Terroni caput mundi / Dirigenti di calcio e sport alle prese con il fuorigioco

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Soffia un forte vento di bonaccia ai vertici di Coni, Lega e Federazione

GAETANO MICCICHÈ HA DECISO PER ORGOGLIO DI LASCIARE IL VERTICE DELLA LEGA CALCIO

(di Cesare Lanza per Il Quotidiano del Sud) Gaetano Miccichè (Palermo, 12 ottobre 1950) ha deciso orgogliosamente di lasciare la presidenza della Lega Calcio. All’origine, un’inchiesta su presunte irregolarità dopo venti mesi nelle procedure della sua elezione. Caos, confusione, oscure manovre. Miccichè appare la vittima di coloro che utilizzano i meandri della burocrazia per colpire gli avversari, il paradosso è che c’è chi spera di riuscire a coinvolgere Giovanni Malagò, il n.1 del Coni (che comunque non può essere perseguito dalla giustizia federale). Ci vorranno nuove elezioni: trovare un altro presidente non sarà semplice, l’ultima volta la Lega impiegò mesi. Il rischio di commissariamento dalla Figc (il presidente è Gravina) appare altissimo. E tutto mentre si gioca
l’unica partita che sta a cuore ai padroni della Serie A: i diritti tv per il 2021-2024. In ballo c’è l’offerta di MediaPro per il famoso canale della Lega, che toglierebbe il business a Sky. Non a caso al momento dell’addio Miccichè (in passato pro paytv) non ha risparmiato una frecciata agli spagnoli, ricordando la loro inaffidabilità. Ora la battaglia si ripropone. Lunedì è in calendario l’assemblea decisiva, ma Miccichè non ci sarà (e senza un presidente è improbabile che possa essere presa una decisione).

LOTTE INTESTINE NELLO SPORT NEL MIRINO GIOVANNI MALAGÒ

A guidare la Lega resta l’amministratore delegato De Siervo, sostenitore del canale. La faida è appena cominciata. Le voci più informate dicono che Miccichè (che ha ottenuto risultati importantissimi) probabilmente chiederà i danni. Di più: nel mirino non c’era lui, ma il presidente del Coni Malagò, al momento molto indebolito, privo di budget, osteggiato da più versanti. Al posto di Micciché, qualsiasi altro personaggio – meno sensibile e meno orgoglioso – sarebbe rimasto tranquillamente al suo posto! Quali sono poi le presunte irregolarità nelle elezioni, dopo la bellezza di più diventi mesi? Il banchiere, stimatissimo, aveva fatto sapere di essere disponibile, se eletto all’unanimità e fu designato per acclamazione! Una cosa sembra certa: Miccichè tornerà ai suoi ruoli istituzionali, mentre il calcio italiano è alla vigilia di una fase confusa, con un destino incerto.

CASSESE E LA FINOCCHIARO PRESENTANO IL LIBRO SULLA DC

Alla Feltrinelli in Galleria Alberto Sordi a Roma presentazione del libro “Democrazia cristiana. Il racconto di un partito” di Marco Follini (Sellerio), con la partecipazione di Sabino Cassese (Atripalda, 20 ottobre 1935), Anna Finocchiaro (Modica,31 marzo 1955) e Marco Damilano. Ha scritto Antonio Funiciello su ‘Il Foglio’: «Follini utilizza uno splendido racconto di Calvino per spiegare quella che forse è stata la funzione storica fondamentale della Dc: il partito diga che, in nome dell’alleanza tra democrazia liberale ed economia di mercato, ha trasformato, negli anni ’50e ’60, una nazione moribonda in un grande player internazionale. Poi la Dc ha contribuito a distruggere parte del proprio buongoverno (e Follini lo scrive, eccome), ma qui ci interessa poco.

IL RACCONTO DI ITALO CALVINO AIUTA A CAPIRE IL PARTITO-DIGA

Torniamo a Calvino, anche perché non c’è virtù migliore dei libri che richiamare, richiamarsi e rimandare ad altri libri. “La grande bonaccia delle Antille” è un racconto del 1957. Dopo il sostegno del Pci di Togliatti alla soppressione armata e agli omicidi politici dei sovietici contro l’insurrezione ungherese, Calvino ha lasciato il partito. Scrive, nella novella, lo scrittore nato a Cuba: “Eravamo al largo delle Antille, procedevamo a passo di lumaca sul mare liscio come l’olio… Ed ecco che ci troviamo a tiro di cannone da un galeone spagnolo.Il galeone stava fermo,noi ci fermiamo puree lì, in mezzo alla gran bonaccia, prendiamo a fronteggiarci. Non potevamo passare noi, non potevano passare loro… Il capitano ci aveva spiegato che la vera battaglia navale era quello star lì fermi guardandoci, tenendoci pronti, ristudiando i piani”. Ovvio che i due galeoni rappresentino la metafora dei grandi blocchi che si contrapponevano in Italia e nel mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Quando il Muro cadde, in Italia si attivò invece un movimento frenetico. Le chiatte, che avevano sostituito i galeoni, cominciarono pazzamente a navigare i mari. Dopo tanta bonaccia, quella frenesia diede speranza a molti, forse a tutti. Da allora a oggi, è più chiaro che navigare senza rotta serve solo a sprecare il vento o il carburante dei motori. Oggi che tutto si muove allo scopo di muoversi, non c’è racconto della politica che non risulti presto noioso».

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