Quella volta che mi disse / Nereo Rocco

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«Non sarai così mona che vieni da Roma e no te piase el vin?»

È un errore etichettare il Pàron come personaggio folcloristico. Perché solo un eccezionale allenatore può diventare leggenda

(di Cesare Lanza per LaVerità) L’ho incontrato la prima volta a Torino, quando aveva lasciato il Milan (prima di ritornarvi) e allenava la gloriosa squadra granata, per un’intervista al Corriere dello Sport. Ero molto giovane, emozionato. Lui era un mito vivente del calcio italiano. E sapeva mettere tutti a loro agio. «Boria!», mi gridò Nereo Rocco quando mi vide e poi, ovviamente metà in triestino e metà in veneto, ma non saprei tradurre bene: «Bocia, aspetta che finissa ‘sta monada de alenamento, poi se metemo tranquili davanti al me spogliatoio, se beven un goto de vin, anca due o tre, e te me chiedi quel che te voi…». E subito mi guardò sospettoso: «Non sarai tanto mona che vieni da Roma e no te piase el vin?». Lo rassicurai, anche se all’epoca ero pressoché astemio, e lo aspettai: davanti al suo spogliatoio c’era un tavolino già apparecchiato con una bottiglia di Barbera e due bicchieri. Finì l’allenamento e mi raggiunse. Ricordo la sua spontaneità, l’ottimo umore, la simpatia. «Scusi, Parón, com’erano sinceramente i rapporti tra lei e Gipo Viani?». «Ottimi! Meglio non si poteva. Quando vincevamo, era merito di Gipo; quando si perdeva, la colpa era mia…». Con Giuseppe «Gipo» Viani, dirigente non meno simpatico, in realtà formava una formidabile coppia (due amici, si diceva, ed era vero!) alla guida di un grande Milan. E quella battutaccia spiritosa – che poi vale spesso nei matrimoni, negli affari, in qualsiasi sodalizio – era una delle tante esternazioni argute di Rocco, un triestino affabile, loquace, coinvolgente. Tra gli allenatori, a mia memoria il più simpatico, insieme con Oronzo Pugliese, di stile popolaresco estremo, e Fulvio Bernardini, al contrario di raffinata eleganza. In quell’intervista innaffiata dalla Barbera si mise a ridere quando gli ricordai un celebre episodio: alla vigilia di una partita del Padova contro una grande squadra (Juventus, Inter? Neanche lui, forse fingendo, se lo ricordava più) un cronista gli disse: «Allora, Parón: vinca il migliore!». E lui, pronto: « Sperem de no…». La prontezza delle battute in dialetto era la sua forza, il suo codice tanto comprensibile quanto intraducibile. E nella chiacchierata a Torino mi travolse: frizzi e lazzi, tanti ricordi… Al suo calciatore Alberto Bigon, prima di una partita con una squadra straniera: «Ti te ga studià, vero? E alora, mona de un dotòr, tradusi, che questi no conossi le lingue». «Pelè? Mi no credevo che un omo podessi far questo!». Ai calciatori, durante l’intervallo, se la partita stava andando male: «Testa de gran casso, ti e anca quel che t’ha messo in squadra». Ai calciatori anziani: «Te jèri campion, no’ ti poi finir bidòn!». Sugli allenatori: «Dal lunedì al venerdì, ixe olandesi. Al sabato, i ghe pensa. La domenica, giuro su la mia beltà, tuti indrìo e si salvi chi può». Sulla sua partecipazione alla Domenica sportiva: «Mi go fato el paiazzo in spogliatoio par tanti ani parché me divertivo, non poso farlo in televisiòn parché se diverta el siór Tito Stagno». Su Dino Sani: «Gaverao comprà un impiegà del catasto. Gipo nostro ga fato rimpatriar el nonno». A Nestor Combin: «Tasi ti, che ti xe tanto testa de mona, che tuti i mesi te perdi sangue del naso». Su Nils Liedholm: «Quel mona de Baròn! Con lu me toca sempre parlar italian». A un giornalista francese che lo salutava così: «Monsieur Rocco, mon ami…». «Mona a mi? Mona a ti e anca testa de gran casso». Ci scolammo la Barbera e ci salutammo con un abbraccio, come vecchi amici.

