Quella volta che mi disse / Raul Gardini

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«Noi non siamo secondi neanche alla Fiat»

Il manager che prese le redini del gruppo Ferruzzi, celebre per la scalata a Montedison, era un leader pieno di orgoglio e passione La sua morte nel 1993, durante Tangentopoli, è ancora un mistero: sia l’ipotesi del suicidio che quella dell’omicidio restano plausibili

(di Cesare Lanza per LaVerità) Ho incontrato Raul Gardini in uno dei momenti più tormentosi della mia vita. A metà degli anni Ottanta. Dirigevo Il Lavoro e avevo temerariamente accettato di figurare anche come editore. Mi ritrovai nei guai dopo tre anni e tentai di trovare un acquirente dello storico giornale socialista di Genova (direttore per 23 anni era stato Sandro Pertini, all’epoca della mia gestione presidente della Repubblica). Guai economici pesanti, nonostante i miei sforzi, i buoni risultati diffusionali, le varie iniziative: mi ero anche inventato il Festival del lavoro, alla Fiera del mare, diventato subito la seconda manifestazione, quanto a popolarità, dopo il celebre Salone nautico. Presi contatto con tutti i personaggi importanti dell’epoca. L’incontro con Gardini – che mi ricevette in un suo ufficio di Genova – fu emozionante. Per prima cosa, cominciò malissimo.

LA TRATTATIVA

Mi trovavo, al Lavoro, di fronte a costi insostenibili, in una vetusta azienda con 100 dipendenti, senza significativi introiti pubblicitari e in grave ritardo con le moderne tecnologie. E per di più Pertini mi telefonava spesso per dirmi di non tagliare il personale. Mi rovinai economicamente, ogni giorno per tre anni affrontai difficoltà e guai, ansie e problemi. Nel pieno della bufera, cominciai il giro delle sette chiese, alla ricerca di un acquirente di primaria importanza: volevo lasciare in acque tranquille quel piccolo e meraviglioso giornale, a cui ero molto legato. Finì invece che, alcuni anni dopo la mia uscita, paradossalmente l’ex gloriosa testata del partito socialista fu rilevata dal gruppo L’Espresso-La Repubblica, guidato da Eugenio Scalfari, ovvero dall’uomo che più di ogni altro detestava Bettino Craxi e il garofano. Così va il mondo… Avevo chiesto a Gardini un appuntamento e lo ottenni con facilità. Non lo conoscevo. Come ho detto, l’approccio fu disastroso per una sua reazione imprevedibile. Gli dissi che ero felice di conoscere l’uomo alla guida di un gruppo che ormai era giunto al secondo posto nella scena nazionale dell’economia e della finanza. Il sorriso sparì immediatamente dal volto di Gardini. Con un gesto di cortesia mi invitò ad accomodarmi in una poltrona, ma con un tono schietto e brusco replicò: «Al secondo posto? E perché?». Mormorai: «Beh, la Fiat… Gli Agnelli…». Rispose seccamente: «Noi non lo siamo certo e comunque non ci sentiamo secondi a nessuno». Ci fu un attimo di imbarazzante silenzio. Era asciutto, essenziale. Pensai che ormai l’incontro era partito male, però cercai di attrarre il suo interesse. Ci riuscii, forse perché era un uomo molto curioso. Mi fece molte domande; i costi e i ricavi, la rivalità con il giornale assolutamente dominante a Genova, Il Secolo XIX, le possibilità concrete di sviluppo. Ero colpito dalla sicurezza con cui si esprimeva e, anche, dall’acume di alcune domande. Ebbi subito la sensazione di trovarmi di fronte a un protagonista, a un vero leader, però atipico per la vita italiana: pieno di passione nel cuore e di totale, orgogliosa indipendenza nel cervello. Mi accorgevo che gli stavo diventando, almeno un po’, simpatico: cercavo di trovare un filo conduttore per la conversazione. Chissà! Forse si compiaceva della possibilità di acquisire con un piccolo investimento un giornale minuscolo ma interessante per le sue origini e la vicinanza ai socialisti, centrali, in quegli anni, nella vita politica? Ma poi Gardini mi gelò con alcune battute taglienti: disprezzava la politica e tutti i partiti; non aveva simpatia per i giornalisti. Qualche anno fa ho letto una frase che gli è stata attribuita e che non solo descrive bene la sua personalità, ma riassume anche alcune opinioni che mi disse, in quel colloquio per me indimenticabile.

