Quella volta che mi disse / Umberto Agnelli

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«Per riuscire il silenzio è d’obbligo. Parlare è arroganza o vanagloria»

II fratello più giovane dell’Avvocato era considerato un grigio mentre era più intelligente, positivo e più serio Ma del maggiore diceva: «Lo invidio, è capace di liquidare qualsiasi argomento con una battuta e un sorriso

(di Cesare Lanza per Il Quotidiano del Sud) Ogni volta che penso a Umberto Agnelli, mi è inevitabile il confronto con il suo, ben più famoso, fratello Gianni. Il confronto certo non viene in mente solo a me, ma a tutti coloro che si sono occupati della celebre dinastia torinese. Solo a pochi, come me, credo però che nel confronto risulti superiore Umberto. Gianni era vistoso, spregiudicato, sempre alla ribalta, ammirato in tutto il mondo senza particolari meriti: lo chiamavano l’Avvocato anche se non lo era, con una semplice laurea in giurisprudenza. Aveva però carisma, eleganza, era un conquistatore di consensi maschili e di cuori femminili, era razionale e anche cinico, famoso e imitato per le sue eccentricità nel vestirsi, nei comportamenti, nelle perfide battute. Umberto adorava il fratello come se fosse un papà – era più giovane di tredici anni -, rispettoso, ubbidiente, ma era esattamente l’opposto. Gianni sempre avanti di un passo, anche due, forse dieci; Umberto schivo e riservato, un passo indietro, nell’ombra. Ma era colto, schivo e silenzioso, intelligente, capace di disegnare progetti e strategie. Gianni ebbe un grandioso successo, esagerato e immeritato; Umberto non ebbe, nella giusta misura, i riconoscimenti che avrebbe meritato. Negli anni Settanta, Umberto Agnelli fu senatore della Repubblica, nelle file della Democrazia cristiana. E fu la mente dietro la «marcia dei 40.000», che mise fine al dominio dei sindacati in Fiat. Sceso in politica per riformare l’Italia e la De, abbandonò il progetto, i sogni e l’illusione nel giro di tre anni. Più intelligente? Più serio? Più infelice? Mi piacerebbe, scrivendo di Umberto Agnelli (1934-2004) scegliere l’aggettivo più opportuno. «È proprio questo l’errore», mi ha detto un amico, che ha lavorato in Fiat e ha conosciuto bene, giorno per giorno, i due Agnelli. «Il confronto è ingiusto, anzi improponibile. Basta dire che Gianni era un uomo di prima della seconda guerra mondiale, Umberto invece del dopoguerra». Rispettabile opinione, non dico di no. Ma anch’io ho conosciuto i fratelli e ribadisco, penso che Umberto sia stato un personaggio più intelligente, positivo e più serio di Gianni.

E, nonostante l’apparenza malinconica, forse anche meno infelice, rispetto allo scintillante e pirotecnico fratello maggiore. «È vero, parlo poco. Forse per pudore e forse perché non ho molto da dire. E poi non saprei essere sintetico: invidio Gianni, capace di liquidare qualsiasi argomento con una battuta e un sorriso. Lui ha il senso dell’umorismo». Ho incontrato l’Avvocato una decina di volte, più raramente Umberto, però in un’occasione molto significativa, quando si candidò al Senato. Umberto mi apparve molto lucido, profondo, realista, con qualità strategica. Gianni era impulsivo, pronto a semplificazioni brillanti o ciniche, deformate dallo snobismo. Insomma Umberto non portava la cravatta sopra il pullover, né l’orologio al polso destro, e non si tuffava nudo in Costa Azzurra, non improvvisava battute brillanti… Misurato e pronto a defilarsi. Quanto all’essere infelice, sono convinto che Gianni lo fosse profondamente, e in misura grave. Il suo incubo costante – la noia – era sotto gli occhi di tutti. Ben altra personalità – soffocata da un’identità descritta come grigia – aveva Umberto! Era positivo, forte, determinato. E ingenuo, creativo, ottimista. Lo incontrai nel 1976 quando si candidò per il Senato nella Democrazia cristiana. Ero direttore del Corriere d’Informazione, a Milano. A Torino trovai il giovane Agnelli aveva 42 anni – in gran forma. Determinato, appassionato ma senza eccessi, sorridente. Non mi annunciò formalmente la discesa in campo. Ma che quella fosse l’intenzione, era chiaro. Voleva riformare il partito, modernizzare la De e di conseguenza l’Italia, introdurre razionalità nella politica economica. Mi trovai di fronte alla prospettiva di decisioni clamorose. Scrissi tutto in un articolo che andava – avevo cercato di interpretare le mezze parole – al di là del colloquio. Aggiunsi che profilava un obiettivo grandioso: la possibile ascesa, in politica, fino alla guida della Dc. Umberto aveva già mostrato con chiarezza, in Fiat, un temperamento innovatore, incline alle riforme, come, almeno a parole, l’osannato fratello. Ma tutti e due incontravano una forte resistenza, silenziosa, nella barriera di molti dirigenti conservatori capeggiati da Niccolò Gioia, emulo di Vittorio Valletta, artefice della grandezza della Fiat. Poi Valletta era stato messo in pensione quando Gianni era entrato in campo. Ma la linea aziendale vallettiana, molto restia alle novità, era prevalente in Fiat. Altra riflessione: si trattava anche di dare un ruolo al settimo dei fratelli Agnelli, l’ultimo dei figli di Edoardo e di Virginia Bourbon del Monte di San Faustino, dopo Clara, Giovanni, Susanna, Maria Sole, Cristiana e Giorgio. Fino alla svolta politica, Umberto aveva avuto incarichi importanti, ma oscurati dalla figura di Gianni, verso il quale aveva una devozione, ribadisco, di sentimenti quasi filiali. Umberto era stato presidente, a soli 22 anni, della Juventus, mantenendo l’incarico fino al 1962; aveva vinto tre scudetti, era stato presidente della Federazione calcio. «Il calcio dà gioia. Campioni come Omar Sivori, il prediletto di mio fratello Gianni, illuminano le partite. Ma anche Giampiero Boniperti, il più intelligente, e John Charles, l’atleta più corretto che abbia mai visto in campo…».

