Quella volta che mi disse / Amintore Fanfani

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«Non sono stato io a decretare la fine di De Gasperi ma gli eventi »

Ammirava il «padre» della Dc e non sopportava di essere indicato come colui che ne determinò la sconfitta Non si arrendeva mai e Montanelli lo chiamò «il rieccolo». Andreotti mi confidò: «Se arrossisce, è sincero

(di Cesare Lanza per il Quotidiano del Sud) Piccolo fisicamente, ma gigantesco rispetto ai personaggi politici di oggi. Combattivo, a volte anche cattivo, imperioso comunque, ma anche generoso. Intransigente, mai sospetti e insinuazioni sulla sua onestà. E geniale, intuitivo, schietto e diretto. Perdente e spesso battuto, mai vinto però e sempre pronto a ricominciare, di buon animo, con entusiasmo, grinta e determinazione: perciò Indro Montanelli, con ironia affettuosa lo ribattezzò «il rieccolo». Ricordo con stima, soprattutto ammirazione, Amintore Fanfani: in poche parole, dalla Toscana, da Arezzo, all’epoca partì lui, il grande nano; oggi dalla Toscana, da Firenze, Matteo Renzi, il bel bullo, come si può evitare di parlare di triste decadenza? Ma prima di dirvi del mio incontro personale con Fanfani, desidero riferirvi ciò che di lui hanno detto personaggi importanti, e gli stralci di discorsi, opinioni e battute di ciò che lui ha detto, durante la sua lunga vita e carriera. Cosa hanno detto di Amintore?

Comincio dalla seconda moglie, Maria Pia Vecchi, che Fanfani sposò nel 1972, una donna che veniva dal bel mondo milanese, e racconta: «Quando ho sposato Amintore, lui mi chiese di non giocare più a golf e di non avere macchine importanti, tutte cose che considerava inutili, e soprattutto mi chiese se io me la sentivo di stare vicino a lui nella sua vita ufficiale. Era un carattere forte ed era difficile coniugare due caratteri così perché anch’io ero forte, ma avevo deciso di essere sempre la numero due. Sono stati anni felici, di grande lavoro e grandi viaggi». Lo storico Andrea Riccardi, ricorda il suo principale successo sociale: «Fanfani ha dato casa e fatto uscire dalla povertà non so quante centinaia di migliaia d’italiani». (Sempre inevitabile e immediato il confronto con i politici di oggi). Sull’antagonismo con Aldo Moro, Carlo Donat Cattin: «Non dimentichiamoci che la Dc può contare solo su due cavalli di razza: Fanfani e Moro. Gli altri al più sono ottimi mezzosangue». Ed Emilio Colombo: «Fanfani è un vulcano in eruzione, sia pure con intermittenze, Moro invece ribolle tutto dentro». Un lungo ricordo di Sergio Lepri, giornalista e scrittore, saggista: «L’attico di via Platone, dove Fanfani si era trasferito l’anno prima, ha anche un superattico; qui teneva la biblioteca e i suoi quadri; quelli già dipinti e quelli che si avviava a dipingere. Verso le quattro del pomeriggio andavo a trovarlo e quasi sempre veniva anche Ettore Bernabei, che la nuova segreteria del suo partito non aveva avuto l’animo di rimuovere dalla direzione del Popolo… Il Fanfani che, da Parigi, andai a conoscere nella sua casa di via Trionfale, una modesta casa di condominio, vicina a quella di via Platone dove si sarebbe trasferito nel 1959, fu però una sorpresa; era un uomo completamente diverso da quello che appariva in televisione e soprattutto di cui si parlava. Era cordiale, gioviale, alla buona, sorridente, spiritoso; e soprattutto, a differenza della maggior parte degli uomini politici, ascoltava». E Roberto Gervaso: «Si sa come sono i democristiani. Non dicono mai ciò che pensano. Fanfani è un’eccezione. Dice sempre quello che pensa e quel che vuole. Peccato che voglia tutto. Il troppo non gli basta».

