Il senso di responsabilità? Nasce nel cervello

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Premere l’interruttore per accendere una lampadina può sembrare un’azione banale. Eppure cela una volontarietà di cui siamo responsabili. Uno studio tutto italiano mostra dove ha sede nel cervello questo senso di responsabilità

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Riconosciamo di essere responsabili di un’azione non solo dopo averla compiuta ma già prima, mentre la immaginiamo. E possiamo in qualche modo influenzare questo senso di responsabilità e capacità di controllo, sfruttandoli magari in ambito terapeutico, nei casi in cui appaiano alterati, come avviene in chi soffre di schizofrenia. Ma anche nelle persone affette da disturbi del movimento come la sindrome di Tourette. A legare movimento, capacità di controllo e senso di responsabilità è oggi uno studio apparso sulle pagine di Science Advances, volto a comprendere cosa accade nel nostro cervello quando avvertiamo di essere noi la causa di azioni che hanno un effetto sul mondo che ci circonda.

All’origine del senso di responsabilità
Scopo dello studio, racconta Laura Zapparoli dell’Università di Milano-Bicocca e dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi, era infatti quello di comprendere quali sono le regioni del cervello che si associano al senso di responsabilità, o meglio al cosiddetto senso di agentività: alla percezione di avere il controllo di un’azione e delle conseguenze che questa ha sull’ambiente esterno. Qualcosa che è abbastanza facile comprendere con un esempio banale, spiega Zapparoli: “Immaginiamo di entrare in una stanza al buio e di premere l’interruttore della luce. Quando poi la luce si accende – un evento che mi aspetto – percepisco di essere stato io a produrre questo effetto, specialmente se nessun altro è presente”. Quest’abilità di associare un evento alle nostre azioni è ciò che chiamiamo senso di agentività: “È un aspetto fondamentale tanto della consapevolezza di sé quanto delle interazioni che abbiamo con l’ambiente esterno e le persone”. Ben noto anche nella letteratura scientifica, sebbene nessuno finora avesse indagato cosa succedesse nel nostro cervello quando ci sentiamo responsabili di qualcosa. Ed è questo che hanno fatto i ricercatori, un team tutto italiano coordinato da Eraldo Paulesu dell’Università di Milano-Bicocca e dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi.

Responsabili di un’azione già prima di averla compiuta
Per farlo gli esperti hanno allestito un esperimento capace di mimare qualcosa che avviene nel mondo reale, come l’accensione di una lampadina appunto (sebbene in questo caso sullo schermo di un pc). In alcuni casi, ai 25 partecipanti coinvolti, era chiesto di premere un pulsante per fare accendere la lampadina, in altri erano gli sperimentatori a premere il loro dito. L’idea era di mimare un’azione diretta, di cui sentirsi responsabili e agenti in prima persona, e una indiretta, in cui non sentirsi direttamente responsabili. Quando i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di stimare quanto tempo fosse trascorso tra l’azione e la sua conseguenza, questo intervallo sembrava più breve per chi aveva premuto volontariamente il pulsante, in accordo con quanto atteso. Qualcosa che misura il senso di agentività e cui ci si riferisce con intentional binding. “Dal punto di vista neuronale abbiamo anche mappato il senso di agentività, osservando grazie alla risonanza magnetica funzionale, che si associa all’attivazione di aree premotorie (nel lobo frontale, nda) e parietali”, riprende Zapparoli: “Ma non solo: abbiamo dimostrato che è possibile modulare l’attività di queste aree, in maniera non invasiva attraverso la stimolazione magnetica transcranica, e alterare così anche il senso di agentività”. Ovvero, continua la ricercatrice, è possibile portarci a sentirci responsabili anche di azioni e conseguenze di cui normalmente non ci saremmo sentiti responsabili. Ma solo se la stimolazione transcranica avveniva prima dell’esecuzione dell’azione stessa e non dopo. “Questo ci ha permesso di stabilire che il senso di agentività, di responsabilità, è qualcosa che non emerge esclusivamente dopo il compimento di un’azione, ma già prima: io predico che la luce si accenderà, e anche dal confronto con l’effetto della mia azione, posso così capire se sono stato io il responsabile”.

Un aiuto nella comprensione della schizofrenia
Per ora l’esperimento ha riguardato un’azione di per sé neutra, senza un significato morale, ma sarebbe interessante, ammette la ricercatrice, capire in che modo conseguenze delle nostre azioni che possano avere connotati positivi o negativi modulino il nostro senso di responsabilità. Al tempo stesso è plausibile attendersi un reclutamento diverso delle aree neurali associate nei casi in cui le persone percepiscano un eccessivo senso di responsabilità. Più nell’immediato però per i ricercatori aver dimostrato che è possibile modulare questo aspetto, e che il senso di agentività funziona stimolando le aree premotorie, potrebbe avere ripercussioni nel trattamento di patologie con disturbi del movimento come la sindrome di Tourette o la schizofrenia: “Nella schizofrenia si osserva un fenomeno noto come delusion of control, qualcosa per cui le persone che ne sono colpite sostengono di non essere responsabili delle loro azioni. Il nostro studio getta le basi per comprendere anche questi aspetti, in cui appunto il senso di agentività appare alterato”.

Repubblica

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