Quella volta che mi disse / Oriana Fallaci

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«Scrivo ciò che voglio, sempre ciò che sento»

A metà degli anni Settanta dirigevo il «Corriere d’Informazione» e tentai un’impresa impossibile: avere sul quotidiano la firma dell’irraggiungibile star. Fui attento, compunto, rigorosamente educato: un immenso sforzo comportamentale, per me. Non bastò

(di Cesare Lanza per LaVerità) A metà degli anni Settanta, cioè mezza vita fa, dirigevo il Corriere d’Informazione e tentai un’impresa che si rivelò impossibile: convincere Oriana Fallaci a scrivere qualche articolo per il mio amato quotidiano, edizione pomeridiana del Corrierone. Però, confesso, provavo una certa esitazione per gli eccessi dell’Oriana di cui spesso avevo sentito parlare, con opposti commenti. Dunque fui attento, compunto, rigorosamente educato: un immenso sforzo comportamentale, per me. Di certo non ero a mio agio. Però… Sorpresa! Lei fu altrettanto ineccepibile. La proposta restò irrealizzata, non ricordo con quale motivazione e, anzi, mi resta un dubbio. Senza quei riguardi formali e un po’ ridicoli, da commedia all’italiana, forse si sarebbe accesa tra di noi qualche bella litigata, presupposti di un rapporto vero e schietto. Sarei riuscito a ottenere la firma dell’irraggiungibile star? Chissà. Forse l’irascibile grande firma, insicura ma costantemente ricca di adrenalina e avida di polemiche e clamore, si annoiava terribilmente, quando era propensa a colloqui e incontri regolati dal bon ton… Ricordo che più di una volta mi ripetè che i suoi articoli non dovevano essere tagliati, anche se lunghissimi! Me lo diceva con fermezza, ma sempre cortesissima… E io: «Ma no, ma figurati…» La scintilla non si accese neanche quando le dissi se, concordando gli articoli, potevamo puntare sull’attualità. Mi fissò con occhi increduli: «Caro direttore, scusami: forse non sai che non concordo mai nulla. Scrivo ciò che voglio, sempre ciò che sento». Ci fu un attimo di silenzio, la fissai anch’io, senza parlare. Sospirò: «Da molto tempo…». E aggiunse con una lievissima risatina: «Naturalmente sei libero di non pubblicare ciò che scrivo se non ti piace». A disagio, mi schermii, cambiai argomento. E la trattativa, chiamiamola così anche se era poco più di un sondaggio, si esaurì per sfinimento: io stanco di recitare un ruolo che non sentivo, lei distratta da impegni più interessanti. Del resto, l’editore Angelo Rizzoli mi aveva avvertito: «Lei fa bene a provarci. Provarci sempre, così si fa… Ma Oriana ha altri impegni, beata lei. Altre ambizioni. Non accetterà. Il Corriere d’Informazione è piccolo, per ciò che lei pensa di sé stessa».

Non mi era simpatica, la Fallaci e non condivido l’entusiasmo e l’illimitata stima di alcuni (politici, critici, giornalisti: nomi importanti) hanno molte occasioni ha esaltato la espresso per lei. Le mie riserve probabilmente non sono oggettive. Sentivo più vicine a me, come vi racconterò, altre giornaliste, Camilla Cederna e Natalia Aspesi. Tuttavia mi sforzo di essere equilibrato e dunque vorrei riferire le benevoli opinioni su Oriana, lasciando da parte quelle convenzionali, in occasione della sua morte. Giuliano Ferrara scrisse: «Era una creatura meravigliosa, temibile e vanitosa». Sandro Pertini: «Grande giornalista, grande scrittrice e adorabile rompiscatole». Franco Zeffirelli, mai incline ai complimenti: «Oriana ha onorato Firenze». Paolo Guzzanti: «Aveva capito tutto con anticipo. Era una donna affettuosamente sgarbata».

