Lella Golfo: “Felice ma cambiamento troppo lento. Le donne ai vertici devono aiutare le altre donne”

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“Un passo importantissimo, non era mai successo nella storia della Repubblica”. Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario, è doppiamente contenta perché l’elezione della prima donna presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, coincide con il via libera del Senato all’emendamento della legge di Bilancio che innalza dal 30 al 40 per cento la ‘quota rosa’ nei consigli di amministrazione delle società quotate. E la legge sulle quote di genere, la 120/2011, porta proprio il suo nome, come presentatrice e prima firmataria.

Dalle quote rosa alla Consulta: l’Italia sta facendo importanti passi in avanti.
“Io saluto con gioia e soddisfazione l’elezione di Marta Cartabia, e con l’orgoglio di chi da 30 anni persegue la strada della parità di genere ovunque, dalla politica alle aziende. Stiamo iniziando finalmente a entrare in questa autostrada ancora tortuosa: credo che la legge 120/2011 abbia rotto il famoso vetro di cristallo, se non ci fosse stata non potremmo godere di questi risultati. Da quel momento la politica e l’economia hanno cominciato a guardare in modo diverso alle donne. Certo, il Paese ha avuto un buon antibiotico, è in fase di guarigione, ma ancora c’è molta strada da fare: se si guarda alla Cassa Depositi e Prestiti, non c’è una donna al vertice, ed è terribile. Però godiamoci questo momento”.

Il tetto di cristallo da noi non blocca solo le donne, ma anche i giovani, e le giovani. Avremo mai una premier donna di 34 anni come in Finlandia?
“Mi fa piacere intanto che sia stato fissato un tetto di tre mandati nel Cda, che favorisce un ricambio generazionale. Poi certo, le quote di genere mancano nella politica: finché rimane in mano agli uomini, finché le donne non si siedono nelle stanze dove si decide, non potremo mai dire di aver raggiunto la parità. Inoltre la norma sulle quote di genere riguarda le società quotate: e le partecipate? Ma c’è anche un altro aspetto: io speravo che con le quote di genere nelle società quotate le donne si impegnassero anche a mandar giù l’ascensore, facendo salire altre donne”.

E invece non è successo?
“Sì, ma non abbastanza, non nella misura in cui avevo sperato. Pensavo che ci sarebbe stata più attenzione per le donne, e invece il cambiamento sta procedendo più lentamente di quanto avevo previsto. La disoccupazione femminile è il grande dramma di questo Paese, ieri lo ha affermato anche il governatore della Banca d’Italia Visco. Le donne nei consigli di amministrazione devono favorire la parità salariale, la meritocrazia”.

L’obiezione di sempre alle quote rosa, e che si ripropone adesso che si sale al 40 per cento, è quella che così si crea una sorta di recinto protetto, che potrebbe anche esulare dalla valutazione del curriculum e delle competenze.
“Fino all’età di 40 anni anch’io ero contro le quote rosa, ma quanto entrai in Parlamento le donne rappresentavano solo il 5,6 per cento dei consiglieri di amministrazione, erano 177 contro 2700 uomini. Possibile che le donne fossero tutte non laureate, non competenti? Oggi nei Cda sono il 38 per cento, un cambiamento in meglio anche dal punto di vista della governance, lo sostiene la Consob. Le donne sono più preparate, più istruite, e costringono anche gli uomini a prepararsi”.

Quindi anche se stiamo cambiando con lentezza, i progressi ci sono?
“Ma certo, sono molto ottimista se penso per esempio alle condizioni delle raccoglitrici di olive della mia Calabria nel passato. Abbiamo fatto molti passi in avanti ma non ci possiamo fermare: tutte le donne in Italia devono avere prospettive di vita e di lavoro”.

Rosaria Amato, Repubblica.it

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