Quella volta che mi disse / Bettino Craxi

Share

«De Gaulle andava forse in discoteca alla vigilia di un’elezione cruciale?»

Il simbolo della «Milano da bere» raccontava barzellette ai cronisti (che non le capivano) ma guai a prendere alla leggera le cose importanti per lui. A partire dalla politica. E da quella libertà che «equivale alla mia vita»

(di Cesare Lanza per LaVerità) «La mia libertà equivale alla mia vita». Questa è la frase che la famiglia di Bettino Craxi ha voluto sulla lapide della sua tomba, nel cimitero cristiano di Hammamet. Ma è anche una frase che mi disse molte volte, quando lo incontravo e nei discorsi si inserivano riferimenti a valori importanti. La libertà era sempre al primo posto e lui pronunciava questa frase senza retorica né sussiego: come se fosse il suo biglietto da visita, nome e cognome, l’indirizzo, la sua identità. Scandiva semplicemente, secondo il suo modo di esprimersi, a bassa voce, e con una piccola pausa, prima di accennare alla vita. Avrei voluto rievocare questi ricordi qualche settimana fa, quando l’attenzione del pubblico era coinvolta diffusamente, per la ricorrenza della morte di Bettino vent’anni fa, il 19 gennaio 2000, e per l’uscita del film sui suoi ultimi giorni di vita. Ho voluto molto bene a Bettino, con stima e rispetto. Voglio solo ribadire, anche in questa occasione, che l’esule – sottolineo esule – non ebbe, non trovò neanche in morte la serenità, la pace che mai ebbe in vita, quando fu tormentato continuamente da ostilità d’ogni tipo. Ma sono convinto che tempo gli renderà giustizia. Avrei voluto scrivere di lui qualche settimana fa, ma il film, Hammamet, davvero pessimo, mi indignò. Craxi è stato un gigante politico, avrebbe meritato ben altro. Non mi interessano le mille malignità che sono state scritte sulla sua onestà, le accuse, le condanne, i processi, la veemenza di attacchi e insulti. Mi interessa la complessità storica. Craxi è stato incompiuto. Un personaggio romantico: nella irresistibile ascesa, nella drammatica decadenza. Dominatore della scena italiana con un modesto pacchetto di voti, ma sorretto da un’intelligenza tattica determinante. Rispettato, o temuto, nel mondo. Con lui l’Italia era diventata la quinta potenza industriale del pianeta. Ma aveva troppi nemici. È stato vittima di crudeltà e ingiustizie inspiegabili. Aveva il diabete, il cuore in disordine, un tumore: gli fu rifiutato di curarsi in Italia. Era un esule, ma considerato un criminale latitante, e tuttavia alla famiglia, che giustamente rifiutò, fu poi offerto l’onore dei funerali di Stato. Preferisco perciò, nel ricordare tante cose interessanti che mi disse, cominciare da due episodi divertenti. Una volta ero al seguito di un suo viaggio ufficiale negli Stati Uniti. A Washington. Nello stesso albergo, ma il suo appartamento era inviolabile, protetto dalla sua scorta e dalle guardie di sicurezza americane. Almeno cinque o sei custodi. All’epoca, cioè quarantanni fa, avevo una energia fisica è una sfrontatezza che oggi neanche mi sogno di notte. Perciò, una mattina, mi infilai in ascensore con lui, lasciando credere alle guardie – per la disinvoltura – che facessi parte dello staff. Bettino mi squadrò allegramente e mi disse: «Che diavolo ci fai, qui? Scommetto che sei a caccia di qualche lodoletta, eh?». Prima che avessi il tempo di rispondere, una guardia capì che ero un giornalista arrembante, fermò l’ascensore privato e mi intimò di uscire. Bettino sogghignò: «Povera lodoletta, ti è andata male!». E quella curiosa espressione è rimasta, fino a poco tempo fa, un tormento tra i miei amici: «Come vanno le lodolette, oggi?», «Nessuna lodoletta?», «Arrivano le lodolette?». E così via. In quello stesso viaggio a Washington, Craxi (di buon umore, non gli capitava spesso) si fermò nell’atrio dell’albergo, assaltato dai giornalisti. «Calma, calma!», disse. «Non è una conferenza stampa… Se volete vi racconto una barzelletta». E tutti lo circondarono con curiosità. Bettino cominciò a parlare. Il suo problema è che sempre – sempre! -indugiava in qualche sua tipica pausa, più o meno come Adriano Celentano. Quindi, dopo un minuto, alla fine di una pausa, quasi tutti giornalisti scoppiarono a ridere. Bettino di rabbuiò e fissò me (forse perché ero rimasto in silenzio): «E che diamine!», sbottò. «Dì ai tuoi colleghi che almeno mi lascino finire, prima di ridere». Aggiungo solo che quando lui e Ronald Reagan si presentarono alla stampa, fianco a fianco, in piedi, per la tradizionale conferenza, Bettino mi sembrava il presidente degli Stati Uniti, e non Reagan: per l’autorevolezza, lo stile, il modo di parlare.