Aveva l’età di mio padre, era nato nel 1912! Ricordo che mi disse, sempre con spreco di mona qui e là: «Devi venire a Trieste, mona di un bocia, a casa mia: in cantina ho vini buoni, ti piaceranno, niente a che vedere con questa Barberaccia», come se io fossi un esperto o un appassionato. Lo ringraziai disinvoltamente: ero brillo, lui invece perfettamente lucido. Diciamolo… Descritto così, Rocco potrebbe apparire – a chi non l’abbia conosciuto – un personaggio folcloristico. Macché! E stato un eccezionale allenatore di calcio, iperrealista. Il Milan, nei festeggiamenti per i primi cent’anni di vita del club, lo designò come l’allenatore del secolo. Ha vinto tantissimo. Come calciatore era stato dignitoso: una mezzala combattiva, con il senso del gol. Debutto nella Triestina a 17 anni, sette stagioni in biancorosso, anche una presenza in Nazionale: contro la Grecia, 4-0. Poi al Napoli per tre anni e due a Padova all’inizio della seconda guerra mondiale. Da allenatore, la grande fama: subito ottimi risultati con la Triestina, poi il Treviso, ancora Triestina e a seguire sette anni – dal 1954 al 1961 – nel Padova: un successo incredibile, imprevedibile, sette al Milan, quattro al Torino, quando lo intervistai; uno alla Fiorentina e infine l’ultimo di nuovo al Milan. Ha vinto due volte lo scudetto, tre volte la Coppa Italia, due volte la Coppa dei campioni (fu il primo in Italia), due volte la Coppa delle coppe. E una volta la Coppa intercontinentale: a Buenos Aires, nel 1969, e c’ero anch’io. Non potrò mai dimenticare la forza d’animo, la solidarietà verso il suo campione Nestor Combin, argentino, che era stato arrestato – alla fine della partita e del successo milanista – con l’accusa di aver disertato il servizio militare. Quel giorno Rocco mi disse, dopo la baraonda: «Il nostro aereo non riparte, se prima Nestor non viene rilasciato». Impose la sua linea e così fu. Ho scritto: simpatico a tutti, grande fama… Non è proprio andata così. Il Parón dovette sudare molto, diciamo fino all’arrivo al Milan, prima di conquistare il pieno successo. Era apprezzato dalla maggior parte degli addetti ai lavori, dai pochi giornalisti imparziali, era amico del sommo Gianni Brera, che adorava le tattiche difensive. Ma era detestato dal pubblico delle squadre avversarie e dai giornalisti tradizionalisti, che avversavano il sano e concreto realismo di Rocco («primo non prenderle, poi in contropiede si vedrà»). Lo stadio padovano, l’Appiani, comunque diventò una specie di inespugnabile fortino. Il Parón razionalizzò scientificamente il catenaccio, il verrou di origine svizzera, con difensori come Ivano Blason, Aurelio Scagnellato, Giovanni Azzini. Il libero davanti al portiere e alle spalle della difesa, centrocampo di grintosi lottatori, contropiedisti veloci e concreti. «Sono stato attaccato come un tipo rozzo, ultra difensivista, ma nel mio Padova ci furono cinque miei attaccanti convocati in Nazionale…». Niente da fare! In ogni campo ostilità pesanti, insulti. «Una volta, dopo una partita con l’Inter, Italo Allodi mi regalò un soprabito nuovo, con le scuse sue e di Angelo Moratti, per come i tifosi nerazzurri mi avevano conciato l’impermeabile».

