Il digitale, questo sconosciuto

Share

Gli italiani (ancora) «zoppicano», se devono «viaggiare» con gli strumenti informatici. E la loro andatura incerta, malgrado siano in ascesa (ma pur sempre al di sotto della media europea) sia la copertura di «rete» a banda larga veloce (non, però, la connessione superveloce), sia la diffusione del suo utilizzo, sta manifestando i suoi limiti adesso, nello straordinario momento storico che stiamo attraversando, nel quale, a causa del diffondersi del virus Covid-19, numerosi uffici ed aziende del comparto pubblico e di quello privato hanno (ri)scoperto la modalità lavorativa «agile» per i dipendenti, ossia hanno affidato loro lo svolgimento di mansioni attraverso lo «smart working», restando nelle mura domestiche. Puntato (è il caso di scriverlo) sullo Stivale, l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi) ci vede al 24º posto fra i 28 Stati membri dell’organismo di Bruxelles, in base agli esiti del monitoraggio sulla competitività digitale del 2019 della Commissione Ue, com’è possibile osservare dal grafico nella pagina; in cima alla classifica (che tiene conto di parametri che vanno dalla connettività al capitale umano, dall’impiego di quanto offre internet all’integrazione delle tecnologie, fino alla diffusione dei servizi digitali sul territorio) ci sono alcune nazioni delle aree settentrionali del Continente, dapprima la Finlandia, poi la Svezia, l’Olanda, la Danimarca e (prima che ne fosse sancita l’uscita dal perimetro comunitario) la Gran Bretagna, mentre il «fanalino di coda», dopo l’Italia, è rappresentato da Polonia, Grecia, Romania e Bulgaria.

Se, come già menzionato, non è particolarmente negativa la performance del Belpaese in materia di connettività e servizi pubblici digitali, il dossier mette in risalto come, da noi, i servizi pubblici online e open data siano «prontamente disponibili», e l’espansione dei servizi medici digitali possa esser definita «ben consolidata». Eppure, sebbene, oramai, oltre la metà dei connazionali (il 50,09%) trascorra quasi tutta sua la giornata «incollata allo smartphone» (tanto che il primo gesto, al risveglio e prima d’andare a dormire, è premerne i tasti, più o meno freneticamente, per controllare l’arrivo di messaggi e telefonate, o per consultare i propri profili sui «social network», come recita il 53° rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese, presentato nel dicembre dello scorso anno), c’è una consistente fetta di persone «tagliate fuori» dalle «rete»: tre italiani su dieci, infatti, fa sapere la Commissione europea, non soltanto non adoperano ancora internet «abitualmente», ma «più della metà della popolazione non possiede competenze digitali di base».

Una lacuna che si riverbera, di conseguenza, nel minore uso della vasta gamma delle prestazioni di cui sarebbe possibile fruire online, e dalle quali molte persone potrebbero trarre (indubbi) vantaggi; nell’attuale (difficile) stagione di restrizioni negli spostamenti, decise dal nostro governo, nel tentativo di arrestare il propagarsi del Coronavirus, ad esempio, saper effettuare via web delle ordinazioni di alimenti, o di prodotti di diversa natura, consentirebbe, soprattutto a parte di coloro che si collocando nella fascia d’età degli over65, di ricevere la merce al proprio domicilio (magari, con alcuni giorni d’attesa), e di non correre alcun rischio, evitando di uscire di casa per fare delle compere. La circostanza è confermata dai ricercatori europei: «La scarsa domanda influenza l’offerta», dunque ciò «comporta una bassa attività di vendita» attraverso i canali telematici da parte delle Piccole e medie imprese (Pmi) italiane, rispetto a quelle del resto d’Europa.

In conclusione, le cifre sulla ridotta padronanza informatica dell’Italia (il 44% degli individui tra i 16 e i 74 anni vanta competenze di base, contro il 57% della media Ue) potrebbero costituire per molti soggetti il giusto stimolo, durante la permanenza «forzata» nelle abitazioni, a curare la propria formazione con corsi «ad hoc». E a sfruttare le nuove abilità (anche) nel mercato del lavoro.

Simona D’Alessio, ItaliaOggi Sette