L’INVITO DI PILLITTERI

Nelle ultime elezioni prima di Tangentopoli, inizio anni Novanta, quelle che segnarono la fine dell’alleanza e del predominio al governo del cosiddetto Caf (Craxi-Andreotti-Forlani), ero andato nel suo ufficio in piazza Duomo a Milano. Era sera, quasi alla vigilia del voto. Paolo Pillitteri, suo cognato, mi aveva chiesto di cercare di convincere Bettino a passare in una discoteca dove si svolgeva una festa elettorale dei socialisti. Anche Gianvito Lo Maglio, all’epoca assistente di Pillitteri, aveva insistito. Ricordo perfettamente quella scena, Craxi firmava e rispondeva a monosillabi, io due o tre volte e non oso dire quattro, gli ho detto: «Dai, rilassati un attimo, raggiungiamo gli amici alla festa…». Finalmente si fermò, come di consueto con gli occhiali sulla punta del naso, un dito puntato verso l’alto, e mi disse: «Senti un po’, secondo te De Gaulle sarebbe andato in una discoteca, alla vigilia di elezioni cruciali?». Probabilmente vide il mio sguardo sconcertato – eravamo nella «Milano da bere», non si sentiva il profumo di De Gaulle – e perciò tenne alto il dito e insisté: «Pensi che abbiamo tempo da perdere? Il generale De Gaulle non parlava quasi mai più di cinque minuti. Parlava di cose semplici e chiare: la gente non ha tempo da perdere». Ammutolii, o quasi. Con l’acquisizione del potere, Craxi era diventato molto sicuro di sé. Quando diventò capo del governo, ad esempio, Antonio Ghirelli mi raccontò questo significativo episodio: «Affrontammo il nostro primo viaggio all’estero, in Germania. E io avevo perso buona parte della notte a preparargli appunti per ogni evenienza. In aereo gli diedi il mio lavoro, ma lui mi allontanò con un gesto. “Bene, bene”, mi disse, “ma adesso lasciami riposare un po'”. E quegli appunti non li lesse mai! Con la coda dell’occhio sbirciavo Giulio Andreotti nella poltrona a fianco: leggeva meticolosamente gli appunti che qualcuno aveva preparato per lui».

