Giovani, calano del 5,5% quelli che non vogliono iscriversi all’università

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Determinati ma poco resilienti, partecipano di più ad attività extrascolastiche, soprattutto di alternanza scuola-lavoro; rendono molto quando hanno una forte interazione con compagni e docenti; crescono in coesione, sicurezza e fiducia se i professori assegnano loro mansioni e responsabilità: è la fotografia dei Millennial e della Generazione Z scattata dalla ricerca Teens’ Voice, condotta dall’Università La Sapienza di Roma e Il Salone dello studente Campus Orienta (www.salonedellostudente.it), presentata ieri a Villa Mirafiori, sede del dipartimento di psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione di Roma.
I giovani di oggi hanno però più dubbi su cosa fare dopo la scuola, a partire dalla scelta di iscriversi o meno all’università: gli studenti che non intendono iscriversi all’università calano del 5,5% (dall’81,4% del 2018 al 79,9% del 2019). Ma su quali valutazioni si basa la scelta dell’università a cui iscriversi? I principali motivi di scelta sono legati agli interessi personali e, in secondo luogo, a una prospettiva occupazionale. Solo il 44% sembra interessato al prestigio dell’università da frequentare. Seguono, nell’ordine, il costo degli studi che preoccupa il 39%, la vicinanza da casa (22%) e la possibilità di frequentare gli amici (13%).

In particolare, tra i fenomeni in evoluzione che riguarda queste generazioni, c’è la partecipazione ad attività extrascolastiche, specie di alternanza scuola-lavoro. In un quinquennio, poi, è più che raddoppiata la partecipazione all’associazionismo (10% nel 2016 e 24% nel 2019). «Probabilmente anche per l’impulso che le direttive Ue hanno dato per incentivarlo», ha spiegato Emiliane Rubat du Mérac, ricercatrice e co-autrice dell’indagine.

Complessivamente, le risposte dei ragazzi intervistati indicano un atteggiamento positivo nei confronti del futuro. Ritengono di poter essere protagonisti di un cambiamento. Ma, quando si passa dall’accento sul loro ruolo nel cambiamento alla previsione, l’ottimismo tende a scemare e solo il 48% ritiene che il proprio futuro sarà migliore di quello dei propri genitori. Mentre il 54% ritiene che il futuro dei propri figli sarà migliore del loro. Sembrano percepirsi quasi come una «generazione di mezzo», sottesa fra quella del miracolo economico dei genitori e quella (auspicata) del rilancio dei loro futuri figli, sempre secondo Teens’ Voice. Quasi una generazione sacrificata nell’interscambio fra l’era del welfare e quella della digitalizzazione delle professioni.

«La scuola è un altro degli obiettivi polemici costanti del dibattito politico», ha concluso Domenico Ioppolo, chief operating officer di Campus Orienta-Salone dello Studente, «eppure la ricerca offre il ritratto di una generazione per cui la scuola rappresenta un’esperienza valoriale positiva e che si attende dall’università un’esperienza formativa qualificata».

ItaliaOggi

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