Quella volta che mi disse / Helenio Herrera

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«Se mi danno i soldi che ritengo di valere è perché li merito»

Grandissimo protagonista nella storia del calcio, il Mago era
avarissimo e scontroso. Ma anche un impareggiabile motivatore.

(di Cesare Lanza per LaVerità) Ho già scritto che gli preferivo il suo omonimo, Heriberto. Per citare il sommo Gianni Brera, ad Accaccone preferivo Accacchino. Ma solo per una questione di amicizia, simpatia e consuetudini. Ma (ovviamente!) anch’io riconosco l’assoluta, superiore qualità di Helenio Herrera. Era avarissimo e scontroso, ma alla fine piaceva a tutti, e non solo ai tifosi ma anche e forse soprattutto alle donne, per la sua grinta da grande motivatore. Accaccone (10 aprile 1910, Buenos Aires, Argentina – 9 novembre 1997, Venezia) è stato, con meritata e intramontabile fama, un grandissimo protagonista nella storia del calcio; Heriberto solo un illuminato, sfortunato e incompreso, presago visionario. Arrivò alla Roma nel 1968, dopo gli splendidi anni nell’Inter, quando avevo 26 anni. E misi a segno un piccolo scoop. Lavoravo al Corriere dello Sport. Herrera era stato assunto in circostanze misteriose, girava una indiscrezione intrigante: prima di firmare, aveva preteso e ottenuto, a garanzia, una valigetta con molti milioni in contanti. Finalmente arrivò, con totale reticenza sua e della Roma. Ma dove si nascondeva? Feci la cosa più semplice, dopo aver inseguito false piste per tutto il giorno. Spesso la banalità è decisiva! Telefonai, parlando in inglese, agli alberghi romani più importanti. Finalmente, all’Hilton se ricordo bene, me lo passarono. Era di buon umore: promise sfracelli, ovviamente lo scudetto; disse che Roma era la città più importante del mondo, negò la diceria sulla valigetta piena di denaro. In seguito conquistò Roma come gli era riuscito a Milano, ma non ottenne trionfi e neanche significative vittorie, salvo una Coppa Italia e una Coppa anglo-italiana. E nel 1973 fu licenziato. Quanto al denaro, con l’impudenza della felicità per il mio scoop, gli chiesi se fosse vero che, prima di partecipare a una serata in un club o ad altri eventi simili, si informasse se per lui era prevista una medaglia d’oro, il nobile metallo che gli stava notoriamente a cuore. Si rabbuiò, poi capì che non era opportuno polemizzare e ridendo rispose: «A tutti fa piacere ricevere un riconoscimento». Non ricordo se disse esattamente «riconoscimento», parlava una lingua mista di spagnolo, francese e italiano. Ma capiva e si faceva capire. Mi spiegò: «Sono abituato a lavorare tantissimo, penso sempre al calcio, tutto il giorno. Penso ai risultati, a far contenti tutti: presidente, giocatori, tifosi. Il denaro? Chiedo quello che penso di valere e se mi è concesso vuol dire che me lo merito». Aggiunse che da bambino di soldi in casa non se ne vedevano, perciò ne capiva l’importanza e cercava di guadagnare il massimo.

