Quella volta che mi disse / Giovanni Arpino

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«Nessuno comprerà il mio libro, colpa tua»

Quel litigio con il grande scrittore ancora mi dispiace. Per futili motivi, l’anticipazione di «Azzurro tenebra», interruppi mi rapporto
che mi stava a cuore. Non ci parlammo più. Brera lo esaltò per alcuni anni, poi qualcosa si guastò anche con lui, in maniera drastica

(di Cesare Lanza per LaVerità) Prima di tutto vorrei ricordare quanto questo scrittore emerito, e curiosamente anche giornalista sportivo di prima qualità, fosse amico del grande cronista Bruno Bernardi, scomparso di recente: «Era un mio fratello giovane, un compagno di tremila viaggi, diecimila partite, milioni di discussioni. Bruno Bernardi è la cronaca, la incarna. Ignora i voli, o forse li spregia. Non vuole inventare. Non gliene importa un classico fico secco dell’interpretazione bene oliata e in ogni caso abusiva». E Bruno: «Con Giovanni nacque un feeling naturale, io avevo 33 anni, lui era un maestro ma mai distante, si sporcava le scarpe e le mani, ascoltava, dava e prendeva. L’ho visto scrivere una colonna in otto minuti, cronometrati: sono più o meno settanta righe, e neppure una sbavatura. Abbiamo girato il mondo insieme per dieci anni, da Cruyff alla lattina in testa a Bordon, lui aveva vinto il premio Strega e il Campiello, non poteva sprecarsi, per questo non dettava mai a braccio. Scriveva, di solito, commento e pagelle, e articolesse di colore. Era come se Arpino osservasse la nostra tribù da uno sgabello. Ma senza mai esagerare. Il talento si mette in mostra anche senza far niente». Arpino e Bernardi erano, tutti e due, legati nell’amicizia da una tenace, forsennata passione per la Juventus. Qualche volta avevo cercato di ironizzare, con lui e con Bernardi: «Ma come si fa, alla vostra età, a preferire la Juve anziché il Torino, nel ricordo della tragedia di Superga?» Bruno mi rispondeva pacatamente: «Il Toro nel cuore c’è e ci sarà sempre. Ma il confronto non esiste…». Arpino, come d’abitudine, era più sofisticato: «La Juventus è storia universale, il Torino è un dialetto. La Juve è un esperanto calcistico, il Toro è gergo». «Il Torino si può amare, la Juve si onora, si rispetta: è un’entità superiore». Litigai con Giovanni Arpino – mi dispiacque e ancora mi dispiace – per futili motivi. E, per colpa del mio caratteraccio (anche lui non scherzava, però…), interruppi un rapporto che mi stava a cuore, tuttora è un rimorso.

Era successo questo: a metà anni Settanta dirigevo il Corriere d’Informazione, Arpino pubblicò uno dei suoi splendidi romanzi. Mi arrivò in anteprima il libro, per una normale recensione: Azzurro tenebra, se ricordo bene. Per le recensioni di film e libri importanti, allo scopo di evitare sciocchezze e astrusità scritte, come succede spesso, da chi neanche vede il film o legge il libro, avevo inventato una sorta di frullato o tritacarne: una pagina intera, in cui si riassumeva tutto, in paragrafi di poche righe. Trama, protagonisti, biografia degli autori, retroscena, polemiche, ogni riferimento possibile a patto che fosse interessante. Arpino si infuriò e mi telefonò: «Hai pubblicato tutto, qualsiasi cosa, ora nessuno comprerà il libro, si sa già tutto, che bisogno c’è di leggerlo?». Risposi gelidamente: «Credevo che avessi chiamato per ringraziarci…». Altro sfogo del grande scrittore, a seguire. Tagliai allora corto: «Bene, adesso sappiamo che per il tuo prossimo libro preferisci che non si scriva una riga». Non ci parlammo più. Fine – permalosi com’eravamo, uno più dell’altro – di una cordiale e corretta relazione, destinata a diventare, senza quell’infortunio, una interessante amicizia. A proposito di grandi litigi, rievocando Arpino è fondamentale ricordare il suo rapporto con Gianni Brera, prima idilliaco e poi tempestoso, velenoso. Giovanni era già uno scrittore affermato e ammirato, quando al direttore della Stampa venne la felice idea di utilizzarlo nelle cronache di importanti eventi sportivi, soprattutto calcistici. E Gioannfucarlo se ne innamorò: definiva Arpino, ogni volta, «il mio Nobel personale». Lo scrittore ricambiava l’omaggio chiamandolo affettuosamente «Grangiuann». Dal successo nella letteratura Arpino passò alla carta stampata senza peraltro mai trascurare i suoi romanzi e racconti (un diluvio universale: sedici romanzi e duecento racconti, quasi tutti degni di attenzione). E poi anche nello sport si impose subito, con uno stile originale. Brera lo esaltò per alcuni anni, poi qualcosa si ruppe, in modo drastico. I motivi non sono chiari, i due ex amiconi smisero addirittura di parlarsi, di salutarsi. Si detestavano e si evitavano, pur lavorando a volte fianco a fianco, perfino nella stessa redazione. Cos’era successo? Si dice che una sera, in tv a La Domenica sportiva, Arpino sobillò un suo amico, il campione juventino Roberto Bettega, a pungere, contestare Gioann e a farsene beffe. Brera rimediò una brutta figura (cosa rarissima, non gli era mai successo!) e il conflitto tra i due esplose, insanabile. Ma suppongo che la rottura tra i due fosse già avvenuta. Mi fido della testimonianza di un amico. Elio Domeniconi, un vecchio giornalista sempre informatissimo su ogni possibile retroscena. Secondo Elio, che si dichiara testimone oculare, la rottura avvenne perché Arpino accettò un contratto d’ingaggio da Brera, direttore del Guerin sportivo, ma poi scelse di restare alla Stampa (dove già scriveva) perché il quotidiano torinese rilanciò l’offerta economica. E Gioann prese lo sgambetto come un’offesa personale. C’è chi sostiene che Arpino da tempo volesse sottrarsi al paternalismo ingombrante di Brera, che si comportava come se lo avesse adottato. E certo Brera non sopportò che Arpino gli preferisse La Stampa, considerandolo addirittura «un asservimento alla dominante famiglia Agnelli». Ma, presumo, c’erano state ruggini precedenti. Quando cominciarono a detestarsi, Arpino accusò Brera di «stalinismo critico».

