Quella volta che mi disse / Gianfranco Funari

Share

Fu un uomo libero, anticipò i populisti E un bel giorno mi diede dello «str…»

Per primo ruppe il linguaggio paludato della tv per dare spazio alle problematiche della gente comune. Ci stuzzicavamo senza perfidia, ma guai a dargli dell’antipatico: «’Ndo lo trovi uno più simpatico de me?»

(di Cesare Lanza per LaVerità) Geniale, provocatore, eclettico è dir poco, e in apparenza arrogante, imprevedibile, vanitoso. E anche sensibile, generosissimo. Ho conosciuto bene Gianfranco Funari (Roma 21 marzo 1932 – Milano, 12 luglio 2008). Era un ariete e quindi un capoccione testardo: gli ho voluto molto bene, con litigi futili e riappacificazioni emozionanti. Era cresciuto a Trastevere con la mamma – Laura, comunista, insegnante e casalinga – e il papà Mario, socialista e tipografo, e un fratello maggiore. Gianfranco ha avuto una straordinaria vita da strada, da marciapiede, avventurosa, è sempre stato dalla parte della gente, il primo alfiere della nuova stagione dei sinceri populisti. La sua scaltrezza era negli approcci da istrione in scena, passeggiare nello studio e dire sornione al regista: «Damme ‘a due, damme ‘a tre…», alludendo alle telecamere, per farsi seguire passo passo ed essere ripreso in primo piano. Tanto che diventarono spassosissime le imitazioni, meglio di tutti Corrado Guzzanti e Teo Teocoli. La sua vita, un cult per molti, è raccontata in vari ritratti, ben descritta ad esempio da «biografia on line». Inizia a lavorare come rappresentante di una società di acque minerali. Poi conosce un ispettore del Casinò di Saint Vincent e, appassionato del gioco e del rischio, si improvvisa croupier. Chissà come finisce ad Hong Kong e lavora per sette anni nei tanti casinò locali. Nel 1967 torna a Roma, conosce Luciano Cirri del Borghese e accetta la proposta di lavorare nel cabaret al Giardino dei supplizi, un locale romano. Non condivide la posizione di destra del Borghese e decide di andarsene. Alcuni giornalisti del Tempo, insieme con un commerciante di elettrodomestici ed un’agenzia di viaggi, gestivano il Sette per otto, un locale da cui era uscito Paolo Villaggio: Gianfranco si esibiva qui e viene notato da Oreste Lionello. A fine 1968 lo notano anche una signora milanese molto amica di Mina e di Gianni Dongiovanni, titolare del mitico Derby (tempio milanese del cabaret): gli propongono di trasferirsi a Milano. Il 30 aprile 1969 fa il suo esordio: sei giorni per 30.000 lire a serata. Dura sei anni al Derby, interprete di monologhi sulla satira di costume, dirige anche un altro gruppo di cui fa parte il duo comico Zuzzurro e Gaspare. Nel 1970 debutta in video in La domenica è un’altra cosa, con Raffaele Pisu. Nel 1974 è la volta di Foto di gruppo su Rai 1 di Castellano e Pipolo, sempre con Pisu: Funari ha un angolino per intrattenere il pubblico con un monologo. Poi anche cinema nel film ad episodi Belli e brutti ridono tutti, con Luciano Salce, Walter Chiari, Cochi Ponzoni, e Riccardo Billi.

