I grandi player in Filiera Italia

Share

Nasce un gigante di sistema per far pesare il Made in Italy sui tavoli che contano. A partire da quelli della politica. Filiera Italia, l’associazione nata a maggio del 2018 dal sodalizio tra Coldiretti e una cinquantina di top brand italiani del food, ieri ha cambiato pelle e dimensione: si è trasformata in fondazione senza scopo di lucro e ha accolto tra le sue fila, in qualità di soci, i campioni nazionali dell’energia, della finanza, delle spedizioni. Entrano così in Filiera Italia: Eni, Snam, Enel, Terna, Banca Intesa, Cassa depositi e prestiti (che sta mettendo a punto appositi strumenti di finanziamento per i componenti di Filiera Italia) e Poste Italiane. Accanto ad essi la nuova realtà oggi riunisce ad uno stesso tavolo grandi cooperative agroalimentari come Casalasco e Granarolo (altre sarebbero in arrivo), big della produzione agricola di nicchia e nazionale – tra cui Bonifiche Ferraresi e il nuovo socio Antinori – in gran parte rappresentati da Coldiretti, oltre 60 protagonisti dell’industria alimentare e un top player della distribuzione, Conad (ma altre grandi insegne della gdo starebbero per entrare).

La governance. Il consiglio di amministrazione della nuova fondazione ha già eletto il suo presidente. E anche qui il nome è altisonante: l’ex ministro degli affari esteri del governo gialloverde Enzo Moavero Milanesi, precedentemente ministro degli affari europei nei governi Monti e Letta, già presidente dell’Ocse, ex presidente di sezione della Corte di giustizia europea ed ex giudice del Tribunale Ue. Al di là del prestigioso curriculum vitae, Moavero Milanesi si è guadagnato fama di analista di rango e fine tessitore di accordi nei corridoi della Commissione europea, per la sua capacità di spuntare risultati sui dossier più complessi. Caratteristica, questa, che non poteva lasciare indifferente la Coldiretti, da oltre un decennio alle prese con una battaglia a tutto campo (in Italia e in Europa) per il riconoscimento tout court dell’origine degli alimenti in etichetta. A partire dalla materia prima agricola con cui vengono realizzati.

Tornando alla nuova fondazione, accanto al presidente siederanno: il segretario generale di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, in qualità di vicepresidente vicario, e Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Inalca/Cremonini, nella carica di consigliere delegato.

Gesmundo è il vero protagonista del rilancio della Coldiretti; lontano dai riflettori, dalle stanze di palazzo Rospigliosi a due passi dal Quirinale, ha rispolverato anno dopo anno gli antichi fasti della «bonomiana» – ferita agli inizi degli anni 90 dal crac Federconsorzi e depotenziata nei decenni dall’abbandono progressivo delle campagne – trasformando la storica confederazione gialla in un motore di marketing e in un moltiplicatore di valore e servizi per le aziende associate.

Scordamaglia, da parte sua, ha osato l’inosabile: l’ex presidente di Federalimentare (2015/2018) ha sottratto grandi pezzi dell’agroindustria italiana a un equivoco di fondo, dimostrando che anche chi opera in questo comparto può perseguire apertamente strategie di produzione e comunicazione, che valorizzino l’autenticità del Made in Italy e contrastino a muso duro l’italian sounding.

Per questo l’operazione lanciata ieri non è come tante altre. E qualcosa che non contempla e va oltre la mera rappresentanza sindacale di settore e si colloca su un piano di rappresentanza più elevato, che punta a fare di Filiera Italia un soggetto «politico» con cui interloquire a livello nazionale, europeo e globale, su temi come la trasparenza sull’origine dei prodotti, il contrasto al cambiamento climatico, le etichette nutrizionali, i dazi.

Del resto, il sodalizio ha già prodotto dei risultati in tal senso. In contrasto con Federalimentare ha ottenuto che i prodotti dop e igp venissero espunti dall’alveo di applicazione del nuovo decreto interministeriale che introdurrà nell’ordinamento italiano la nuova etichetta volontaria a batteria (si veda ItaliaOggi del 18/1/2020); ha promosso il varo del decreto che impone l’obbligo di indicare in etichetta l’origine della carni (quella suina in primis); ha sostenuto la posizione di contrasto espressa dal ministro alle politiche agricole, Teresa Bellanova, al trattato di libero scambio Ue-Mercosur; ha rimesso in discussione gli accordi presi nel trattato di libero scambio Ue-Canada (Ceta).

Sullo sfondo un settore che dai campi coltivati agli scaffali, fino alla ristorazione in Italia, oggi vale 538 mld di euro, pari al 25% del pil nazionale e offre lavoro a 3,8 mln di occupati. Un universo, insomma, che non a caso chiama a raccolta anche la filiera della produzione di energia, in vista dei grandi investimenti attesi nel campo delle rinnovabili, del biometano e dell’economia circolare, annunciati nel Green New Deal dalla commissione europea. Questo mondo è diventato ormai «strategico per la crescita sostenibile sul piano economico ed occupazionale», dice il presidente Coldiretti, Ettore Prandini. E per questo mondo: «Filiera Italia oggi rappresenta l’unica realtà del Paese capace di far sistema di fronte alle nuove sfide, dalle guerre commerciali al cambiamento climatico fino all’innovazione».

Luigi Chiarello, ItaliaOggi

Share
Share