Quella volta che mi disse / Nicolò Carosio

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«Grazie a una festa non sono morto con il Grande Torino»

Il leggendario radiocronista Rai non partì assieme alla squadra perché suo figlio faceva la cresima. Sfuggì al dramma di Superga

(di Cesare Lanza per LaVerità) Ho conosciuto Nicolò Carosio quando fu estromesso dalla Rai e io, assunto da Piero Ottone, lavoravo come capo dei servizi sportivi al Secolo XIX di Genova. Nicolò poteva essere mio padre, c’erano 32 anni di differenza. Per me era un idolo, un riferimento obbligatorio, nella professione: per il carisma, la meritata fama e la simpatia. Quando lo incontrai per la prima volta, scoprii un uomo affabile, educato, elegante: non si lamentava della carognata che aveva subito dalla Rai, come vi racconterò, senza colpa. Ci trovammo fianco a fianco in una trasferta per il campionato di calcio, a Cagliari. Mi disse subito, sorridendo di fronte alla mia immediata richiesta di un’intervista, che non si sentiva di parlare del suo esonero dalla Rai. Ne fui colpito. Pensai: può un personaggio come lui, protagonista di una autentica ingiustizia, curarsi di certe meschine miserie? Neanche una parola. Ma mi era evidente la sua intima malinconia. Eravamo in aereo. Per pura cortesia, aggiunse: «Comunque, licenziamento a parte, più di una volta, nel bene e nel male, ho sbattuto la faccia contro il destino. Ci illudiamo di essere artefici della nostra vita, ma le decisioni vere arrivano sempre dal destino. Chi, poi, indirizzi il destino, non lo so. Dio? Casualità? Non lo so. Però», aggiunse sorridendo, «so che oggi non sarei qui a parlare con te, se…». E si interruppe. Lo pregai di andare avanti. «Nel 1949, e ormai sono passati più di 20 anni, a casa mia si organizzava una festa per la cresima di mio figlio. Ero in dubbio se partecipare perché avevo un impegno di lavoro, una trasferta a Lisbona, con il Grande Torino. Alla fine rinunciai e così mi salvai la vita. Nel viaggio di ritorno, come certamente anche tu ricorderai…». Lo interruppi: «Avevo 7 anni, ma ricordo benissimo». Carosio proseguì: «L’aeroplano della squadra si schiantò contro la Basilica di Superga. Tutti morti».

