Ferrari, conti da record e alleanze con il Made in Italy

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«È stato un altro trimestre forte, gli ordini restano alti. Il rialzo degli obiettivi dimostra il buon momento del nostro core business». Bastano poche parole a Louis Camilleri per sintetizzare lo stato di grazia della Ferrari, al di là dei non brillanti risultati in pista. In conference call con gli analisti l’amministratore delegato di Maranello traccia un bilancio estremamente positivo dei primi nove mesi e annuncia un accordo commerciale con Giorgio Armani, altra icona del Made in Italy, snodo centrale del completo rivoluzionamento della politica di diversificazione del marchio del Cavallino Rampante. Camilleri spiega che verrà rivista l’intera politica commerciale del marchio, disboscando una serie di accordi di licenza di non eccelso livello. Cambierà anche la gestione dello storico ristorante di Maranello che ancora conserva la stanza del mitico Drake: il «Cavallino» dalla fine del prossimo anno sarà affidato alle sapienti e prestigiose mani dello chef stellato Massimo Bottura. Camilleri ricorda poi che la casa della Rossa ha presentato quest’anno quattro nuovi modelli e solleverà il velo sul quinto a Roma la prossima settimana. «Siamo molto eccitati per questo nuovo modello», spiega senza aggiungere altri particolari per tenere alta la suspence. Il combinato disposto dei conti e di queste novità strategiche fa sì che il titolo faccia boom in Borsa, chiudendo con un vistoso +6,51%.

I conti: la Ferrari ha chiuso il terzo trimestre con 915 milioni di euro di ricavi netti, in crescita del 9,2%. Consegnate 2.474 auto (212 in più, ossia il +9,4% rispetto all’anno precedente).

La Rossa si conferma una macchina da soldi. Nel terzo trimestre 2019 l’Ebit adjusted è stato di 227 milioni, +11,7% a cambi correnti o +4,4% a cambi costanti, grazie all’aumento dei volumi (20 milioni) e a una variazione positiva del mix/prezzo (23 milioni), ma anche per effetto delle prime consegne delle Ferrari Monza SP1 e SP2. Dopo il riacquisto di azioni proprie per 303 milioni di euro e la distribuzione di dividendi pari a 195 milioni, l’indebitamento industriale netto al 30 settembre è rimasto a 369 milioni, rispetto a 370 milioni al 31 dicembre 2018.

Rivisti al rialzo gòo obiettivi 2019: ricavi netti a 3,7 miliardi di euro (la stima precedente era 3,5 miliardi), Ebitda adjusted a 1,27 miliardi (tra 1,2 e 1,25 miliardi), Ebit adjusted 0,92 miliardi (0,85-0,9), free cash flow industriale superiore a 0,6 miliardi (maggiore di 0,55).

E veniamo all’accordo con Armani. «Puntiamo a diversificare il marchio su abbigliamento e intrattenimento – racconta Camilleri – . Quello con Armani è un accordo a lungo termine con il quale vogliamo alzare gli standard di tutti i nostri prodotti e concentrarci sul Made in Italy». La diversificazione del marchio Ferrari si basa su tre pilastri: selezione accurata dei prodotti di abbigliamento e degli accessori (brand extension in cui rientra l’accordo con Armani); intrattenimento per i più giovani che fa leva sull’anima «racing», con parchi a tema e simulatori di guida; prodotti e servizi esclusivi per i proprietari di auto Ferrari. Camilleri spiega che è possibile espandere le attività di licenza per i parchi tematici, come quelli di Barcellona e Abu Dhabi. «Oggi il valore di mercato dei prodotti a marchio Ferrari si stima intorno a 800 milioni di euro, ma gli accordi di licenza sono troppi». Ecco perciò l’annuncio di un dimezzamento di questi accordi, con un taglio del 30% delle categorie di prodotto. Più selezione, insomma, e più qualità. Il tutto si tradurrà, nei piani della società presieduta da John Elkann, di un aumento dei ricavi. «Dalla brand extension – dice ancora Camilleri – stimo il 10% della redditività totale in 7-10 anni. L’ambizione è di alzare gli standard e la qualità della nostra offerta».

Per essere ancora più al centro del Made in Italy, Ferrari aprirà a Milano, capitale della moda, una propria base fashion dove, insieme ad Armani, verranno studiati e disegnati i nuovi capi di abbigliamento e gli accessori marchiati Cavallino.

Teodoro Chiarelli, La Stampa

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