Cosa gli si poteva obiettare? Anche se sapevo che era avarissimo, come ho detto. Mario Corso e Sandro Mazzola, ma molti altri testimoni, anche al di là del calcio, dicevano che non pagava mai niente, neanche un caffè. Gli chiesi se avesse qualche timore, nel passare dall’Inter alla Roma. Si mise a ridere: «Se hai paura di fare qualcosa, sicuramente ci sarà un idiota che la farà al posto tuo. E non si saprà mai se tu, com’è probabile, l’avresti fatta meglio». Ma all’Inter, gli dissi, c’erano campionissimi. La qualità della Roma era, con evidenza, inferiore! E lui: «I calciatori sono uomini come tutti gli altri e ogni uomo dà il massimo, quando è galvanizzato… Galvanizzare la squadra spetta a me, è il primo dovere di un allenatore». I suoi grandi successi restano stampati nella memoria non solo dei tifosi dell’Inter, ma di tutti gli amanti del calcio. Era arrivato a Milano dalla Spagna (dove lo chiamavano «Habla habla» per la sua estenuante dialettica) nel 1960 e vi era rimasto fino al 1968.1 primi due anni all’Inter furono insoddisfacenti. Angelo Moratti ebbe l’intelligenza di aspettare. E arrivarono stagioni grandiose. H.H. aveva ottenuto un compenso all’epoca strabiliante, 40 milioni, oltre agli abituali premi doppi: trovò un ambiente depresso e rassegnato, riempì gli spogliatoi di cartelli per incitare i giocatori, ipnotizzò pubblico, critica, giornali, dirigenti, calciatori, allenatori. Il suo slogan preferito era «Taca la baia!» Fu presto ribattezzato il Mago. Ed ebbe ragione lui: Coppa Italia, scudetti, due Coppe Campioni, due Intercontinentali. Vero anche che nelle decisioni importanti per mandare in campo la formazione migliore, Moratti si impose più di una volta: H.H. lo stimava ed era impaurito, obbediva sempre. Il presidente però non lo faceva mai davanti ai giocatori, per non indebolire il carisma del mister. Herrera aveva esordito come allenatore in Francia, poi in Spagna l’Atletico Madrid, il Barcellona, la Nazionale. Era, soprattutto un motivatore, un impareggiabile trascinatore. «Il fine ultimo è quello di rendere i miei uomini i migliori calciatori possibili. Vincere uno scudetto o una Coppa dei Campioni è il risultato della somma di tre fattori: classe, preparazione atletica e intelligenza. I giocatori di classe li avevo, a me spetta lavorare sulla loro preparazione atletica e sull’intelligenza».

Negli anni seguenti al suo ritiro i giornalisti gli domandarono il nome dell’allenatore a lui più simile: «Mourinho, perché è il più sveglio di tutti, il più carismatico. E un portoghese attivo, poco malinconico. Anche a lui piace vestirsi bene, essere elegante. E anche lui ha idee molto chiare, elemento determinante per poterle imporre agli altri. Non è un caso che José abbia voluto leggere gli appunti che ho scritto fino agli ultimi giorni della mia carriera… La differenza sta nel modo in cui ti poni. Io, contrariamente a Mourinho, la mia presunzione cercavo di non farla pesare. Sapevo come stare in mezzo alla gente e risultare simpatico. Sapevo perdonare i nemici ma non dimenticavo i loro nomi». Antonio Ghirelli ha scritto di lui: «H.H. pronuncia frasi tra il reboante e il maniaco. I concetti, magari, sono ovvi però la sua voce è metallica, la convinzione è assoluta, la luce dei suoi occhi inquietante. Chiaro che annette importanza notevole se non fondamentale a questa introduzione ludica. “Vinceremo!”, grida scrutando i suoi. “Vinceremo perché siamo i più forti… C’è qualcuno che ne dubita?” (petto in fuori, mascella in fuori, occhietti strizzati, bocca stirata da una smorfia malevola). “Qui tutti!” (un vero e proprio urlo che spaventa). Le mani sul pallone, fanno una catena. Al fondo di questo comportamento schizoide […] c’era però un senso del ritmo, dello spettacolo e della disciplina che molti critici non apprezzarono subito al suo giusto valore». Sandro Mazzola: «Quando mette piede a Milano, don H.H. vuole conoscere tutto e tutti. Non si accontenta di visionare i giocatori della prima squadra e le riserve: vuole vedere alla prova anche i ragazzi delle giovanili per rendersi conto di persona delle forze che avrà a disposizione. Quando me lo trovo davanti provo una forte emozione: un testone nero con due occhi scuri, penetranti, che scavano come per leggermi dentro. “Questo è il figlio di Mazzola, mister…”, gli dice un dirigente. “Sì, so… so. Gran giugador el padre. Vederemo, vederemo tu”. Secco e conciso nel suo italiano pittoresco». Ciò che mi piace di più di H.H. è qualcosa che per molti è tuttora ignoto. Nei favolosi anni Sessanta l’avversario più popolare di Accaccone, allenatore dell’Inter, era Nereo Rocco, allenatore del Milan. E il paròn, genuino e popolare, mi era umanamente molto simpatico; Helenio invece mi era estraneo, inafferrabile e vincente, visibilmente scaltro. Contrariamente a ciò che appariva sui giornali e ai tifosi, Herrera e Rocco avevano un bel rapporto personale, molto amichevole: reciprocamente rispettoso e spesso scherzoso. Ed ecco il retroscena: dopo la morte di Nereo, H.H. periodicamente si recava a Trieste, al cimitero, per rendere omaggio all’amico e rivale, davanti alla sua tomba. Voleva restare solo, lasciava ad attenderlo la sua ultima compagna, la giornalista Fiora Gandolfi, di fronte al camposanto.