Non mi succede di frequente: se penso a questa donna certamente straordinaria, gli impulsi di antipatia si intrecciano con riflessioni di stima, anche di ammirazione. Ripensando alla lapidaria dichiaratazione di Zeffirelli, ad esempio, mi ha colpito la passione di Oriana per la «sua» Firenze. In molte occasioni ha esaltato la sua fiorentinità, si considerava una «fiorentina pura». Come ha scritto, sull’Europeo, raccontando la sua vita: «Fiorentino parlo, fiorentino penso fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non Italia, non è la stessa cosa». Anche nei colloqui con me, spesso ripeteva: «Sai, io sono di Firenze, siamo abituati a fare obiezioni e a pensare in modo critico». Non mi piace invece che amasse definirsi scrittore, anziché scrittrice. Giochetti verbali stucchevoli, indegni di lei. E mi turbano le indiscrezioni sui suoi presunti aborti spontanei. Mi piace però il suo desiderio di maternità, non mi piace l’operazione, speculativamente letteraria, alla base del libro Lettera a un bambino mai nato. Non mi piace che mostrasse di avere carte importanti semplicemente, non esistevano – su un immaginario retroscena sul delitto Pasolini, con un oscuro movente politico. Mi piace invece che chiamasse Alieno il cancro che la portò alla morte: sono sempre affascinato dai misteri, casualità e destino, che determinano il nostro congedo. Non mi piace tuttavia che attribuisse l’origine del tumore – era una fumatrice super accanita – all’inquinamento del fumo dei pozzi di petrolio che Saddam Hussein aveva fatto incendiare. Mi piace che fosse riuscita a intervistare Khomeini, forse la sua intervista più celebre. Non mi piace però, e risultava poco credibile, l’approccio con lui. Addirittura Oriana scrisse che si tolse di brutto lo chador, che era stata obbligata a indossare per essere ricevuta. E infine mi piace che Oriana volle ritornare in Italia – da lustri viveva a New York, a Manhattan – sentendo avvicinarsi la supremazia dell’Alieno. Silvio Berlusconi le mise a disposizione un suo aereo (benché lei fosse decisamente ostile al Cavaliere) affinché potesse tornare in modo riservato. Lei si rifugiò a Firenze, dov’era nata il 29 giugno 1929, la prima di altre tre sorelle: Neera, Paola ed Elisabetta (adottata quando Oriana era già adulta). I genitori ebbero una netta influenza sul suo carattere. La madre, Tosca, era una donna colta e sensibile, insegnante e amante di letteratura. Il padre, Edoardo, un uomo forte e coraggioso, era un perseguitato politico. Un partigiano. E la coinvolse, quando lei era ancora una giovinetta, a 14 anni, nella Resistenza: come staffetta, nella brigata Giustizia e libertà, per trasportare munizioni e messaggi segreti. 11 suo nome di battaglia era Emilia. E ispira ammirazione il suo carattere precocemente ribelle: a scuola, all’Università, nei primi passi in giornalismo, all’esordio a Il Mattino dell’Italia centrale… «Era un giornale democristiano, io tutt’altro». E si rifiutò di scrivere un articolo contro Palmiro Togliatti. Si spense il 15 settembre 2006. Penso spesso al rapporto professionale, incompiuto, che ebbi con lei: ogni volta arrivo, senza il minimo compiacimento, anzi con sincero rimpianto, alla stessa conclusione. Non posso nascondere la mia istintiva antipatia, per due motivi. Il primo si riferisce al suo leggendario caratteraccio: tutti dovevano misurare le parole, star bene attenti a evitare fraintendimenti o pretesti, che la inducessero a scenate. Il secondo motivo è più razionale: le sue celebri interviste erano alterate, non corrispondenti alla verità. Anche i reportage di guerra nascevano spesso dalle confidenze di amici fotografi, o altri, che andavano in prima linea, mentre lei restava tranquilla in albergo o nelle retrovie. Innegabile, invece, la sua qualità di scrittrice. La Fallaci scrittrice aveva imposto in modo perentorio (letterario, riconoscibile) il suo stile in tutto il mondo, grazie all’intelligenza, e all’astuzia, di affidarsi al mercato americano: ha superato, pubblicando 14 libri, quasi tutti di qualità, la fama e il successo, non esclusi i guadagni, di qualsiasi altro giornalista e scrittore italiano. Ma per quanto riguarda il suo mito di giornalista, sono numerosi ed eloquenti i giudizi critici, acidi, comunque severi, su di lei.Provenienti dalle fonti più diverse. Tiziano Terzani: «Nelle sue parole sembra morire ilmeglio della testa umana – la i ragione; il meglio del cuore». Giulio Andreotti: «La Fallaci è di un massimalismo non giusto. Mi s dispiace tanto, ma sbaglia». Marco Travaglio: «Una grandissima scrittrice, ma non una grande giornalista, perché aveva un rapporto con la verità piuttosto soggettivo. Non c’è un intervistato di Oriana Fallaci che si riconosca nelle interviste. Perché lei intervistava sempre sé stessa». Massimo D’Alema: «Vergognosa. Mi sembra molto più importante parlare della tragedia di Jenin (strage israeliana in un villaggio palestinese, ndr) che di Oriana Fallaci». Massimo Fini: «La Fallaci è vissuta vendendo balle… Non esisteva alcun complotto dietro la morte di Pier Paolo Pasolini, la tesi fu innescata da Oriana Fallaci, stando dal parrucchiere, sfogliando alcune riviste… Era convintissima di essere seguita dalla Cia, era convinta di essere perseguitata. Io sorridevo di questa megalomania».