E lui, cosa ha detto? «Dossetti, De Gasperi, ma potrei aggiungere anche Piccioni, La Pira, Moro. Gente di quel livello, di quel carattere, di quella storia, nel partito non l’ho più vista…». «Una volta i franchi tiratori erano più coraggiosi perché firmavano le schede». «Io voglio bene a Moro e gli ho dato un mucchio di buoni consigli, ma lui non li segue e si è messo in testa che io sia il suo rivale. Quando Moro si mette un’idea in testa non c’è modo di fargliela cambiare». «Quando si è lodati dal nemico, è segno che si è fatto qualcosa di sbagliato». «In politica le bugie non servono». «Nessuno è mai morto per aver mangiato insalata, mentre la politica ha mietuto fior di vittime». «Non dimentico i fatti che m’hanno ostacolato e offeso, ma non serbo rancore verso chi li ha compiuti. Né cerco rivalse». «Un partito, anche se imprudentemente si chiama cattolico, non dev’essere sottoposto alla Chiesa. Nell’interesse reciproco». «Ho spesso anticipato di tre, quattr’anni i miei contemporanei, e a questo sono forse dovute alcune mie sconfitte politiche». Giulio Andreotti mi confidò una volta: «Fanfani ha questo, di bello: arrossisce quando dice la verità, non quando dice bugie – ammesso che le dica, come tutti noi. Perciò, se arrossisce, e ancor di più se si arrabbia, siamo sicuri che è sincero». A parte dozzine di occasioni ufficiali, convenzionali e banali, ricordo il «mio» Fanfani soprattutto per due occasioni. Nel 1961 venne in Calabria in visita ufficiale: molti ricorderanno il famoso episodio di quella trentina di splendide vacche, sempre le stesse, che qualche temerario dirigente politico locale aveva deciso di spostare di città in città, anzi di campagna in campagna, per magnificare, davanti al premier, la qualità agricola della regione. Avevo 19 anni. Da Genova ero precipitato a Cosenza (dov’ero nato) per un’accidentata incompatibilità con i miei genitori e avevo trovato accoglienza in casa di uno zio. E ogni giorno scrivevo cronache per l’edizione locale del Tempo. Per Fanfani si erano mobilitati fior di inviati e grandi firme, e tuttavia con la mia sfacciataggine, illimitata in giovinezza, riuscii a farmi largo e a piazzare la mia domanda, a lungo preparata: «Presidente, che cosa distingue la Calabria, rispetto ad altre regioni più ricche e fortunate?». Il mitico prof mi fissò con fierezza negli occhi e mi stordì con una pronta risposta: «Ricordi, caro ragazzo, che chi ha meno, spesso è più ricco di chi ha tanto». Stava forse aggiungendo qualcosa, ma un tirapiedi lo tirò via, per la giacca; e addio intervista esclusiva. E quando si seppe che Fanfani si era accorto del trucco delle vacche e della beffa e aveva reagito a modo suo, esigendo scuse e imponendo l’esonero dei responsabili, mi sentii eccitato per l’ammirazione verso un capo di governo tanto tosto. Oggi, dopo più di mezzo secolo, mi resta un dubbio: Fanfani aveva l’occhio lungo, oppure era stato informato da qualche zelante spione, visto che molti, ridacchiando, parlavano di quella miserabile messa in scena? All’inizio degli anni Ottanta invitai Fanfani a Genova, al Festival del Lavoro, lo storico quotidiano socialista, di cui era stato direttore Sandro Pertini. Avevo accettato la direzione e, ahimè, per stupida ingenuità o per ancor più ottusa vanità, figuravo anche come editore. Mi ero inventato questa manifestazione per promuovere la diffusione e i modesti incassi pubblicitari. Per affluenza del pubblico, il Festival ebbe un successo notevole, inferiore solo a quello del leggendario Salone nautico. Dopo Pertini e Bettino Craxi, invitai anche Fanfani ed ebbi finalmente la possibilità, prima della visita, di trascorrere un paio d’ore con lui: mi ricevette nel suo albergo con Maria Pia Vecchi. Era di buon umore, affabile e spiritoso. Mi impressionò il suo rispetto per le istituzioni. Parlammo di Pertini: «È amato dal popolo ed è giusto che sia così…». Sospirò: «Anche il mio partito avrebbe bisogno di uomini di questo fascino». Altro sospiro: «Forse Alcide De Gasperi, con la sua riservatezza, era ben voluto, a livello popolare… ». Non riuscii a frenare la mia linguaccia e mormorai: «Ma non è stato proprio lei, a decretarne la fine?». Non la prese male e rispose qualcosa come: «Non sono i politici a determinare le sconfitte, ma gli eventi, la volontà popolare!». Con un sorriso, che forse era dedicato alla moglie, intervenuta diplomaticamente con una domanda sul mio Festival.

