzo a fare una passeggiata sul Lungotevere. Mentre passeggiavamo lui mi disse: ‘Dì a Berlinguer che adesso tocca a noi!’. La mafia aveva già ucciso, ed era chiaro che quel ‘noi’ era riferito a se stesso. La mia personale convinzione è che fu Ciancimino a suggerire la sua uccisione”. E’ commosso, il ricordo di Pio La Torre che Emanuele Macaluso, dirigente del Pci scomparso di recente, fece un giorno a Ilaria Romeo, responsabile dell’Archivio storico della Cgil.
Sono trascorsi trentanove anni da quel 30 aprile del 1982 in cui il segretario del Pci siciliano e il suo collaboratore furono uccisi da un commando mafioso in via generale Turba. Rimasero impresse in una intera generazione, destinate a seminare in alcuni rassegnazione e in altri rabbia ma in altri ancora soddisfazione sanguinaria, le foto di quel massacro: “Rosario Di Salvo era seduto sul sedile di guida con il viso macchiato di sangue. Pio La Torre era accasciato tra i due sedili con una gamba che sporgeva dal finestrino”, scrisse L’Ora quel pomeriggio sotto il titolo “A raffiche di mitraglietta”, e prima di un altro titolo: “Coincidenza? Dopo domani arriva a Palermo Dalla Chiesa”. Figura storica e profetica dei diritti, del pacifismo e dell’antimafia concreta che intaccava le connessioni politiche ed economiche delle cosche, Pio La Torre fu sia segretario della Cgil Palermo sia della Cgil Sicilia e fu protagonista delle lotte dei braccianti e di quelle della città. Prese il posto dell’indimenticato Placido Rizzotto alla Camera del Lavoro di Corleone nel 1948 e protagonista delle lotte sindacali per l’applicazione del decreto Gullo sulla divisione dei prodotti agricoli che gli agrari, spalleggiati dai mafiosi, non volevano far rispettare. Venne arrestato per la sua attività in difesa dei contadini, dei poveri e dei braccianti, e trascorse un anno e mezzo in carcere.
Dopo il carcere, alla Camera del lavoro di Palermo iniziò una battaglia speciale a fianco dei metalmeccanici, nei Cantieri navali in particolare, dove le condizioni di lavoro sono disumane e gli infortuni continui. La Torre svolse il suo impegno sindacale per 15 anni. 
Forte l’impegno pacifista, innanzitutto contro i missili Cruise nella base di Comiso. Obiettivo della protesta era far sospendere l’installazione dei missili mentre proseguiva la trattativa per il disarmo in corso a Ginevra. La prima grande manifestazione a Comiso si tenne l’11 ottobre 1981, con oltre trentamila partecipanti. Il 4 aprile organizzò una nuova manifestazione per la pace a Comiso, cui parteciparono oltre 80 mila manifestanti, che furono salutati, al termine, da un concerto del gruppo cileno Inti Illimani, icona della sinistra di quegli anni.
Dall’impegno di La Torre alla guida del sindacato, nonchè dalla sua capacità di mobilitazione, nascono le basi per la legislazione antimafia, di cui La Torre fu protagonista con la legge che ha istituito il reato di associazione mafiosa e colpito i patrimoni dei boss. Con La Torre si creano i presupposti per il movimento sociale antimafia, nato negli anni delle lotte contadine. Senza queste premesse non ci sarebbe stato il movimento antimafia degli anni Ottanta e Novanta a Palermo, destinato, però, a veder scolorire la propria natura sociale e popolare per seguire la via giudiziaria della battaglia alla mafia, incoraggiato da un lato dal maxiprocesso di Palermo e dall’altro, anni dopo, dal ‘vento’ della scorta di Tangentopoli. Fu il generale carlo Alberto Dalla Chiesa a intuire quanto male potesse fare a Cosa nostra l’attività legislativa di La Torre, che, componente della Commissione parlamentare antimafia nel 1976, fu tra i redattori della relazione di minoranza che accusava duramente Giovanni Gioia, Vito Ciancimino, Salvo Lima e altri uomini politici di avere rapporti con Cosa Nostra e nel 1980 propose una legge che introduceva il reato di associazione di tipo mafioso.  Alla domanda “Generale, perché fu ucciso il comunista Pio La Torre?”, il 10 agosto 1982 – ricorda il sito della Cgil Collettiva.it – nell’ultima intervista prima della sua uccisione rilasciata al giornalista Giorgio Bocca, Dalla Chiesa, da poco nominato prefetto di Palermo, rispose: “Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge”. 
 Pio La Torre continuò Macaluso nell’intervista a Ilaria Romeo, responsabile dell’Archivio storico della Cgil, “ritorna in Sicilia quando sono già cominciati i delitti di mafia. È lui a chiedere di mandare nell’isola il generale Dalla Chiesa. È lui ad avanzare la proposta del reato di associazione mafiosa e della confisca dei beni. È sempre lui a sottolineare e il pericolo dell’infiltrazione della mafia nella costruzione della base missilistica di Comiso, contro le mafie ed in nome della pace. Io credo che la richiesta di sequestro dei beni mafiosi sia stato il motivo principale per cui la mafia lo ha ucciso. La sua richiesta fu una condanna, ed infatti poco dopo fu ucciso”.