All’inferno e ritorno / Katia e Ljuba, sacerdotesse dell’azzardo

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Due grandi donne, estremamente diverse fra loro, con in comune il vizio del gioco. Quando era ancora la signora Baudo, il marito mi fulminò per una battuta fuori posto sulla Ricciarelli. Rosa invece sbancò a Montecarlo e comprò una villa a Rizzoli

(di Cesare Lanza per LaVerità) Oggi vi parlo di due straordinarie giocatrici, assolutamente fuori dal comune: Katia Ricciarelli e Ljuba Rosa Rizzoli. Ho avuto un rapporto amichevole con tutte e due, più intenso con la grande cantante lirica. Generosa, partecipe, sensibile: più di una volta è intervenuta, per amicizia, come ospite d’onore alle mie manifestazioni per promuovere un mio libro, o altre iniziative. Una personalità unica, trascinante. Una volta feci una battuta improvvida con suo marito, quando era sposata con Baudo, e vidi la faccia di Pippo contrarsi in una smorfia di preoccupazione: non so altro di loro due, salvo che Pippo detestava i casinò e il gioco d’azzardo e lei ne era profondamente avvinta. Un giorno ho letto che Katia Ricciarelli nel programma Belve aveva rivelato alla giornalista Francesca Fagnani la sua passione per il gioco d’azzardo. Due anni fa. Eccola… «Lei ha tra i vari hobby quello del gioco, in particolare le slot machine. Che cosa le dà, che cosa la diverte? L’adrenalina?», chiede la conduttrice. «L’adrenalina, brava, e soprattutto è un momento in cui mi trovo da sola con una macchinetta che prende tanti calci da me: “E damme una cosa, e damme un punto!”», scherza la cantante lirica. «Senta, la volta in cui ha guadagnato di più?», domanda Fagnani. «Sono andata, mi ricordo, allora avevo la residenza a Montecarlo e sono andata lì, ho fatto una scala reale, bellissima – descrive l’attrice -. Allora è arrivato il tizio del casinò, il tempo che lui andava a farmi il biglietto per la vincita che non ti dico nemmeno quanto se no cadi dallo sgabello». «Mi tengo stretta, ce lo dica!», insiste la giornalista. «Per delle macchinette così 150.000 euro, fai conto. Il tempo in cui il cassiere stava per recarsi a fare la ricevuta e io ne ho fatta un’altra. Però, guarda, sono stata due mesi ferma senza lavorare», dice Ricciarelli. «Ma quanto ha perso, quando ha perso forte, la volta peggiore che lei si ricorda?», domanda la conduttrice. «La volta peggiore sempre inferiore comunque ai 5.000 euro. Io ho più vinto che perso, però vaglielo a dire alle persone che etichettano le altre come ludopatiche». A me non piacciono le slot machines. Il gioco è meccanico, programmato, non c’è spazio per fantasia e comportamenti importanti, strategici.

Con Ljuba non ho avuto un uguale rapporto amichevole, ma lei mi diede una delle più belle interviste della mia lunga carriera. E ve ne ripropongo qualche passo, per come la ricordo, chiedendo scusa a lei e a voi, se è sopravvenuto negli anni qualche momento di confusione. Viveva a Montecarlo e in giro per il mondo. Senza programmi. Era stanca, lucida. Lieve e drammatica, come sempre. E, inaspettatamente, autocritica. «Ho vissuto una vita senza vie di mezzo, piena di eccessi. Oggi ho pochissime nostalgie. Ho sciupato tanto. E niente mi è mai stato facile, comunque.» Prova a guardarti indietro: cosa vedi? «Momenti di felicità e di allegria che si accavallano con le illusioni, tante delusioni, e poi tutto scompare, sommerso dalla mia tragedia, fino a un dolore incolmabile. Ridere e piangere: forse non ho fatto altro nella mia vita.» Cominciamo dall’inizio: per esempio, da questo nome esotico e un po’ misterioso, Ljuba Rosa. «Tutti pensano che Ljuba Rosa sia il mio nome. Non è così. Rosa è il mio cognome da ragazza. E Ljuba non è il mio vero nome. All’anagrafe sono registrata come Maria Luisa. Ma sono sempre stata Ljuba, per tutti: un bel nome russo, che piaceva molto a mia madre… Mio padre era un uomo possessivo, geloso fino alla morbosità. Terribile». E tu, com’eri? «Fragile e timidissima. I primi ricordi risalgono a Salice Terme, dov’eravamo sfollati (io sono nata nel 1935) durante la guerra. Quanta paura! La mamma, Zaira, era bellissima… Si temevano violenze, stupri. Ricordo partigiani giustiziati, impiccati. Immagini inquietanti, indimenticabili. Ma anche subito dopo la guerra, se mi ripenso da ragazza, ricordo molti problemi. Volevo fare l’attrice: l’idolo di tutti allora era Rita Hayworth, forse avevo una vaga rassomiglianza fisica. Un anno fui scelta per il concorso di miss Italia (a Cortina d’Ampezzo, vinse Marcella Mariani). Ma mio padre, la sera prima, per impedirmi di partecipare mi tagliò i capelli a zero. Quante lacrime».  Ma perché tuo padre era tanto geloso? «Forse per il mio fisico prepotente, che imbarazzava me per prima. Ho ricordi orribili. Studiavo dalle suore agostiniane, un insegnante di anatomia mi fece violenza… Credo che questo episodio mi abbia rovinato la vita». Non voglio parlarne…. Ricordo tanti problemi, sempre per la bellezza e l’invadenza del corpo. Era un ve ro supplizio, ogni giorno, andare e tornare da scuola, a Milano. Io credo molto nel destino: tutto, secondo me, è prefissato. Il mio segno astrologico è il cancro: mia mamma è nata il 27 giugno, anch’io il 27 giugno e anche mia figlia, Isabellina, un 27 giugno…». Era la prima volta che il nome della figlia, Isabella, affiorava nella conversazione. La voce di Ljuba si incrinò. Dopo una pausa più lunga, prosegui. «Penso sempre alla volontà del destino. Con Tagliabue, il primo amore, fu una lunga storia che durò sette anni e mezzo. Vivevamo a Monza, in una grandissima villa, con tutti i parenti. Una favola: lussi smodati, cavalli, viaggi nei luoghi più belli del mondo, servitù, feste, aerei privati, piscine enormi… Durò sette anni e mezzo e di colpo finì. Perché avevo tutto e niente. Ero considerata una delle donne più belle e desiderabili di Milano».