Faccio un passo indietro. Carosio, come detto, fu uno dei miei idoli nell’adolescenza. Ricordo ancora, con emozione, la sua radiocronaca di Italia-Inghilterra, da Firenze, il 18 maggio 1952. Avevo 10 anni, la partita era attesissima: fortissimi e prestigiosi gli inglesi, tra gli italiani il favoloso centrattacco Silvio Piola alla sua ultima partita in maglia azzurra. Aveva 38 anni, Piola, ed era stato nuovamente convocato, dopo cinque anni, non solo per un omaggio alla carriera, ma perché nel campionato appena concluso aveva segnato, nel Novara, la bellezza di 18 gol. «Vi parla Nicolò Carosio». Per me, un’ora e mezza indimenticabile. Ero accucciato sul pavimento accanto alla radio, a fianco di mio padre. La straordinaria, romanzesca qualità di Carosio era di trasmettere emozioni immediate. Esagerava, ingrandiva, coloriva: ma che importa? Gli ascoltatori come bambini di fronte al racconto di una favola. Non so quante volte, quel giorno, balzai in piedi, urlando per l’entusiasmo, o mi accasciai a terra, in ansia e deluso. I miei sentimenti erano legati alle parole, alla voce e alle inflessioni del sommo radiocronista: mi pareva, non solo in quell’occasione, che a volte si divertisse, generosamente, a trasmettere gioia o, sadicamente, a infliggere paura. Certo aveva consapevolezza di essere il dominus dell’evento, come e più dei giocatori in campo. Nicolò fu rovinato da una frase razzista che non pronunciò mai. Fu accusato d’aver definito «negraccio» un guardalinee etiope. Tutto inventato, ma la sua carriera in Rai finì lì, nel 1970. Il grande Nick non è stato, per qualità tecniche, il più bravo radio (e tele) cronista italiano nel calcio. Enrico Ameri, Nando Martellini, Sandro Ciotti, Claudio Ferretti, Alfredo Provenzali e forse anche Bruno Pizzul non avevano niente da invidiargli, sul piano puramente professionale. Però Carosio, nella storia della comunicazione, resta leggendario, un divo dal carisma inimitabile. Ed è giunta l’ora di rendergli giustizia, sulle sue presunte gaffe. È vero che gli piaceva bere – sul Guerin Sportivo del grande Alberto Rognoni lo avevano ribattezzato «Nick e soda» – ed è vero, come diceva spesso lui stesso, anche davanti al microfono – che gli piaceva concedersi un buon «wiskaccio». Ma lo diceva sempre con tono autoironico: non induceva certo nessuno, come addirittura arrivarono a contestargli, al vizio dell’alcol. «Una simpatica nota di colore», la definì il suo collega Roberto Bortoluzzi, perfetto coordinatore della più popolare trasmissione radiofonica d’ogni tempo, Tutto il calcio minuto per minuto. Assai più pesante, ingiusta e inventata l’accusa di razzismo. Era il 1970, campionato del mondo in Messico, partita Italia-Israele. Carosio fu accusato di aver definito «negraccio» un guardalinee etiope, Seyoun Tarekegn, che aveva sbandierato un inesistente fuorigioco, su un gol – regolare – di Gigi Riva al 29° del secondo tempo, con le due squadre ancora in pareggio (finì 0-0). Ma non era vero niente: una «bufala», anche se all’epoca non si diceva così. Certo suggestiva, ma inventata. Come dimostrò Massimo De Luca (un altro eccellente collega di Nick, che bei tempi!), riproponendo la registrazione della telecronaca. «Negraccio»? Era verosimile, per il linguaggio di Carosio, ma del tutto falso. Con esattezza aveva detto questo: «L’arbitro aveva convalidato il punto e il guardalinee… no: niente convalida!… Ma siamo proprio sfortunati!». Solo questo. L’unica nota colorita di Carosio fu che definì il guardalinee un etiope («Ma che fa l’etiope?»). Enzo Tortora difese Carosio con passione sul Resto del Carlino, attaccando l’allora direttore generale Ettore Bernabei: «Dottor Bernabei, con tutto il rispetto che merita, vorrei dire che prendersela per la parola etiope, pronunciata da Carosio, sarebbe davvero un po’ forte. Anche Ghislanzoni, librettista di Verdi, dice nell’Aida (e non via satellite): “Già corre voce che l’etiope ardisca sfidarci ancora”». Si dice che fu La Stampa a pubblicare la bufala, accendendo il caso. Così scrivono De Luca e Pino Frisoli: «Pochi giorni dopo La Stampa del 20 giugno 1970, a pagina 20, in un breve articolo a firma EB. (Paolo Bertoldi, inviato in Messico) parla di “disavventura” televisiva, perché Carosio avrebbe definito “negraccio” il guardalinee etiope che aveva annullato il gol di Riva». E Carosio fu sostituito con Martellini. Inutilmente autorevoli testimoni si prodigarono in difesa di Nicolò: oltre a Enzo Tortora, anche Antonio Ghirelli e Carmelo Bene. Di quel weekend a Cagliari ricordo il rispetto con cui tutti i giornalisti lo trattavano anche se, uscito dalla Rai e collaborando a emittenti di seconda fascia, il prestigio del ruolo di Carosio non c’era più. Ma Nicolò, in vita, era comunque già considerato un mito.