Successivamente, era stato leader della Sai, la società assicurativa di famiglia, della Piaggio e della Simca, con una lunga e preziosa esperienza in Francia, che diventò per la Fiat il secondo mercato. Lo spessore del personaggio – incompreso – si evince da altri episodi. Nel 1968 tornò in Italia e diventò il collaboratore più stretto di Gianni. Tentarono e introdussero un radicale smembramento dell’organizzazione di lavoro imposta da Valletta. Dal 1970 al 1976, fino al giorno in cui entrò in politica, Umberto era stato anche ad della Fiat. Al di fuori dell’azienda si vivevano anni che condizionavano tutti, anche la Fiat: la rivoluzione studentesca, la conflittualità sindacale, le Brigate rosse. Umberto era l’osservatore più acuto e aveva svolto un eccellente lavoro, con pazienza e tenacia, per convincere tutti che la Fiat era entrata in crisi, e nessuno ancora lo aveva capito. Dall’estero la concorrenza era devastante. Umberto fu il primo a capire che dietro l’angolo c’era il baratro. Le drammatiche prospettive finanziarie furono fronteggiate con l’annuncio dell’ingresso della Libia nel capitale, una quota del 9,7% venduta per 415 milioni di dollari. In politica, nelle liste di Roma, Umberto aveva già conquistato il suo bel posto di senatore, con 50.000 preferenze. Ma non era stata una partita facile. Era stato obbligato a presentarsi a Roma, osteggiato da alcuni big democristiani: ad esempio, Carlo Donat-Cattin impedì che la candidatura fosse presentata a Torino, piazza politica del ruvido ministro. L’esperienza in Senato durò poco, fino al termine di una legislatura troppo breve, E le illusioni di formare la politica, il Dc e l’Italia erano svanite via via. Fu eletto il 20 giugno 1976 e lasciò il seggio esattamente 3 anni dopo, il 19 giugno 1979.

Gli chiesi – più di una volta perché non volesse mai attribuirsi i successi che otteneva, nel calcio a guida della Juventus e nella Fiat a guida dell’azienda. Era elusivo, solo una volta – all’inizio della sua breve esperienza politica – si lasciò andare: «Forse ha ragione, ma non è solo questione di modestia o di riservatezza. Dipende dal carattere… Penso che la cosa più importante sia il risultato. Per raggiungerlo, il silenzio è fondamentale. Parlare prima, è arroganza. Durante, si rischia di dare vantaggi agli avversari. Farlo dopo, è vanagloria». Nel frattempo i due Agnelli avevano insediato Carlo De Benedetti alla guida della loro azienda, Umberto era suo amico e coetaneo. Cdb in Fiat andò per le spicce, dopo due giorni cacciò Gian Mario Rossignolo e Vittorio Chiusano. Fece ciò che Umberto avrebbe voluto fare, ma dopo cento giorni fu estromesso lui, tra varie congetture, tuttora irrisolte. Carlo De Benedetti ha raccontato al Foglio che, dopo la sua rottura con la Fiat, lui e Umberto non si sono mai più parlati, mentre incontrava spesso Gianni a Saint Moritz e ancor più spesso l’Avvocato lo chiamava al telefono («Credo che lo facesse soprattutto come un dispetto a Cesare Romiti»). L’influenza di Umberto fu decisiva per il licenziamento nel 1979 dei 61 operai considerati contigui a iniziative terroristiche; per l’attacco all’assenteismo e il blocco delle assunzioni. Il cedimento sindacale diventò una resa dopo la mitica «marcia silenziosa dei 40.000». Luciano Lama e Bruno Trentin avevano tentato una mediazione, Pierre Carniti aveva proclamato «Bravi, ma io in piazza ne porterò 150.000», Giorgio Benvenuto aveva lanciato lo slogan «0 la Fiat molla o molla la Fiat». Ed Enrico Berlinguer aveva annunciato che, in caso di occupazione delle fabbriche, si sarebbe schierato a fianco dei lavoratori. Tutto inutile, i quadri non ne potevano più dei picchetti che bloccavano l’azienda. La svolta non era frenabile. Eppure in ballo c’erano 14.449 licenziati, poi trasformati in cassa integrazione. Del successo della marcia silenziosa, organizzata da Luigi Arisio, rivendicò il merito Cesare Romiti. Ma dietro tutto c’era la mano e il cervello di Umberto, 11 più attento (e silenzioso). Quando Enrico Cuccia impose la nomina di Cesare Romiti, Umberto non reagì: sapeva accettare ingiustizie e sofferenza. Non solo in azienda. Nel 1997 suo figlio, Giovanni Alberto, morì per un male incurabile. Affetto da carcinoma polmonare, Umberto si spense il 27 maggio 2004 nella sua residenza della Mandria (vicino a Torino).

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