Solo eccessi? «E tanta noia. Noia e indifferenza per la vita dorata. Le feste, le battute di caccia, le barche, i luoghi di vacanza per ricchi. Noia fino alla nausea… Mi guarì l’incontro con Andrea Rizzoli. Ci conoscemmo sul trenino che porta a Cortina d’Ampezzo. C’era il commenda, il vecchio Angelo: ma perché lei non fa l’attrice? – mi fa. Stetti al gioco, chiacchierammo un po’, poi all’arrivo vide che ero attesa dalla limousine del mio compagno Tagliabue, capì chi ero e seppi che in seguito disse: ma cosa ci fa una ragazza così bella, con un cavallaro? Loro erano i più grandi editori d’Europa… E poi casinò e casinò, tanti casinò, a fianco di Andrea. A poco a poco mi prese, irresistibile, il vizio del gioco di azzardo.» Perché? «Compensazione? Non voglio assolvermi e non chiedo comprensione. Andrea mi aiutò molto: era un uomo premuroso, severo. Mi educò. Non voleva che usassi profumi violenti, al ristorante pretendeva che mangiassi quello che avevo ordinato… Una figura paterna. Pensavo di non poter avere figli e arriva la sorpresa, la felicità. Ma non sapeva quanto dolore, poi, sarebbe stato legato, a Isabella».  Ma come successe? «Era il 1987. Io avevo avuto degli incubi premonitori: sognavo sempre persone che volevano suicidarsi. E quel giorno – eravamo in casa solo io e lei, mia figlia – la casa mi sembrava una prigione, dissi ad Isabella: usciamo, andiamo a fare una passeggiata…» Aveva problemi di tossicodipendenza? «Il problema non era questo. Non voglio usare la parola schizofrenia. Ma i medici dicevano che lei viveva in un mondo suo, astratto». Ljuba si fermò qui. E io non avevo il coraggio di incalzare. Quando lei si riprese, la voce era sprofondata nell’angoscia. « Ci fu una coincidenza terribile. Isabella guardava la tv, un telefilm: c’era una scena in cui una ragazza si butta dalla finestra… Io subito spengo, con il telecomando. E le dico: usciamo, usciamo, Isabellina, andiamo al casinò a farci un blackjack, ne hai voglia? Mi stai vicina? E lei: sì, mami, va bene. Isabella va nel suo bagno, io nel mio… Le grido: cantiamo qualcosa, porta buono… La tengo d’occhio, ho le mie paure addosso. Me la ricordo davanti a me: bella, bellissima, pallida, stravolta… Mi dice: mi cambio anch’io, ci metto un attimo. Passano pochi istanti, la cerco, non la vedo. Grido. Dove ti nascondi, dove ti nascondi? Ho un presentimento in cuore. Forse si impazzisce così! Un dolore, un male, che non potresti augurare al peggior nemico. Corro in terrazzo, ricordo che urlavo, poi la lunga corsa giù per strada, non ricordo altro, solo un ragazzo che chiamava la Croce Rossa e mi teneva lontana».

 Le chiesi se ci fossero ancora rapporti passionali, con gli uomini. «Relazioni amorose? Infinite. Devo fare un elenco? Pochissime cose significative. L’amore, alla mia età, è una parola superata: c’è tenerezza, attenzione, non certo sesso». Sei considerata una diavolessa, scatenata, del gioco. Questo è innegabile, anche se non sarò certo io, a mal giudicarti. «Ti ho già detto. Prima era un vizio e adesso è una cura. Io sono una donna stretta dalle paure. Al gioco, davanti alla roulette, divento coraggiosa». Si dice che Andrea ti avesse regalato il casinò di Beaulieu, o di Nizza, quasi come un giocattolo: ci rimetteva meno. « Assurdità! Il gioco, all’epoca di Andrea, e anche di suo papà, era un divertimento snob e assiduo per i personaggi più illustri dell’industria e della finanza. Una sorta di club: ci ritrovavamo a Cannes, a Nizza, a Venezia: Attilio Monti, Borghi, De Laurentiis…». La tua vincita più forte? «A Montecarlo una sera, durante le feste pasquali, uno dei miei numeri preferiti alla roulette, l’8, si ripetè per cinque volte. E io lo avevo puntato per i limiti massimi. Regalai una villetta ad Andrea, a Cap Ferrat: lui mi dava tanto, e io gli feci questa sorpresina».

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