10 casi in cui un silenzio vale più di mille parole

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Parole, suoni e poi ancora parole. La nostra vita è un continuo rumore e quando subentra il silenzio ci sentiamo quasi a disagio. Ma tacere può essere una virtù da rivalutare e coltivare, soprattutto in certi casi

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Quand’è l’ultima volta che siete rimasti in silenzio per almeno qualche minuto? Pensateci, non sarà facile ricordare quel momento. Suoni, rumori, conversazioni… La nostra vita difficilmente prevede silenzio a tal punto che, quando questo si presenta, spesso ci fa sentire addirittura a disagio. Eppure, il silenzio è la virtù dei forti, è d’oro, è cosa viva, è sempre un messaggio.

Perché anche quando non parliamo comunichiamo. Con i gesti, con gli sguardi, con la postura del nostro corpo. Perché quindi ne abbiamo quasi timore? A volte il silenzio viene vissuto come un vero e proprio horror vacui che, spesso, fa riempire e chiede, talvolta, di riempire ogni istante di frasi e parole. Spesso inutili. Talvolta inutili persino per passare semplicemente il tempo. Parlare, parlare, parlare, parlare… Non vuol dire, propriamente, aprirsi, non vuol dire confrontarsi.

Chi si è interrogato molto sul silenzio sono lo psichiatra Jean-Christophe Seznec, specializzato in psicologia dello sport e del lavoro, presidente dell’Associazione di terapie comportamentali e cognitive AFSCC (Association Francophone pour une Science Comportementale Contextuelle) e il comico e regista francese Laurent Carouana che, insieme, hanno appena pubblicato “La magica virtù di misurare le parole” (edizioni Feltrinelli Urra), un saggio che analizza il nostro modo di comunicare in una società in cui le parole corrono sempre più in fretta.

Dottor Seznec, andiamo dritti al punto, perché il silenzio è così importante e la sua importanza spesso sottovalutata?

«Il silenzio ci permette di apprezzare il momento presente e di assaporarlo fino in fondo. Il silenzio ci consente di accedere alla nostra sensibilità e alla nostra intelligenza emotiva per comunicare con autenticità e sensibilità e per ascoltare veramente l’altro.

Quando ci affrettiamo a parlare, rischiamo che sia la nostra parte più istintiva e difensiva a esprimersi, salvo poi pentirci di averlo fatto. Tacere ci consente di scegliere e decidere accuratamente e con calma cosa vogliamo dire e con quali parole.

Il silenzio ci permette anche di riposare la mente. Ci protegge da sovraccarico mentale e burnout. Riposando il nostro cervello emotivo, accediamo al nostro cervello sensoriale per percepire la ricchezza del momento, essere curiosi dell’esperienza e rallentare la vita. Il silenzio permette la contemplazione. Ci libera dalla schiavitù dei nostri pensieri. È il primo passo verso la consapevolezza, una componente del nostro essere capace anche di migliorare le nostre difese immunitarie».

Perché quindi parliamo così tanto e spesso a sproposito?

«Semplicemente perché mobilitiamo il nostro cervello emotivo per sopravvivere. Confondiamo ciò che è serio, vale a dire fatale, con ciò che è spiacevole, frustrante o fastidioso. Il cervello emotivo è un’eredità della nostra preistoria. Io lo chiamo “il nostro Dobermann” che troppo di frequente ci fa abbaiare per un niente.

Inoltre, ci attira a un approccio egocentrico che ci separa dagli altri e dal contesto. Il rischio è perdere la vita a forza di commentare e giudicare, per proteggersi da pericoli immaginari. È come giocare a calcio, quando commenti il ​​gioco finisci in tribuna invece di essere sul campo a giocare. La domanda da porsi è: dove vogliamo vivere, in tribuna o sul campo?».

Insomma, siamo abituati a riempire la nostra vita di parole, a costruire discorsi per ogni occasione e in ogni situazione, mentre dovremmo imparare a essere più parsimoniosi. Del resto, un silenzio vale più di mille parole.


Lidia Pregnolato, Vanityfair.it