Quella volta che mi disse / Paolo Mantovani

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«I miei rapitori io li ho pagati subito. Volevo salvare la pelle, senza stress»

Il petroliere mi confidò una vicenda che ha dell’incredibile: «Mi hanno preso e fatto salire su un’auto. Ho detto ai sequestratori: mi accompagnate in banca? Prelevo, se posso, quello che volete e la finiamo. Senza pericoli»

(di Cesare Lanza per LaVerità) Nei tanti anni vissuti a Genova ho avuto l’opportunità di conoscerlo bene, Paolo Mantovani. E ci sono due episodi – legati ai rapimenti, erano gli anni Settanta e Ottanta – che mi sono rimasti in mente e ben descrivono gli aspetti straordinari del suo temperamento. Una volta ero invitato a pranzo da lui nella sua bella villa di Sant’Ilario. Quando arrivai, era immerso in una conversazione, privata e delicata, con Mauro De André, un avvocato famoso, suo collaboratore e amico. Stavano discutendo del rapimento del fratello di Mauro, Fabrizio, il celebre cantautore. Precisamente, dell’entità del riscatto chiesto dai rapitori, per liberare Faber e la moglie Dori Ghezzi, prigionieri in Sardegna. Era l’autunno 1979, il rapimento durò 116 giorni. All’inizio era stata richiesta una cifra enorme: due miliardi. Dissi perciò a Mantovani e a De André che avrei aspettato la fine del colloquio in un’altra stanza, ma lui mi rispose: «Resti, sappiamo che lei è una persona corretta, perciò non utilizzerà giornalisticamente ciò che ascolta». Anche Mauro De André non fece obiezioni. Mantovani, secondo il suo carattere, era propenso a chiudere subito. In seguito ebbi numerose conferme che il personaggio era abituato a decidere rapidamente. Sempre. Nelle piccole e grandi questioni, anche le più grandi e drammatiche. Quanto ai rapimenti, un’altra volta Mantovani mi raccontò una storia che tuttora mi sembra inverosimile. Cominciò con confidarmi ciò che sembrava una semplice opinione: «Non capisco», disse, «perché coloro che siano in grado di farlo non paghino subito: senza trattative, senza tante storie. La realtà va sempre accettata. I rapitori hanno il coltello dalla parte del manico. E si tratta, per i rapiti, di salvare la pelle. Senza contare lo stress, lo choc, le sofferenze, sia del rapito, sia delle famiglie. Non è solo questione di soldi». Ne parlammo qualche minuto, poi di colpo aggiunse: «Le faccio una confidenza. Per quanto mi riguarda mi sono regolato proprio così. Sono stato rapito, mi sono trovato in un’auto. Ho detto ai rapitori: perché fare il solito casino? Ditemi quanto volete, prendetevi le vostre garanzie, e ci mettiamo d’accordo. Mi accompagnate in banca: prelevo, se posso, quello che volete e la finiamo lì! Senza rischi per voi e senza paura e pericolo per me…». E così fu, mi disse: tutto si concluse in un paio di ore. Diciamolo: oggettivamente, è inverosimile. Gli riversai addosso le solite domande fondamentali per un giornalista: chi, dove, come, quando, perché. Ma lui non aggiunse una parola. Sia allora, sia adesso la domanda che mi faccio è sempre questa: il rapimento era successo veramente, o era la descrizione di come si sarebbe comportato, nel caso fosse stato rapito? In cuor mio, da subito ho deciso di credergli. Chiunque altro sarebbe stato non credibile. Ma Mantovani era Mantovani! Impossibile non credergli.

C’è anche un altro episodio, che mi riguarda, assolutamente significativo. Un giorno – era un venerdì – andai a parlargli dei miei problemi editoriali: avevo un settimanale, che si chiamava Il Buongiorno, e una piccola televisione locale. Gli proposi di diventare mio socio e di contribuire a irrobustire la società. Mi ascoltò e disse subito: «Mi piace, mi convince. Si può fare». Potete immaginare la mia felicità! Perché avevo trovato il partner, il riferimento ideale. Mi disse che ci saremmo rivisti dopo una settimana, al ritorno da un suo viaggio di lavoro. Invece, ahimè, mi telefonò due giorni dopo. Domenica. Era in un Paese arabo, per acquistare petrolio (la sua specialità). «La chiamo con urgenza perché non voglio che lei si trovi in difficoltà sulla base di ciò che le avevo promesso. Purtroppo è intervenuto qualcosa che mi induce a rinunciare. L’iniziativa è ottima, ma ci sono problemi che mi bloccano. Non posso dirglielo, né adesso né in futuro. Perciò mi scuso, volevo informarla appena possibile». Non ne parlammo più. Mi chiesi spesso che cosa gli avesse fatto cambiare idea. A quell’epoca aveva qualche problema giudiziario, da cui poi uscì del tutto indenne. Forse non voleva esporsi? O forse temeva, appoggiandomi, di urtare il giornale di Genova dominante allora, e oggi, Il Secolo XIX? Non posso escluderlo, ma direi di no: Mantovani non era uomo da aver timore di qualcosa o di qualcuno.