A fine Settanta lancia l’idea di A torti in faccia, un programma nel quale tre persone discutono con altre tre di opposta categoria (vigili-automobilisti, inquilini-proprietari): la propone a Bruno Voglino, capostruttura di Rai 1. La risposta: «Non è nello spirito della nostra rete». Nel 1979 incontra Paolo Limiti, che allora si occupava dei programmi di Telemontecarlo: A torti in faccia va in onda nella tivù monegasca dal maggio 1980 al maggio 1981, con notevole successo. Funari è profeta e paladino degli indifesi. Nel 1984 Giovanni Minoli gli offre la seconda serata del venerdì. Avendo ancora un contratto con Telemontecarlo il suo passaggio in Rai viene gestito dai vertici di viale Mazzini e di Tmc. Il 20 gennaio 1984 inizia la prima edizione di Aboccaperta su Rai Due: è il boom che lo consacra definitivamente, come l’inventore del dibattito tra personaggi – di estrazione popolare – animosamente contrapposti. A seguire, varie esperienze televisive. Nel 1987 Funari sposa in seconde nozze Rossana Seghezzi, ballerina della Scala: si separerà nel 1997. Nell’autunno 1987 su Rai 2 parte Mezzogiorno è, poi conduce Monterosa ’84, dieci puntate in seconda serata, rassegna degli artisti che hanno lavorato al Derby, fra gli altri Teo Teocoli, Massimo Boidi, Enzo Jannacci, Renato Pozzetto e Diego Abatantuono. Funari viene cacciato dopo che aveva invitato La Malfa in trasmissione, benché gli fosse stato ordinato di non farlo. Gli viene offerto di condurre Scrupoli e Il Cantagiro, ma rifiuta, preferendo restare un anno senza lavoro. All’inizio degli anni Novanta Funari passa a Italia 1. Nel 1991 parte Mezzogiorno italiano, nel 1992 Conto alla rovescia, una tribuna politica alla maniera sua, nel periodo delle elezioni. A chi lo indica come giornalista risponde definendosi «il giornalaio più famoso d’Italia». Il noto critico Aldo Grasso scrive: «Funari interpreta il suo ruolo come una missione, si vive come il fondatore di una nuova religione catodica: un bravo conduttore di talk show deve essere una spugna. Io assorbo tutto e sono in grado di ributtare il tutto nel momento ideale. Il concetto base del talk show è il seguente. Chiamare gente qualunque, dargli un tema, e farglielo svolgere indipendentemente dal linguaggio che questa gente usa”. Nell’estate 1992 Funari, reo di avere espresso il suo disagio all’interno delle reti Fininvest (ha sempre un caratteraccio!) viene allontanato, dopo una polemica con Silvio Berlusconi. L’anno dopo vince la causa con Fininvest e torna a Rete 4 per presentare Funari news, prima parte in onda prima del Tg4, di Emilio Fede, e Punto di svolta, seconda parte dopo il Tg4. Ma di nuovo in Fininvest dura poco. Dopo una breve e sfortunata incursione alla direzione del quotidiano L’Indipendente, approda su Odeon TV per presentare il programma del mezzogiorno L’edicola di Funari e la striscia quotidiana Funari live. Nel 1996 un fugace ritorno a Rai 2, la domenica pomeriggio come conduttore di Napoli capitale, talk show politico che offre ai candidati alle elezioni un’arena per sfogare frustrazioni e rancori. Quindi rottura anche con la Rai e riparte con Zona franca, Allegro… ma non troppo, su Antenna3 Lombardia. Qui inizia a frequentare Morena Zapparoli, figlia del suo psicanalista: la sposerà otto anni dopo.

