Terroni caput mundi / Per Ficarra e Picone è il Primo Natale

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Grande attesa per il film in costume dei due comici

LE BATTUTE DI FICARRA E PICONE MENTRE ESCE “IL PRIMO NATALE”

(di Cesare Lanza per il Quotidiano del Sud) In sala “Il primo Natale” di Salvatore Ficarra e Valentino Picone, con Salvatore Ficarra, Valentino Picone e Massimo Popolizio: il Quotidiano del sud se ne è occupato a lungo, ieri. Riferiamo oggi cosa ha scritto Alex Adami su ‘Tv Sorrisi e Canzoni’, con alcune battute di una duplice intervista.

– Stavolta Ficarra e Picone l’hanno combinata grossa… Salvo, Valentino, ma che avete fatto? Ficarra: «Noi? Niente». Picone: «È stato lui». «“Lui” chi? Ficarra?» Picone: «No, “lui” il film. La verità è che questo film non è una nostra creatura, siamo noi creature sue». Ficarra: «Abbiamo avuto un’idea, poi è stato il film a indicarci la strada. A portarci anche dove non immaginavamo». Da dove siete partiti? Ficarra: «Chiacchierando con un paio di amici ci siamo resi conto che quasi tutti i film delle Feste parlano di Babbo Natale. E non si parla mai di Gesù Bambino, che poi sarebbe il vero festeggiato, visto che è il suo compleanno».

– Un film di Natale di Ficarra e Picone su Gesù Bambino. Perché, detta così, sembra una cosa insidiosa? Ficarra: «Non è un film irriverente, né religioso. Puoi essere cristiano, ateo o musulmano e il senso è lo stesso. Noi raccontiamo di un uomo nato 2019 anni fa, e che di certo ha cambiato la storia del mondo».

– Vi criticheranno. Picone: «Tanto oggi ti criticano qualunque cosa provi a dire. Se dico che c’è il sole, qualcuno dirà che io sono il solito ottimista e che posso permettermi di essere ottimista perché faccio questo mestiere, e via così. Vorrei solo che la gente sentisse che amiamo il cinema. E che sentivamo urgenza di fare questo film». Ficarra: «Che poi riguarda una questione universale e attualissima: amare il prossimo. Perfino se è Picone».

COETANEI, ATTORI E REGISTI CON UN CURRICULUM LUNGO

Salvatore Ficarra è nato a Palermo il 27 maggio 1971. Valentino Picone, anche lui a Palermo, il 23 marzo 1971. Praticamente coetanei, entrambi di 48 anni, Picone più anziano di due mesi. Sono diventati celebri grazie al programma “Zelig circus”. Ecco il loro curriculum come attori e registi, sempre in tandem.

Chiedimi se sono felice, regia di Aldo, Giovanni & Giacomo e Massimo Venier (2000) .

Nati stanchi, regia di Dominick Tambasco (2002).

Il 7 e l’8, regia di Salvatore Ficarra, Valentino Picone e Giambattista Avellino (2007).

La matassa, regia di Salvatore Ficarra, Valentino Picone e Giambattista Avellino (2009).

Baaría, regia di Giuseppe Tornatore (2009).

Femmine contro maschi, regia di Fausto Brizzi (2011).

Anche se è amore non si vede, regia di Salvatore Ficarra e Valentino Picone (2011).

Andiamo a quel paese, regia di Salvatore Ficarra e Valentino Picone (2014)

Fuga da Reuma Park, regia di Aldo, Giovanni & Giacomo e Morgan Bertacca (2016).

L’ora legale, regia di Salvatore Ficarra e Valentino Picone (2018).

Fino all’ultimo, Il primo Natale.

LORENA COTZA, DA CAGLIARI AL BOOM DI “NON CHIAMATEMI EROE”

Alla libreria ‘Les Mots’ di Milano presentazione di “Non chiamatemi eroe”. Storie di ribellione, resistenza e coraggio di Ilaria Sesana e Lorena Cotza (Altraeconomia). Lorena è nata a Cagliari nel 1988 e lavora nel settore campagne e comunicazione per l’Organizzazione non governativa ‘Front Line Defenders’ e per “In Difesa Di -Per i diritti umani e chi li difende”, una rete di oltre 50 organizzazioni italiane che si occupano di diritti umani. In passato, ha lavorato come giornalista freelance e con l’Ong londinese ‘Peace Direct’e ha trascorso sei mesi in Honduras per un progetto di volontariato. Fabio Balocco ha scritto su il “Fatto Quotidiano”: «Quindici testimonianze in giro per il mondo di persone o di movimenti che si battono perciò che è giusto. E molto spesso… quello che è giusto è mantenere l’integrità della terra dove vivi. Non sono eroi, non vogliono essere definiti tali, semplicemente sono uomini che hanno un alto senso di giustizia e che ritengono di non poter rimanere inerti di fronte ai soprusi delle società in cui vivono. Bellissimo, ma anche terribile. Terribile leggere le condizioni di lavoro nelle fabbriche del Bangladesh che lavorano per i marchi della moda. Oppure le lotte contro le grandi dighe, in Colombia, in Cambogia o nelle Filippine, alla faccia delle energie rinnovabili che sarebbero il futuro dell’umanità. Oppure gli haitiani che sono discriminati dai vicini dominicani. Oppure ancora i curdi massacrati dai turchi nell’indifferenza del mondo occidentale. Nessuna speranza? Non è così. Il libro non è stato scritto per piangersi addosso, ma per dimostrare che qualcosa si può e si deve fare, indipendentemente dai risultati che si raggiungono. E talvolta se ne raggiungono».

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