Coronavirus, secondo uno studio inglese c’è un possibile rischio dalle acque reflue

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La potenziale diffusione di Covid-19 attraverso le acque reflue non deve essere trascurata nella battaglia contro la pandemia per proteggere la salute umana. Lo sostengono i biologi dell’Università di Stirling, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Environment International per rendere noti i risultati delle loro analisi, basate sugli esperimenti nelle acque reflue del Regno Unito. “Anche se il sistema fognario potrebbe rivelare informazioni utili sulla diffusione dell’epidemia, potrebbe anche comportare un discreto rischio di trasmissione”, commenta Richard Quilliam, della facoltà di Scienze naturali presso l’Università di Stirling. “Sappiamo che Sars-CoV-2 si trasmette tramite oggetti o materiale genetico che trasporti l’infezione, non è ancora noto se il virus possa essere trasmesso attraverso la via fecale-orale, ma studi recenti hanno evidenziato la presenza di Covid-19 nelle feci, e lo spargimento virale del sistema digestivo può durare più a lungo di quello del tratto respiratorio”, prosegue il ricercatore.
   “Il problema principale è che una percentuale significativa di pazienti con coronavirus è asintomatica, o manifesta sintomi molto lievi, per questo esiste il rischio elevato di contagio. La mancanza di test inoltre rende complessa la previsione della portata della diffusione potenziale e delle implicazioni per la salute pubblica”, aggiunge Manfred Weidmann della Heather Purshouse. “La conformazione del virus inoltre sembra tale da suggerire un comportamento diverso del morbo in un ambiente acquoso. Alcuni coronavirus possono rimanere attivi nelle acque reflue per circa 14 giorni, a seconda delle condizioni ambientali”, precisa Vanessa Moresco della Heather Purshouse. “Non abbiamo compreso del tutto come avvenga il trasporto delle particelle virali, ma il rischio potrebbe essere ancora più elevato nelle zone con scarse misure igieniche e sistemi sanitari nazionali fragili”, aggiunge Zoe O’Hara, terza firma dell’articolo.
   “Dobbiamo continuare a indagare per espandere la nostra comprensione del virus e degli aspetti che ancora sono confusi. Inoltre, dobbiamo quantificare il rischio rappresentato dalle acque reflue per agire rapidamente e mettere in atto misure di controllo per il materiale potenzialmente infettivo”, concludono i ricercatori.

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