Tumore al seno: “Sì” dell’Aifa a un altro farmaco che sostituisce la chemio

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Migliora l’aspettativa di vita nei casi di cancro metastatico

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Oggi in Italia c’è una possibilità in più per chi ha il tumore al seno: un nuovo farmaco mirato contro lo stadio avanzato della malattia che permette di ritardare il momento in cui si deve ricorrere alla chemioterapia – di ben 30 mesi in media – e di aumentare la sopravvivenza di oltre 9 mesi, sempre in media. L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha infatti approvato la rimborsabilità di abemaciclib (questo il nome della molecola) per le donne con il tipo di tumore al seno avanzato più frequente, quello ormono-sensibile (HR+/HER2-), che rappresenta circa il 70% dei casi.

Il terzo di una nuova classe di farmaci
Si tratta del terzo arrivato di una classe totalmente nuova di terapie target: gli inibitori delle chinasi ciclina-dipendenti (CDK) 4 e 6, due proteine chiave che accelerano la velocità con le cellule tumorali si replicano.
Queste nuove terapie – palbociclib, ribociclib e ora abemaciclib – negli ultimi anni hanno cambiato il modo di trattare questo tipo di neoplasie. Tutti e tre gli inibitori di CDK 4/6 hanno infatti portato un importante miglioramento nel controllo della malattia, mantenendo al contempo la qualità di vita e aumentando sia il tempo in cui la malattia non progredisce sia – come sta emergendo – la sopravvivenza complessiva.

Un’ampia analisi di 140 studi, coordinata da medici e ricercatori italiani e pubblicata su Lancet Oncology, aveva già dimostrato che la terapia endocrina in combinazione con la terapia mirata con inibitori di CDK 4/6 non è inferiore alla chemioterapia. Questo significa che nel nostro paese più di 24 mila donne con tumore della mammella metastatico possono essere trattate con la combinazione ed evitare la chemio.

Per chi è il nuovo farmaco
Abemaciclib potrà essere prescritto a tutte le donne, in pre-, peri- o post-menopausa, con tumore al seno avanzato o metastatico positivo ai recettori ormonali (ed HER2 negativo), in associazione con un altro farmaco già in uso (un inibitore dell’aromatasi o fulvestrant), sia come terapia di prima linea sia in chi ha già ricevuto una terapia endocrina. data la sua alta selettività per le proteine “bersaglio”, abemaciclib è l’unico anti CDK 4/6 che può essere somministrato in continuo, inibendo costantemente lo stimolo alla proliferazione cellulare.

I dati sulla sopravvivenza
L’approvazione da parte dell’Aifa segue quella europea dell’ottobre 2018, basata sui risultati di due studi clinici, MONARCH 2 e MONARCH 3, in cui il farmaco ha dimostrato non solo di raddoppiare la sopravvivenza libera da progressione, ma di aumentare in modo statisticamente e clinicamente significativo la sopravvivenza globale: da 37,25 a 46,72 mesi (dati medi). Il dato ancora più positivo è che l’efficacia è stata osservata anche per le donne con fattori prognostici negativi, il cui tumore era rapidamente progredito o si era diffuso ad altri organi, come il fegato o i polmoni dopo la terapia endocrina. “Negli ultimi anni gli inibitori di CDK4/6 hanno cambiato il modo in cui gli oncologi trattano il carcinoma mammario avanzato HR positivo e HER2 negativo. Ora stiamo iniziando a capire quali di queste terapie soddisfino l’obiettivo cruciale di prolungare in modo significativo la vita in pazienti con carcinoma mammario avanzato”, spiega Pierfranco Conte, professore di oncologia medica all’Università di Padova e Direttore della divisione di oncologia medica 2 all’Istituto Oncologico Veneto. Oltre all’allungamento della vita, una analisi esplorativa di questi dati ha mostrato che abemaciclib, in combinazione con fulvestrant, ha ritardato il tempo necessario prima del ricorso alla chemioterapia, con un tempo mediano alla chemioterapia di 50,2 mesi contro 22,1 mesi.

In Italia si stima che vi siano circa 37 mila le donne con un tumore metastatico, con 10 mila nuove diagnosi l’anno, di cui oltre 3 mila casi già metastatici alla prima diagnosi. “Non dimentichiamo – conclude l’oncologo – che quando ricevono una diagnosi di carcinoma mammario avanzato, le pazienti apprendono anche che la loro malattia, per quanto possa essere gestita, rimane incurabile. Oggi possiamo offrire una speranza in più”.

Repubblica.it

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