Un personaggio di grande rilievo era la moglie. Il 25 aprile 1953 aveva sposato Caterina «Rina» Brera, la sua eterna fidanzata: l’aveva conosciuta al caffè Garibaldi di Bra, era la figlia del proprietario. Una compagna insostituibile che gli restò sempre a fianco, nonostante le avventure e i tradimenti dello scrittore. Intelligente, saggia, paziente. E ironica. Raccontò di aver anche conosciuto qualche «fiamma» di Arpino e di aver addirittura dovuto consolarle. «Povere illuse, sperano che lui si separi… io gli concedo una vacanza, presto torna da me»… Rina sapeva lucidamente di essere insostituibile, e ben lo avevano capito anche le varie fidanzate, almeno le più intelligenti. E Arpino della moglie fu sempre innamoratissimo. Disse una volta, con tenerezza: «La porterei agli stadi, le domeniche, o al mare, sì, mi piacerebbe vederla nuotare e ridere e sentirmi chiamare dall’acqua, io a dire no, non mi sento, ti aspetto qui all’ombra, sì qui, ciao!» E Rina, in un’intervista: «Se è stato un grande scrittore? Per me è stato uno straordinario giornalista e un buonissimo romanziere. Io ho insegnato per quarant’anni scienze naturali: forse a me manca la fantasia per capire fino in fondo i suoi romanzi. Comunque sapeva raccontare storie magnifiche».

Arpino era nato il 27 gennaio 1927 a Pola, in Istria. Il padre, Tommaso, era napoletano e ufficiale di carriera, un uomo severissimo. La mamma, Maddalena Bercia, casalinga; un fratello minore, Carlo, e una sorella maggiore, Nice. Quando il nonno materno muore, Giovanni (13 anni) e la famiglia si trasferiscono a Era, in provincia di Cuneo, per occuparsi di proprietà avute in eredità. Conosce due figure molto importanti per la sua formazione: il farmacista Antonio Cordero, membro comunista del Cln e ostinato lettore (soprattutto di classici); e Velso Mucci amico di artisti, nottambulo, uomo da bar, amante di Parigi, che sarà il suo primo lettore e consigliere. Poi su pressione del padre si iscrive a giurisprudenza a Torino, poi passa a lettere e si laurea nel 1951 (voti striminziti). Per lui il servizio militare risulta insopportabile (delusissimo il padre), prima a Lecce e poi a Napoli. Al ritorno, nel 1953, si stabilisce – e vi rimarrà fino alla sua morte – a Torino. L’esordio come scrittore è portentoso: nel 1952 con il romanzo Sei stato felice, Giovanni, da Einaudi. Ripubblicato di recente da Minimum fax con una deliziosa postfazione di Gianni Mura. Arpino lo scrisse in una ventina di giorni, mi permetto di consigliare a tutti di leggerlo. Il severissimo Elio Vittorini (spietato con tutti) decise di pubblicarlo senza cambiare una virgola. Nel 1959 La Suora giovane, che Eugenio Montale definisce «un capolavoro del suo genere». Dieci anni dopo Il Buio e il Miele, il suo romanzo più conosciuto, da cui è stato tratto il film Profumo di Donna, con una superlativa interpretazione di Vittorio Gassman. E una versione americana, diversa e molto interessante, protagonista Al Pacino (premio Oscar). È fecondissimo, Arpino: scrive anche drammi, racconti, epigrammi e novelle per l’infanzia. Capite perché lo stimavo tanto e perché non riesco a perdonarmi ancor oggi, quasi cinquant’anni dopo, di aver interrotto i nostri rapporti, per una stupidaggine? La sua attività si intrecciò poi con le cronache di inviato di calcio. Nel ’74 segue le prestazioni della nostra Nazionale, eliminata malamente, nel campionato del mondo in Germania. E a quell’esperienza si ispira Azzurro tenebra. Nel 1980, ingaggiato da Indro Montanelli, cominciò una collaborazione con II Giornale, scrivendo di cronaca, costume e cultura. Muore a Torino  il 10 dicembre 1987 dopo una lunga lotta contro un carcinoma, sopportata con dignità fino all’ultimo respiro: «Mai una lacrima, rischia di annacquare l’inchiostro». Torino gli ha dedicato una via: la strada è parallela a via Giuseppe Fenoglio e va a incrociarsi con via Mario Soldati. Una battuta che mi disse spesso, era tra le sue preferite: «Se non hai nemici vuol dire che hai sbagliato tutto».

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