Parlammo del passato, della storia del calcio che lui aveva vissuto come un leggendario testimone, ma ricordo poche cose: più di tutto la stima che nutriva per Vittorio Pozzo, il giornalista e commissario tecnico che portò la nostra Nazionale al trionfo nel campionato del mondo in Italia nel 1934 e in quello successivo in Francia, nel 1938 (e di passaggio, 1936, le Olimpiadi). Mi disse che Pozzo aveva molte qualità, ma quella determinante era la capacità di tenere unito e affiatato il gruppo dei suoi giocatori: fino al punto di negare la maglia azzurra a Fulvio Bernardini, il migliore per classe e talento, ma col difetto di essere tanto colto (laureato!), aristocratico, da mettere in imbarazzo i compagni. Gli chiesi quali fossero i calciatori che apprezzava di più. Rispose Mazzola e Riva. È interessante riferire ciò che i due campioni dissero di lui: «Ero molto legato a Nicolò Carosio», confidò Sandro Mazzola, «perché aveva commentato le partite di mio papà Valentino col Grande Torino. Per questo mi chiamava sempre “Mazzolino” in tutte le telecronache dell’Inter, considerandomi con affetto il figlio di un campione che stimava moltissimo». Gigi Riva: «Carosio è stato un grandissimo personaggio, che mi fa venire sempre in mente due episodi delle mie partite in Nazionale. Il primo è quello del mio esordio a Budapest nel 1965. Entrai al posto di Pascutti, che si infortunò dopo pochi minuti, e siccome avevo il numero 16, nella lista ufficiale attribuito a Simoni, per tutto il primo tempo lui mi chiamò Simoni. Poi gli venne il dubbio e nella ripresa diceva soltanto: “L’ala sinistra italiana”. L’altro ricordo è meno divertente, perché risale alla partita contro Israele al mondiale del ’70. Si arrabbiò col guardalinee che annullò un mio gol dicendo: “Che cosa vuole questo nero o negrone” (anche Gigi dunque cadde nel l’equivoco, ndr). Così tutte le volte che mi incontrava mi diceva, scherzando, che aveva perso il posto alla Rai per colpa mia».

Di Nicolò Carosio (Palermo, 15 marzo 1907-Milano, 27 settembre 1984) le cronache sportive alla radio somigliavano più all’interpretazione di un grande attore per un’ importante prima teatrale, che al resoconto di una partita di calcio. È stato scritto che «all’ora fissata, dalla postazione allestita, con fili e microfoni sparpagliati per terra nello spazio ristretto dello sgabuzzino, Nicolò attaccava (meglio dire che dava inizio allo spettacolo, perché tale era) rivolgendosi a un pubblico lontano, invisibile e vociante, che doveva immaginare la partita attraverso le sue parole». Figlio di una pianista inglese e di un siciliano ispettore delle dogane, Carosio cresce in giro per l’Italia: Genova, Domodossola, La Spezia, Torino, Milano, Venezia. Laureato in legge, trova un impiego presso la Shell e un giorno del 1932 scrive all’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (Eiar), proponendo la sua candidatura. Convocato a Torino, improvvisa una radiocronaca di mezz’ora di un derby Juventus-Torino e quando arriva sul 5-5 viene fermato dai dirigenti, che gli offrono un contratto di collaborazione. Il regime fascista proibisce i termini stranieri e Carosio trasforma il «corner» in calcio d’angolo, il «cross» in traversone e soprattutto il «gol» in rete. Migliaia di volte continuerà a dire «rete», sempre con lo stesso timbro di voce distaccato con cui sussurra «qua^i rete», quando il pallone esce di poco. Carosio diventa un mito per tutti, un modello di professionalità: quando non ci sono ancora i nomi sulle maglie, prima delle partite va negli alberghi delle squadre e si fa presentare i giocatori cercando di memorizzarne i volti. Poi alla sera chiede un giudizio sulla sua radiocronaca all’unica persona di cui si fida: sua moglie Eugenia, la splendida donna che gli è stata vicina fino all’ultimo. Nick se ne andò in un malinconico giorno di autunno, nel 1984, dimenticato da tutti. Solo nel 2007, per celebrare il centenario della sua nascita, le Poste italiane gli dedicarono un francobollo commemorativo.

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