Fanfani era nato a Pieve S. Stefano, in provincia di Arezzo, il 6 febbraio 1908. Si è sposato due volte. La prima moglie fu Biancarosa, nel 1939. Con lei ebbe sette figli. Rimasto vedovo, nel 1972 conobbe Maria Pia Vecchi, anch’essa vedova, che sposò nel 1975. Dopo l’8 settembre 1943 fu costretto a rifugiarsi in Svizzera per sfuggire ai nazisti. Rientrato in Italia, il 2 giugno ’46 è eletto alla Costituente, dove fa parte della Commissione dei 75 che prepara il testo della nuova Costituzione. Nel maggio 1947 De Gasperi forma il suo quarto governo, il primo senza comunisti e socialisti, Fanfani diventa ministro del Lavoro, confermato anche nel successivo ministero. Come ministro del Lavoro fece approvare il cosiddetto «Piano Fanfani Ina-casa», che in dieci anni riuscì a dare una casa a circa 350 mila famiglie di lavoratori. È il suo successo più rilevante. Nel 1954 forma il suo primo gabinetto, che alla Camera, però, ottiene solo i voti della De e del Pri, non sufficienti per la fiducia. Sempre nel 1954 conquista la segreteria della De. Dopo il successo elettorale democristiano del 1958, è chiamato a formare il suo secondo governo. In questo nuovo ministero Fanfani è anche ministro degli Esteri: un triplo incarico (presidente del Consiglio, ministro degli Esteri, segretario della Dc). Nel gennaio ’59 si dimette da tutte le cariche. Nel 1960 (rieccolo) forma il suo terzo governo, con il voto dei partiti centristi e con l’astensione di monarchici e socialisti. Nel ’62 il quarto governo. Nel 1971 è candidato dalla Dd alla presidenza della Repubblica, ma si ritira quando gli vengono a mancare molti dei voti preventivati. Nel ’72 il presidente della Repubblica Giovanni Leone lo nomina senatore a vita. Nel ’73 è di nuovo segretario politico della Dc. Siamo negli anni della battaglia antidivorzista, appoggiata con grande forza da Fanfani. La sconfitta referendaria colpisce in pieno Fanfani, che nel ’75 si dimette da segretario per far posto a Benigno Zaccagnini. Nell’82 viene nuovamente nominato presidente del Consiglio e forma il suo quinto governo, un monocolore Dc, che termina nel’83. Dall’88 all’89 è ministro del Bilancio e della Programmazione economica. Benché indebolito dalla malattia, nel 1998 volle essere presente alla cerimonia per i suoi 90 anni, organizzata dal Senato. Il 20 novembre 1999 si spegne nella sua casa romana: è sepolto a Roma nel Cimitero Flaminio. Un autore anonimo, poi rivelatosi Gianfranco Piazzesi, pubblicò il libro Berlinguer e il Professore, nel quale Amintore Fanfani – il «professore» era uno dei protagonisti. Il libro fu accolto come uno dei primi romanzi del genere fantapolitico ed ebbe un enorme successo anche all’estero, essendo stato tradotto in sei lingue e superando le 400.000 copie vendute.

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