Quella volta che mi disse / Camilla Cederna

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«Non ci meritiamo Giovanni Leone come presidente»

Giornalista perfida e raffinata, diresse le vergognose campagne di stampa contro il capo dello Stato e il commissario Calabresi

(di Cesare Lanza per LaVerità) È stata una grandissima giornalista, raffinata, acuta, a volte ineguagliabile nel percepire le novità e le mode del suo tempo. Scrittura sublime. Fine, ironica, tagliente, perfida. Debbo dire di più? Sì. Camilla Cederna, per me, è una spina nel cuore. E penso che questa spina me la trascinerò dentro alla coscienza fino alla fine dei miei giorni. Era la regina dei salotti milanesi, affascinante, irresistibile. Ma fu anche l’artefice, e leader irragionevolmente insuperbita, di campagne di stampa violente, feroci. Si accanì contro il capo dello Stato Giovanni Leone, costretto incredibilmente a dimettersi, e il commissario Luigi Calabresi, ucciso dai terroristi. Un giorno mi disse, nei terribili anni Settanta, con la sua voce lieve: «Dirigi un giornale popolare, importante… Non mi sembra che tu, finora, abbia condiviso ciò che penso del Presidente…». Si riferiva a Leone – con me, non lo nominò mai ch’era, al Quirinale, bersaglio costante della sua offensiva: ironia, più spesso sarcasmo, giudizi, indiscrezioni, retroscena, accuse. Cattiverie e perfidie, potrei dire oggi. Ma è troppo tardi. Non lo nominò mai, Leone, ma ricordavo bene ciò che scriveva. Ad esempio: «Vien spontaneo chiedersi come mai a un uomo così folcloristico, gaffeur e poco dignitoso sia stato riservato un tanto incredibile cursus honorum, sia cioè l’unico in Italia che è stato presidente della Camera, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica». «Non mi offendo, se non la pensi come me», aggiunse quel giorno, con il tono educato, con cui conquistava i suoi ammiratori. «È solo per capire…».

Ho scritto prima: Camilla mi è rimasta come una spina nel cuore. Perché? Ecco: non riuscii a resistere al suo fascino. E mormorai che condividevo. Non me lo perdonerò mai. Ricordo che eravamo a casa sua, in salotto, ricordo un tavolo inverosimilmente pieno di libri usciti di recente. «Non ci meritiamo un presidente così», disse. Ancor oggi, quando parlo con giovani aspiranti giornalisti, consiglio di leggere le raccolte degli articoli di Camilla Cederna, per ispirarsi al suo acume e per apprezzarne lo stile, in apparenza indulgente e distaccato, molto più spesso impertinente, graffiante. Utile leggere qualche suo libro, scegliendo tra le decine che ha pubblicato. In primo luogo, Il lato debole. Si era affermata con articoli sull’Europeo, quando l’editore era il vecchio, geniale Angelo Rizzoli. Il quale, notoriamente, non leggeva i suoi giornali e tanto meno i libri della splendida casa editrice che aveva creato (partendo da zero). Ma sapeva riconoscere giornalisti e scrittori con intuito leggendario. Con Camilla non andò così, non ci furono parole e lo sguardo di Rizzoli non si concentrò sulle sue pupille. Non ricordo più chi mi abbia raccontato questo gustoso aneddoto, forse Giorgio Bocca, forse Gaetano Afeltra. Insomma: Rizzoli non frequentava la redazione dell’Europeo, giornale elitario e intellettuale, preferiva Oggi, settimanale popolare e di altissima tiratura. Un giorno aspettava l’ascensore e gli passò davanti Camilla, bella ed elegante. Rizzoli non la conosceva, si voltò verso chi lo accompagnava e con ammirazione borbottò: «È una nostra giornalista? Ostia! L’è proprio un gran bel culett…».

Ho conosciuto la Cederna nel 1975 quando vivevo con una donna speciale: bellissima, curiosissima, mondanissima. Regina dei salotti la Cederna, reginetta la mia compagna. Ogni settimana, con lei, almeno due ricevimenti, almeno una serata per la musica alla Scala o a una prima teatrale. E poi cene, pranzi, cinema, ricorrenze… Una vita estenuante. Dopo due anni mi stufai e tornai alla mia vita abituale. Ma in quei due anni andavo dovunque e quasi sempre (non sempre!), insieme con i soliti noti, e incontravo la Cederna. Un ricevimento non poteva essere considerato perfetto se non c’era Camilla. Era nata a Milano il 21 gennaio 1911 (si spense sempre a Milano il 5 novembre 1997), aveva l’età di mia madre, anzi perfino un po’ più anziana. Avevo rispetto, forse anche soggezione. E come sempre ero attratto dal talento e dalla bravura. Lei era famosa da tanto tempo, era la musa radical chic di ogni evento importante, cronista perfezionista e, allo stesso tempo, agiva e si esprimeva come un giudice brillante e spietato. Il costume, per lei, era «il riflesso di ogni evoluzione economica, sociale, ideologica e culturale». Nei salotti di questo indelicato argomento non si parlava (sarebbe stato volgare!), ma era nota a tutti la profonda, gelosa rivalità con Oriana Fallaci. Camilla aveva raggiunto il successo ben prima della rivale e inizialmente era stata la Fallaci, non solo privatamente, a detestarla, parlandone con battute taglienti. Poi, il successo di Oriana esplose con riconoscimenti internazionali, forse anche esagerati, e Camilla le dedicò frecciatine al curaro. Su Wimbledon, un mensile di Giorgio Dell’Arti, la Cederna pubblicò un ritratto assai poco lusinghiero, dicendo che Oriana era andata su tutte le furie per ciò che aveva scritto: «Mi descrisse come una pazza anticomunista, in preda a un delirio isterico…». La Fallaci non sopportava rivali, aveva un caratteraccio. I lettori si divisero presto in cederniani e fallaciani. Elvira Serra ha scritto che, all’Europeo, le due signore non potevano essere più diverse. Paola Fallaci, sorella di Oriana, ha rievocato come Camilla si arrabbiò perché la rivale aveva iniziato un suo articolo con un avverbio «perché quello era il suo stile». E Oriana la mandò di brutto a quel paese, diciamo così, eufemisticamente. Perché la Cederna, da insuperabile cronista di costume, diventò la capofila, e l’ispiratrice, di incontenibili battaglie politiche? Presumo proprio in conseguenza dell’estrema rivalità con Oriana Fallaci. A un certo punto della sua carriera Camilla, per gelosia e antagonismo, avvertì l’esigenza di allontanarsi dalle deliziose cronache di costume e puntò sulla politica.

