Il maiale italiano sulla via della Seta: partito (in ritardo) l’export per la Cina

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Doveva essere l’anno del maiale per l’oroscopo cinese, ma lo sta diventando invece per l’Europa e finalmente, nelle ultime settimane, anche per l’Italia. La peste suina che da un anno sta falcidiando gli allevamenti cinesi, facendo perdere il 40% dei capi nel Paese che è il primo allevatore ma anche il primo consumatore di maiali al mondo, e che a novembre ha spinto l’inflazione al 4,5%, ai massimi dal gennaio 2012, si è trasformata in una straordinaria opportunità per i Paesi europei. Opportunità che però l’Italia ha colto per ultima: solo da poche settimane, spiega Valerio Pozzi, direttore generale di Opas, il più grande macello di suini d’Italia, è arrivato il via libera ministeriale per poter esportare in Cina.

Eppure il protocollo era stato firmato a marzo a Villa Madama, in occasione dell’adesione all’Italia alla “Nuova via della Seta”: gli allevatori italiani hanno però dovuto attendere mesi per lo sblocco delle procedure e delle autorizzazioni necessarie a far partire davvero le esportazioni. E nel frattempo, hanno sofferto una certa scarsità del mercato, dal momento che l’Italia produce solo il 60 per cento del maiale che consuma, e quindi il rimanente lo importa. La ghiotta occasione cinese ha fatto però spostare verso la Cina gli esportatori tradizionali, in testa Spagna, Olanda e Germania: l’export europeo sulla via della Seta in questi mesi è cresciuto di oltre il 40%.

Adesso si è aggiunta anche l’Italia: «Abbiamo nove stabilimenti autorizzati all’esportazione, e altri in fase di autorizzazione. – dice Claudio Canali, presidente della sezione suini di Confagricoltura – Stiamo partendo con ritardo, ma in Cina il grosso dell’ammanco deve ancora venire. Infatti loro consumano ogni anno 450 milioni di maiali: per il momento stanno ancora utilizzando le scorte, cioè gli animali surgelati abbattuti, anche se sani, perché vicini a quelli colpiti dalla peste suina Ci vorranno due o tre anni per reintegrare gli allevamenti, e quindi ci sarà molto spazio per l’export. Stiamo cominciando con le frattaglie, di cui i cinesi sono grossi consumatori, mentre per noi sono prodotti di scarto (orecchie, teste, piedi), ma anche con le  nostre produzioni tipiche, prosciutti e salumi, indirizzate invece a un mercato di consumatori benestanti». Tra l’altro esportare salumi e prosciutti doc compenserebbe i produttori del rialzo dei costi di produzione, collegato al dirottamento di buona parte della produzione europea verso la Cina, che ha fatto lievitare i prezzi anche da noi, anche se non nella stessa misura che a Pechino, dove i prezzi della carne di maiale in Cina sono saliti del 110,2% annuo a novembre, in accelerata sul +101% di ottobre.

«Noi abbiamo cominciato a esportare solo verso la fine di ottobre – dice Pozzi – e per il momento siamo riusciti a vendere già 7.000 tonnellate, principalmente di sottoprodotti. Era veramente assurdo che non potessimo cogliere anche noi quest’opportunità: il valore della merce esportata in Cina si moltiplica per cinque rispetto a quanto ne ricaveremmo vendendolo qua». Con un’eccezione, dovuta al contenuto degli accordi di Villa Madama: «Tra i prodotti autorizzati non sono previste le teste. Per cui dobbiamo mandarle in Spagna e in Olanda, loro poi le esportano in Cina, guadagnando venti volte quello che pagano a noi…».

Rosaria Amato, Repubblica.it

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