Solo due volte, nel campionato di calcio italiano, fu accettata una rivoluzionaria novità: il sorteggio totale, cioè senza condizioni né restrizioni, per la designazione degli arbitri. E tutte e due le volte lo scudetto fu vinto da due club provinciali, la Sampdoria e il Verona. Il miracolo sampdoriano è giustamente attribuito alle qualità del presidente-proprietario: appunto il petroliere Paolo Mantovani. Atipico. Intelligente e intuitivo. Tanto visionario quanto concreto. Decisionista. Sono genoano, ma devo ammettere che la Sampdoria, costruita da Mantovani in pochi anni, è stata una squadra formidabile, rimasta nella storia del calcio. L’allenatore era lo slavo Vujadin Boskov, leggendario per la sua ironia, nemico delle polemiche inutili. La squadra era incentrata sui «gemelli del gol», il cocco di Mantovani, Roberto Mancini, e Gianluca Vialli. Lo scudetto, meritatissimo, arrivò nel 1991. E c’erano altri campioni formidabili: il portiere Gianluca Pagliuca, il difensore centrale Pietro Vierchowod, il centrocampista Toninho Cerezo… Una squadra che riuscì a prevalere sul fantastico Milan di Paolo Maldini e Franco Baresi, di Marco Van Basten e Ruud Gullit: vinse la Supercoppa italiana e arrivò alla finale di Champions league, si arrese solo al Barcellona. Per me era avvincente anche il suo linguaggio: capacità di sintesi, ironia e autoironia. Una volta mi disse: «Quando ho cominciato in serie B, con la Sampdoria, ho sofferto come una bestia. E allora ho deciso di farne una grande squadra». Ecco altri scampoli: «Perché proprio la Sampdoria? Nessuno mi ha mai chiesto perché ho scelto mia moglie, tra le tante. E qui a Genova c’erano appena due squadre…». «I tifosi della Sampdoria hanno perso a Wembley e hanno cantato, hanno visto andare via Vialli e hanno cantato. Finché i tifosi della Sampdoria canteranno non ci saranno problemi per il futuro». «L’unica cosa di cui non sono pentito, nella mia vita, è di essere diventato presidente della Sampdoria». «Mancini? Per non vederlo più alla Sampdoria deve succedere qualcosa: o muore lui o muoio io; o smetto io, o smette lui». «Eravamo specialisti in sofferenze, da tanti anni ormai alla Sampdoria. Ora cerchiamo di specializzarci in gioie». «Quando ho preso la Sampdoria ho assunto anche tre impegni. Uno di carattere personale; il secondo non sentire più i tifosi urlare “serie A!”, il terzo riempire lo stadio. Credo di averli onorati tutti e tre».

È anche interessante ciò che è stato detto di lui. Roberto Mancini (ora commissario tecnico della Nazionale): «Con Paolo Mantovani avevo un feeling incredibile, posso dire che lo amavo alla follia… Sono rimasto quindici anni alla Sampdoria. Avrei avuto molte opportunità all’estero, ma non sono andato per amore della famiglia Mantovani». E ancora: «Il presidente i soldi non li regalava, ma sapeva riconoscere i meriti e li premiava. Si presentò l’emissario della Juventus, la squadra per la quale da ragazzino facevo il tifo. Era convinto che avrei accettato al volo l’offerta di Giampiero Boniperti e ci restò malissimo quando seppe che mi ero già impegnato con la Sampdoria. Mai mi sono pentito di quella scelta… Sono diventato il giocatore con più presenze nella storia della Sampdoria, ho giocato con la maglia blucerchiata per quindici anni e se il presidente non fosse morto probabilmente non me ne sarei mai andato. Insomma sono stato una bandiera. Hanno scritto che Paolo Mantovani per me è stato un secondo padre e che io ero diventato per lui il quinto figlio. C’è del vero, lo dico con rispetto verso mio padre e i suoi figli. A chi mi domanda che cosa aveva di speciale il presidente, rispondo: il rispetto verso tutti. Lo dava e lo chiedeva. Pretendeva da noi calciatori e da tutti coloro che facevano parte della società lavoro, serietà e rispetto delle regole. Sapeva essere duro, se necessario, ma aveva slanci di estrema dolcezza. Uno come lui non esisterà più. Forse era più un papà che un datore di lavoro». Gianluca Vialli: «Per noi aveva sempre tempo, era una guida, un supporto, potevamo discutere di tutto, di calcio certamente ma anche di ragazze (argomento di cui parlavamo sempre volentieri), di sogni e di progetti. Sì perché quando hai 20 anni hai bisogno di sostegno come una barca ha bisogno di un timone e lui era lì, sempre, pronto a dispensare consigli, quelli giusti. Riusciva a esserci per tutti noi, sapeva indirizzarci nelle scelte. Ci sentivamo difesi da quell’uomo forte, dalla presenza importante e all’occorrenza severo». E Gianluca Pagliuca: «Mantovani diceva che mi avevano comprato dal cielo perché fui vittima di un incidente stradale nel ’93 in cui rischiai la vita. Mi salvò l’airbag e sicuramente anche il Padreterno, perché è stato un miracolo averla scampata». Gli allenatori. Renzo Ulivieri: «Ho imparato molto da Mantovani: come gestire la squadra, i rapporti con l’ambiente e con i tifosi. Da un certo punto di vista avrei dovuto io… pagare lui». Morì a soli 63 anni, troppo presto: certamente sarebbe stato protagonista per altri lustri. Era nato a Roma il 9 aprile 1930, si spense a Genova il 14 ottobre 1993. Aveva guidato la Sampdoria per 14 anni, 3 mesi e11 giorni. I funerali furono spettacolari. Erano presenti 40.000 persone tra cui Beppe Baresi, Ciro Ferrara, Giuseppe Giannini, Beppe Bergomi, naturalmente Mancini. Per desideriol del presidente lai cerimonia funebre! avvenne in stile «jazz funeral», giunse appositamente da New Orleans la Heritagehall marching band che suonò What friend we have in Jesus. Si scrisse che non fu soltanto un funerale, «quel giorno si recitò il de profundis per un calcio a dimensione d’uomo, non ancora sprofondata nell’orgia del business». Era presente anche Aldo Spinelli presidente del Genoa, con il squadra al completo e centinaia di tifosi genoani, commossi sinceramente nonostante la storica rivalità con la Sampdoria.

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