Era un’icona. Una figura carismatica, intoccabile. Una guida. Ed ebbe un successo automatico: tanto immediato quanto ingiusto. Camilla si avventò in una campagna crudamente ostile verso Giovanni Leone. Con un consenso smisurato: lettori comuni, trascinati dalla sua prosa impetuosa, e intellettuali celebri, scrittori, registi, che l’assecondarono e la sostennero, avvinti dal suo fascino e dal suo nome, ma – tutti – senza conoscere i fatti, né minimamente il personaggio, Leone, posto sotto processo. Abboccai anch’io. E l’unico episodio di cui mi vergogno, nella mia ultra sessantenne vicenda giornalistica. Ho chiesto scusa, più volte, ma so che non basta. Anche perché le mie scuse, doverose, sono rivolte ai lettori e a coloro che conoscono questa brutta storia. Non ho mai firmato i retorici manifesti che facevano capo alla Cederna, quelli che raccolsero le adesioni di tutti i capoccioni, veri e presunti, dell’intellighenzia italiana. Ma nel giornale che dirigevo ho fatto e autorizzato titoloni e articoli, che oggi, arrossendo, rinnego totalmente. Sarebbe bastato un po’ di buon senso, un pizzico di attenzione (che altri colleghi hanno avuto), per evitare di associarmi alla superficialità e alla rozzezza di quella campagna. Camilla pubblicò anche un libro, Leone, la carriera di un presidente, che vendette centinaia di migliaia di copie. Fu condannata, ma solo quando il danno era ormai irreparabile. Leone fu costretto alle dimissioni, a lasciare il Quirinale. Uno scandalo che investe la nostra storia politica. La Democrazia cristiana non lo difese minimamente. Peggio: un rappresentante della Dc, insieme con un esponente del Pci salirono al colle per dire a Leone che le dimissioni sarebbero state un gesto opportuno, anche per evitare la possibilità dell’impeachment. Leone era un giurista insigne, un professore universitario, un uomo mite, calmo ed equilibrato. Più di una volta era stato nominato presidente del Consiglio. Al Quirinale era però, ormai, un uomo stanco, provato e logorato dagli incessanti attacchi. E perciò, avvilito, accettò di dimettersi. Qualche anno dopo Francesco Cossiga mi confidò: «Se avessi ricevuto la visita di signori determinati a pretendere che mi dimettessi, avrei chiamato i carabinieri». È noto che Leone uscì indenne dalle montagne di accuse che gli furono buttate addosso. Emma Bonino e Marco Pannella, che erano stati in prima fila nelle accuse, si scusarono pubblicamente. Altri anche si scusarono. E Camilla? Non mi risulta. Alla Cederna fa capo un’altra pessima campagna di stampa. Contro il commissario di polizia Luigi Calabresi, che poi fu barbaramente assassinato dai terroristi. Retorica a fiumi, accuse sommarie, insinuazioni prive di riscontri. Con un coro di giustizialisti, di intellettuali, di volonterosi sottoscrittori di manifesti e partecipanti a qualsiasi ottusa manifestazione. Su Calabresi pesava il sospetto, oltraggioso e ingiustificato, di aver spinto giù dalla finestra della Questura Giuseppe Pinelli, dopo ore di estenuante e inutile interrogatorio. Certo le circostanze della morte del povero anarchico furono, e rimangono, per molti aspetti, misteriose. Ma perché accusare Calabresi, un onesto e rigoroso funzionario di polizia, e indicarlo come un assassino, stabilire che meritasse di morire? In questa dissennata campagna la Cederna fu in prima linea. E le conseguenze furono terribili. Un’orribile storia della nostra immatura e infelice Repubblica. Camilla fu indicata come la mandante morale dell’omicidio: da molti, anche dal prefetto di Milano. Non si sposò mai. Che si sappia, si innamorò solo di Dino Buzzati, dopo aver letto Il deserto dei tartari. Ma non c’erano speranze. Camilla rivelò, con ironia, che Buzzati era stato educato nella convinzione che far l’amore era una cosa peccaminosa e, quindi, si poteva fare con le peccatrici. E Camilla peccatrice, almeno per questo aspetto, non era. Sosteneva che indignarsi è un dovere: «Tutto mi indigna oggi, il processo di decomposizione sociale che attraversa il nostro Paese». Si può darle torto? «Da noi il nemico primo della libertà è il potere. Guai a chi perde la capacità di indignarsi». Purtroppo abusò del suo immenso potere di giornalista e si incattivì contro Leone e Calabresi, che non meritavano indignazione, né la sua, né di una società confusa e imbarbarita, che aveva perso la testa.

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