Nel marzo 1997 Gianfranco torna a far parlare di sé: annuncia che intende candidarsi sindaco di Milano con una «Lista Funari». Per qualche settimana i sondaggi danno Funari al quarto posto. Va ad Hammammet a trovare Bettino Craxi per chiedergli consigli sull’attività politica. Al ritorno decide per il ritiro dalla corsa alla poltrona di sindaco. Nel 1998 Funari è di nuovo nel cinema, in Simpatici e antipatici diretto da Christian De Sica. Subisce un intervento chirurgico al cuore con applicazione di bypass, nel 1999. Ritorna nuovamente a Mediaset nel 2000: Funari viene invitato come guest star nel programma A tu per tu. Dopo qualche puntata non è più l’ospite, ma la star. Ma il programma si esaurisce nel corso di una stagione e Funari viene di nuovo ricacciato verso emittenti minori. Nelle stagioni successive è a Odeon con Funari c’è, poi con Stasera c’è Funari, poi con Funari forever . Si presenta in video con un nuovo look: barba, bastone. Più gli si spara addosso, più lui si rialza, urla, inveisce, ride. L’abilità di Funari come conduttore è fermarsi sulla soglia del suo sapere per lasciare spazio al sapere dell’altro: grazie a un fiuto infallibile, ha capito tutti i rituali della tv generalista e, in più, a differenza di altri conduttori, sa quando bisogna comportarsi da ignorante per rispettare le opinioni del popolo. Alla fine del 2005, in un’intervista clamorosa, Funari lancia un appello in cui dice di essere ormai prossimo alla morte e invita i giovani a non fumare: «Ho cinque bypass, ragazzi, vi prego, non fumate. Non fumate!». Dopo dieci anni di assenza torna in Rai nel 2007 per il varietà del sabato sera di Rai 1, l’attesissimo (e temutissimo, per il suo carattere spregiudicato) programma Apocalypse Show. Muore all’ospedale San Raffaele di Milano il 12 luglio 2008. Rispettando le sue ultime volontà, all’interno della bara vengono posti tre pacchetti di sigarette di cui uno aperto, un accendino, un telecomando tv e delle fiches. Sulla lapide è incisa la frase «Ho smesso di fumare».

Memorabili le sue frasi: «Se uno è stronzo… se uno è stronzo, non je posso dì stupidino si crea delle illusioni – je devi dì stronzo!»; «Le idee valide si esprimono con poche parole». «Per essere eccezionali bisogna mascherarsi da normali, abbassarsi al gradino più basso, corteggiare senza pudore le casalinghe»; «Sono un pentito del centrodestra e un deluso del centrosinistra»; «La televisione è come la merda, bisogna farla ma non guardarla»; «Hanno ancora paura di me perché faccio a pezzi il mondo»; «Noi poveri andavamo in vacanza all’ombra delle statue del Bernini. E lì ho sempre sognato di diventare Papa… Habemus Funari»; «Io non sono mai stato donnaiolo, le donne che ho incontrato erano omaiole»; «Nel mio cammino ho calpestato parecchie merdacce e non mi sono mai pulito le scarpe». Funari è stato il più libero e infelice, tra i tanti personaggi che ho conosciuto nel mondo della televisione. Per provocarlo, quando ci incontravamo, lo interpellavo subito così: «A, A, A! A3 !» La prima volta, con l’aria sfottente che distingue ogni vero romanaccio de Roma, replicò: «E che so’? N’autostrada?». «No!»,gli spiegai. «Arrogante, aggressivo, astuto!». Non gli dispiacque. Si stizzì solo quando aggiunsi: «E antipatico. N’autostrada di antipatia»… «Ah, questo no», strillò. «Antipatico, no. ‘Ndo lo trovi, uno più simpatico de me?». E non era tipo da incassare. La volta successiva, mi precedette: «Ah S3! S, S, S!». Aspettai la botta. «Stupido, saccente e stronzo!» spiegò, con compiacimento. Lo scambio di epiteti diventò, quando ci vedevamo o ci sentivamo al telefono, un tormentone affettivo tra di noi: sapevamo che, con un pizzico di perfidia in più, avremmo potuto dirci ben di peggio. Funari per me è stato il simbolo assoluto, incontaminato, della libertà e dell’autonomia. Valori difesi con due palle di acciaio, grandi così. Ha litigato con mezzo mondo (con i massimi dirigenti Rai, due o tre volte con Silvio Berlusconi), tutti quelli che ha incontrato sulla sua strada, con preferenza assoluta gli editori, i politici, i dirigenti: i «padroni» della televisione. Nessuno è riuscito a imporgli di condurre un programma diversamente da come voleva lui: nessuno è riuscito a obbligarlo ad avere, o anche solo fingere, sudditanze rispetto verso i potenti. Preferiva sempre far parlare la gente, anzi la «ggente».

Share
Share