Sistema Italia, prova di Stato

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Il virus è entrato in casa, si è persa una battaglia ma adesso bisogna vincere la guerra e l’esercito da mandare in campo è quello dello Stato italiano. Il mondo aperto ha bisogno di uno Stato globale non di capetti della politica che fanno la caccia all’untore

(di Roberto Napoletano per Il Quotidiano del Sud) Punto 1. Un esame di coscienza per tutti. Facciamolo senza volontà di speculare. Siamo di fronte a qualcosa che assomiglia alla peste manzoniana prima della rivoluzione medica che costringeva donne e uomini a fare i conti con se stessi. Si faccia squadra e ci si affidi al Sistema Italia perché non ci sono più segnali da interpretare dal cielo ma cose da fare insieme in quanto la rivoluzione medica e il mondo globalizzato hanno cambiato tutto. Sentire il Governatore del Veneto, Zaia, invocare linee nazionali uniformi risolleva lo spirito e certifica il ruolo insostituibile dello Stato su sicurezza sanitaria e igiene pubblica. Sono materie delicate. Appartengono per definizione alla rete dei servizi pubblici e non sono delegabili a pur prestigiosi centri di ricerca e cura privati.

Di fronte a sfide così complicate le scorciatoie regionaliste e le teorie sull’eccellenza risolutrice della medicina privata mostrano la corda. Serve lo Stato italiano. Il virus è entrato in casa, si è persa una battaglia, poi si capirà bene perché, ma adesso bisogna vincere la guerra e l’esercito da mandare in campo a combattere è quello dello Stato italiano. Sperando che sia sufficiente. Per la politica italiana e per chi ha la responsabilità di governo è una prova senza appello. Siamo nelle loro mani.

Punto 2. Ha ragione Patrizio Bianchi, leggetelo. Oggi, l’imprevedibile, ma non troppo, coronavirus trova il mondo intero in preda al panico a causa della incredibile impreparazione ad affrontare un rischio di pandemia. Quasi che le istituzioni internazionali e i presìdi nazionali si siano liquefatti nella speranza che il mercato finanziario, il mercato dei servizi, il mercato del sapere, perché no i velleitarismi neo-nazionalisti e neo-regionalisti, possano allontanare da noi l’amaro calice del garantire il bene collettivo contro ogni evenienza. Facciamo i conti con qualcosa che parte dalla Cina profonda e arriva fino ai paesotti della bassa Lombarda o delle colline venete. Chiude bar, uffici, scuole. Questo mondo aperto – nonostante i muri della propaganda – e strettamente interconnesso ha bisogno di uno Stato Globale che garantisca i diritti di base ai cittadini del mondo davanti all’imprevisto senza che capetti della politica più o meno garruli rilancino improbabili cacce all’untore mentre sono costretti a chiudere in stato d’assedio territori lombardi e veneti facendo dell’Italia il Paese con più contagi in Europa e delle sue aree più prosperose quartieri della periferia di Wuhan.

Punto 3. I veri dati sull’infezione non li conosce nessuno e non è ovvio che i cinesi li diano in modo corretto perché oltre una certa quota potrebbero essere ritenuti un affronto al leader maximo. Il virus arreca danni ai trasporti, al turismo, al commercio internazionale, alla finanza. Gli effetti non sono trascurabili, ma gestibili. Qualora i numeri non siano quelli giusti e il contagio si prolunghi nel tempo tedeschi e americani dovranno fare i conti con il fatto che alcuni beni li producono in Cina. Ora vanno avanti con le scorte ma a un certo punto finiranno. Se in quel momento i cinesi continueranno a non uscire di casa allora il problema non sarà più solo quello di un minore commercio internazionale e di una caduta del turismo, ma riguarderà anche l’industria. Meglio non pensarci.

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