IL DISPREZZO PER I POLITICI

«Le sfide le ho sempre fatte con me stesso. Non sono uno sbandieratore. Sono un convinto assertore delle mie opinioni, ma non mi sono mai accalorato per dire che avevo fatto questo o quello, mi sono sempre accalorato per dire che avrei fatto la tal cosa. Quello che ho già raggiunto, tutto sommato, lo considero un atto dovuto verso me stesso». Alla fine dell’incontro gli dissi: «Non credo di essere molto bravo come venditore e penso che lei abbia già ben valutato i vantaggi e gli svantaggi dell’operazione». «Non del tutto», rispose sorridendo, «ma le farò avere presto la mia risposta». Gardini non acquistò Il Lavoro, tuttavia le modalità del suo rifiuto mi appaiono ancor oggi – più di 30 anni dopo – strabilianti. Perché mi arrivò una sua lunga lettera – quattro foglietti scritti a mano – in cui mi spiegava minuziosamente le ragioni della sua decisione negativa. La conservo ancora, quella lettera. I motivi fondamentali erano che voleva concentrarsi su problemi importanti che lo assillavano e gli occupavano la mente e la giornata; e poi la previsione che l’acquisto sarebbe stato interpretato come un atto strategico, sul piano politico, cosa che poteva complicare e danneggiare i suoi affari. L’aspetto strabiliante sta nella scelta di scrivermi e di darmi motivazioni appropriate: vi è mai capitato che un affare delicato sia stato risolto dai vostri interlocutori, con una lettera? A me no, mai: né prima né dopo, solo quella volta. Ricordo di aver letto su libri e giornali alcune sue opinioni drastiche: «Penso che la vita debba essere vissuta fino in fondo e non per finta, anche se talvolta c’è da farsi venire il mal di stomaco». E ancora, sui politici: «Sono un branco di ladri, e volevano continuare a rubare». Ma Gardini fu anche uno dei grandi personaggi coinvolti in accuse di tangenti e nel mondo spesso torbido delle relazioni tra la politica e le grandi imprese. Gardini, nato a Ravenna nel 1933» fece carriera all’interno del gruppo Ferruzzi, un’importante società alimentare e finanziaria. E divenne il genero del proprietario, Serafino Ferruzzi, sposandone la figlia Idina. Alla morte di Serafino, nel 1979 in un incidente aereo, Gardini ottenne dai quattro figli di Ferruzzi la direzione della società, che iniziò a ingrandire con una serie di operazioni coraggiose. Quella che lo portò a frequentare i piani più alti del capitalismo italiano fu la riuscita scalata alla Montedison, un’importantissima azienda chimica che possedeva partecipazioni nella Stantìa, nell’assicurazione Fondiaria e nel quotidiano Il Messaggero. Gardini si alleò e poi si scontrò con il banchiere Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca, considerato all’epoca l’uomo più importante del capitalismo italiano: il suo benestare era necessario per realizzare qualsiasi grande operazione industriale. Dopo l’acquisto di Montedison, che il gruppo Ferruzzi iniziò a controllare nel 1987, Gardini tentò una nuova operazione, ancora più grande e potenzialmente distruttiva per il sistema di potere e relazioni consolidato nel paese: la fusione di Montedison con Eni, un gruppo pubblico, per creare Enimont, la più grande azienda petrolchimica del Paese, e diventarne poi l’unico controllore. Anche questa impresa si risolse in uno scontro: non solo con il «salotto buono», intenzionato a fermare l’avanzata del nuovo arrivato, ma anche con il mondo politico. Nel corso dello scontro il gruppo Ferruzzi fu accusato dai magistrati di aver pagato una gigantesca tangente da 150 miliardi di lire (circa 75 milioni di euro) agli esponenti di quasi tutti i partiti. Gardini voleva diventare egemone nella nuova Enimont, di cui Ferruzzi deteneva il 40 per cento ed Eni un altro 40 per cento. Finì male: i rapporti tra Gardini e l’Eni peggiorarono molto, e alla fine Eni acquistò il 40 per cento dei Ferruzzi. La famiglia Ferruzzi, però, da tempo non gradiva più le strategie ambiziose di Gardini. Dopo anni di tensioni e scontri, anche personali, Raul nel 1991 venne di fatto licenziato, e nello stesso periodo divorziò anche dalla moglie Idina. Dopo la sua cacciata, i problemi della sua gestione emersero rapidamente: il gruppo era indebitato e in grosse difficoltà. Gardini disse invece di aver lasciato la Ferruzzi con i conti in ordine, e rivendicava la bontà dell’operazione Enimont.

CORRUZIONE E TANGENTI

Nel frattempo i magistrati avevano iniziato a scoprire il giro di corruzione e tangenti che si celava dietro l’operazione Enimont, parecchi manager della società vennero interrogati e arrestati. Gardini si uccise il 23 luglio 1993, i giornali scrivevano che il suo arresto era oramai «imminente». Alla fine degli anni Novanta, la Cassazione confermò le condanne per circa 15 tra politici e manager coinvolti nell’affare Enimont. Dunque dovrò darvi la mia opinione su una domanda inevitabile: si suicidò o fu assassinato? La sua morte per me resta un mistero. Sul piano psicologico, tutte e due le ipotesi sono ugualmente convincenti. Vi riferisco, per capire il suo carattere, la testimonianza di un amico di Gardini, certamente vera, ma al limite della credibilità. Una sera si trovava, con parenti e amici, in una cena alla vigilia di una seduta di caccia. Raul è stanco, va a letto presto. Ma dalla finestra aperta ascolta alcune battute, melliflue, di un suo collaboratore – non posso farne il nome nei riguardi della moglie, Idina. Gardini è geloso, innamorato della moglie, sono legati da quando erano ragazzi, Idina aveva appena 14 anni. Perciò si infuria e il mio amico – questo è il suo racconto confidenziale – si accorge durante la caccia che Gardini sta puntando il fucile sul temerario corteggiatore. Raul è famoso per avere una mira infallibile, l’amico fa appena in tempo a deviare la tentata esecuzione; il molestatore fu colpito appena di striscio. Mi sembra l’ennesima conferma che Gardini era un uomo pronto a tutto. Sul piano psicologico il suicidio è convincente perché le indagini di Tangentopoli, condotte da Antonio Di Pietro, stavano per portarlo in carcere. Gardini non sopportava l’idea di finire in prigione ed era molto turbato dal suicidio in galera, tre giorni prima, del suo rivale Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni. Ma anche l’ipotesi dell’omicidio appare valida: il Contadino non accettava di essere sconfitto, era un personaggio scomodo, in grado di fare rivelazioni clamorose. Nel 1987 rividi Gardini per l’ultima volta all’hotel Pierre, a New York: per il matrimonio di sua figlia. Cerimonia intima, ristretta a parenti e pochi amici. Non ero invitato, ma anch’io alloggiavo lì. Ci salutammo con simpatia: io ero già uscito – desolato – da Il Lavoro, Raul invece era all’apice. Gli dissi che rimpiangevo ciò che poteva essere, ma non era stato.

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