Fiora lo ha amato come difficilmente si riesce ad amare e lo descrive così: «A sentire certi colleghi, quella mattina del ’69 avrei dovuto intervistare una specie di mostro, con la dentiera e i capelli tinti. Presi la mia 500 e andai incuriosita a Grottaferrata, dove la sua Roma si trovava in ritiro. I denti li aveva storti, altro che dentiera. E i capelli non erano colorati, casomai spalmati di brillantina. Aveva l’aria di un uomo raffinato, ma con tremende rozzezze. Era nato povero, e un po’ si vedeva… diverso dagli altri, un tipo diretto e non provinciale come il resto dell’ambiente. Non beveva, non fumava, amava uno stile di vita in controtendenza e questo mi piacque molto, scattò subito un certo feeling. Io ero separata, in attesa di divorzio. Lui anche, dalla moglie che viveva in Spagna, ma io non lo sapevo…». E ancora: «Era figlio di un anarchico di Siviglia che era scappato in Argentina. Tornati in Europa, Helenio aveva ormai 10 anni, andarono poi a vivere in Marocco, a Casablanca. Dunque a casa parlava spagnolo, frequentava la scuola francese e per strada parlottava in arabo. Andava al mercato con la mamma e rimaneva ipnotizzato dai guaritori che strofinavano le zampe di camaleonte o le pietre preziose su una frattura che, per magia, spariva. Si convinse che credendo veramente in qualcosa niente era impossibile. E trasferì questa filosofia nel calcio… Praticava lo yoga, leggeva libri sul buddismo, era cultore della dietetica a livello accademico, e a quei tempi non lo faceva nessuno. Ha educato i giocatori a condurre una vita sana, a mangiare cose semplici. In ritiro giocavano a scacchi ed erano obbligati a studiare l’inglese. Avanti anni luce, per questo lo prendevano per matto… In certe cose era tremendo. Guidava in modo spericolato, era sordo e non ci vedeva bene, non sentendolo per giorni me l’immaginavo sprofondato in un burrone. Invece era in una stanza d’albergo con un’altra. Era gelosissimo, dispotico, bugiardo. Non falso, non ipocrita, ma bugiardo tantissimo . Mi spiego: la verità era la sua parola. Mentiva credendo di essere egli stesso la verità. Era retto e scorretto: giusto, onesto, eppure molto maleducato». Splendido il ritratto umano di Accaccone, secondo le confidenze di Fiora Gandolfi. Quanto ad H.H. allenatore, riferisco ciò che dice l’impertinente Mariolino Corso: «Durante le partite tutti lo vedevano correre, agitarsi e urlare… e pensavano, chissà quali consigli tattici! Invece gridava solo forza Inter…». E Gianni Brera: «Accaccone? Buffone e genio, cialtrone e asceta, manigoldo e competente, becero e salutista».

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