«NEMMENO LE CANNONATE»

A metà degli anni Settanta, non era così. Molti lettori non ci crederanno, ma fu lui, Craxi, a chiedere di conoscermi. Lui era reduce dalla storica sconfitta del partito socialista guidato da Franesco De Martino, che aveva impostato assurdamente la campagna elettorale più o meno su questa linea: sempre a fianco, sempre uniti con il Partito comunista. E il Psi di conseguenza era stato abbandonato da molti suoi elettori: tanto valeva votare direttamente comunista. A quel tempo, avevo una forte amicizia affettiva con Lina Sotis: Craxi la conosceva bene e le chiese di organizzare un incontro. Ci trovammo in tre, nella casa di Lina, in via della Spiga. Bettino era timido, teneva gli occhi bassi, le mani perfino un po’ sudaticce. Ben diverso dal leader che poi sarebbe diventato, in pochi anni. Ma il cervello era quello. Mantengo un ricordo straordinario, esaltante e mortificante di quel pranzo. Dirigevo a Milano un giornale importante e sottovalutai totalmente Craxi. Peggio: lo considerai un mezzo pazzo, un esaltato, come erano e come sono molti personaggi politici. Bettino, occhi bassi e voce timida, mi disegnò ciò che sarebbe successo in Italia nei dieci anni seguenti. L’indispensabile autonomia dei socialisti rispetto ai comunisti. L’elezione di un presidente della Repubblica socialista: non fece il nome di Sandro Pertini (il suo candidato era un altro). L’inevitabilità di un governo a guida laica. E l’avvento di un premier socialista. Craxi non fece il suo nome: non disse che presto sarebbe diventato il successore di De Martino e tanto meno che dopo qualche anno sarebbe toccato a lui guidare il governo. Ma mese per mese le sue previsioni si avverarono, l’autonomia socialista si affermò perentoriamente, Pertini arrivò al Quirinale, Giovanni Spadolini fu il primo laico a insediarsi al governo e poi toccò proprio a lui, Craxi, entrare da vincente a Palazzo Chigi. Diventò per me il politico del quale avere stima, e si creò anche una certa amicizia. Per qualche settimana ancora, dopo quel pranzo, il mio giornale – il Corriere d’Informazione prese sotto gamba Craxi, poi un giorno mi telefonò un suo amico: «Te lo dico per simpatia, non conoscete quell’uomo, ci vorranno le cannonate per schiodarlo dai ruoli che contano». Craxi era diventato intanto segretario del garofano e tutti o quasi, nel mondo politico, avevano preso gusto a considerarlo un travicello in pugno a coloro che lo avevano eletto, per far fuori De Martino. E cioè Giacomo Mancini, Gianni De Michelis, Claudio Signorile… Non ci furono cannonate per eliminarlo, ma qualcosa di oscuro penso di sì. Penso agli Stati Uniti e alla umiliazione che incassarono quando Craxi rifiutò di consegnare a Reagan i terroristi catturati su territorio italiano (molto interessante il libro di Marcello Sorgi sulla fine di Bettino).

DA ANDREOTTI A MAZZINI

Ricordo infine alcune frasi di Craxi, che ben lo descrivono. Di Andreotti: «È una volpe. Ma prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria». Di Beppe Grillo: «Con noi è stato molto ingiusto, ma il ragazzo saprà ravvedersi e ricredersi, e noi saremo pronti a perdonarlo dei suoi peccati». Di una certa magistratura: «Quando i giudici si proclamano sacerdoti di una “rivoluzione”, quando si appellano ai sentimenti della piazza, aizzati da chi ha un suo specifico motivo per farlo, la giustizia ha già perso le sue virtù». Di Giuseppe Mazzini: «Quando Mazzini, nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell’ideale dell’unità ed era nella disperazione per come affrontare il potere, lui, un uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva e disegnava e progettava gli assassini politici. Questa è la verità della storia». Dei cattolici (non era credente, però…): «Tra l’altro non va affatto trascurato un problema che anzi assume sul terreno politico e in rapporto al tema della libertà, una funzione di preminenza: mi riferisco al problema della libertà politica dei cattolici». Dei conflitti: «Non ci può essere una vera pace fino a quando permangono in molte parti del mondo crisi acute che minacciano di allargarsi, coinvolgendo nuovi Paesi, e che esasperano il sempre difficile confronto fra Est e Ovest».

Share
Share