Già nella Triestina nel 1947 era arrivato secondo, alla pari con Juventus e Milan, alle spalle del Grande Torino. Nel Padova, un autentico capolavoro: grazie anche all’ingaggio sapiente dello svedese Kurt Hamrin, reduce da un grave infortunio. Terzo posto, sesto, quinto, ancora sesto… Il Padova si era inserito stabilmente tra le grandi squadre ed era diventato una grande e popolare realtà del calcio. E dopo una fantastica vittoria sul Milan (4-1) Andrea Rizzoli e Gipo Viani lo vollero alla guida dello squadrone rossonero. E finalmente qui ottenne la consacrazione, con trionfi che gli permisero di entrare nella leggenda calcistica. A Milano con intelligenza modificò i rudi ed efficaci schemi tattici che avevano reso vincente il Padova. Seppe utilizzare la qualità dei campioni che il club gli aveva posto a disposizione: in primis Gianni Rivera, ma anche Combin, il prediletto Hamrin, José Altafini… Il suo temperamento restò immutato: dialetto, affetto e confidenza con i giocatori, battute scherzose, compattamento assoluto del gruppo. Ha scritto la Gazzetta: «Il suo set era il campo, era lì che offriva performance indimenticabili, accompagnato dal più grande di tutti i grandi: Gianni Rivera. Lo ascoltava, lo adorava, era il suo terzo figlio». Hanno chiesto al suo bambino d’oro: Rocco era più persona o personaggio? E Gianni: «Uomo. Lui era sempre vero, sempre sé stesso». Gli hanno dato del catenacciaro, anche nel Milan. «Ma per favore, davanti eravamo io, Hamrin, Sorniani e Prati e prima ancora Mora, Altafini e Barison ». Rocco era nato a Trieste, nel rione di San Giacomo, il 20 maggio 1912. Già da piccolo con la famiglia si trasferì nel cosiddetto Rion del Re (così chiamato in quanto inaugurato nel 1925, giubileo di regno di Vittorio Emanuele III), nel sobborgo di Rozzol, dove poi abitò per tutta la vita con la moglie Maria Berzin e i figli Bruno e Tito. La famiglia di Rocco era agiata, per il commercio delle carni di sua proprietà (un’importante realtà nelle forniture navali di allora). Il cognome del padre Giusto era Roch, austriaco di origine viennese. Il nonno, Ludwig, un brillante borghese di Vienna, faceva il cambiavalute e fuggì per amore di quella che diventò la nonna di Nereo: una ballerina o acrobata spagnola di Palma di Maiorca. Roch diventa Rocco nel 1925, quando per lavorare era obbligatorio avere la tessera del Fascio. Il cognome italianizzato doveva essere Rocchi, ma l’impiegato all’anagrafe sbagliò e nacque così Rocco. Nereo morì il 20 febbraio 1979 nell’Ospedale Maggiore di Trieste, dopo una breve malattia. Una malattia che si era fatta cronica, le difese immunitarie erano compromesse da un principio di cirrosi epatica. Prima di spegnersi, a soli 66 anni, l’ultima battuta.

Al suo capezzale c’è Tito, il figlio minore, el dotor farmacista. Tito racconta: «Il giorno prima mi guardò con gli occhi confusi e mi disse: “Tito, dame el tempo”». Come diceva a Marino Bergamasco e Cesare Maldini verso la fine della partita, quando non c’era ancora il recupero. «Pensava forse di essere in panchina». La Gazzetta dello Sport lo ha ricordato così: «Il funerale viene celebrato due giorni dopo e Trieste si ferma e le rive sono piene, i ristoranti, raccontano i ristoratori, fanno anche tre turni. Ci sono tutti ai funerali del «filosofo, burbero, bonario, popolaresco, impetuoso uomo di sport». Tutti, da Gianni Rivera a Bepi Straza, accompagnano Nereo al Campo Terzo del cimitero Sant’Anna. Lo portano lassù, verso Valmaura, dove c’è il vecchio stadio in cui ha giocato e allenato. Poi vicino ne faranno uno nuovo: il Nereo Rocco, con la sua statua di bronzo e le targhe. Gianni Brera gli dedicò uno straziante articolo, in cui ricordò che il grande amico, consapevole della fine imminente, gli aveva mandato gli auguri per Natale scrivendogli: «Brinda tu, anche per me. Non sai come sono ridotto: mi obbligano a bere solo acqua minerale».

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