Infine… Più di una volta, scrivendo di Camilla Cederna, ho ricordato la rivalità tra le due primedonne. Quando Oriana arrivò all’Europeo, era più solida la fama di Camilla. Poi, a poco a poco, le posizioni si ribaltarono, grazie ai reportage e alle intervistone di Oriana con i più grandi personaggi della terra. I lettori, gli addetti ai lavori, i salotti si divisero in due fazioni: i cederniani, che adoravano la finezza smagliante di Camilla; e i fallaciani, avvinti dall’impetuosità aggressiva e impulsiva di Oriana. Paola Fallaci, sorella affettuosa ma lucida di Oriana, ricorda che gli scontri erano quotidiani. Oriana, quando si infuriava, era capace di tirarti addossò la macchina da scrivere. Le provocazioni di Camilla erano sottili, perfide, caustiche. Quanto a me, tra Cederna e Fallaci, tutta la vita Camilla: a patto di buttare nel cestino le sue insensate, crudeli campagne contro il presidente Giovanni Leone e il povero commissario Luigi Calabresi. Non meno spettacolare, sebbene isolato, fu lo scontro tra la Fallaci e un’altra grande firma, femminile, del giornalismo: Natalia Aspesi. E tra la Aspesi e la Fallaci, tutta la vita Natalia, in questo caso senza riserve. Lo scontro andò così… L’Oriana invitò a casa sua Natalia per parlare del suo libro Lettera ad un bambino mai nato e chiacchierarono per un’intera notte. Dopodiché Natalia scrisse sul Giorno, il suo giornale di quell’epoca, che il libro ne le era affatto piaciuto. La Fallaci andò su tutte le furie e replicò su Playboy, andando giù piatta, rinfacciando qualsiasi cosa alla collega. La Aspesi non replicò e si negò ai tentativi di tutti i giornali di creare un nuovo caso, tra gossip da portineria e rivalità editoriali. Semplicemente chiuse ogni rapporto con la celebre scrittrice. Se ne evince che, come sempre, la Fallaci non sopportava che si potesse parlare di lei in modo critico, e nelle sue reazioni sempre spuntava una certa velenosa e gelosa altezzosità.

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