Brexit, che cosa prevede l’intesa

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Ieri in mattinata dopo serrati negoziati è stato raggiunto l’accordo tra il premier britannico Boris Johnson e il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Ora si attende la ratifica, sabato, da parte del Parlamento britannico, anche perché i laburisti, i nazionalisti scozzesi, il partito nordirlandese Dup e i Lib Dem restano contrari all’intesa raggiunta. 

In che cosa è diverso l’accordo di Boris Johnson da quello di Theresa May?
Premessa: entrambi prevedono una permanenza transitoria nell’Ue fino a fine 2020 in cui il Regno Unito applicherà le stesse norme dell’Unione e un pagamento di 33 miliardi di sterline per il “divorzio”. Detto ciò, nell’accordo May era previsto il “backstop”, ovvero la clausola voluta dall’Ue per cui il Regno Unito, una volta approvato l’accordo di uscita (affondato per tre volte dal Parlamento britannico), sarebbe rimasto interamente nell’unione doganale Ue e nel mercato unico europeo – dopo la transizione di fine 2020 – fino a quando non si sarebbe trovata una soluzione sul confine irlandese post Brexit. Dunque, potenzialmente, anche all’infinito, senza possibilità di rescissione unilaterale. 

Questo era stato pensato per mantenere il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord fluido e invisibile, senza nuove pericolose frontiere. Ma ha scatenato la rivolta di decine di ribelli conservatori brexiter, in quanto il Regno Unito sarebbe potuto rimanere “incastrato” nell’Ue e nella sua unione doganale e mercato unico europeo per un tempo indefinito, dunque vietando la possibilità di stringere accordi commerciali con altri blocchi.

E invece l’accordo Johnson che cosa prevede?
È una vecchia soluzione offerta a Theresa May a inizio 2018, ma che Londra allora rifiutò perché rischiava di “spaccare” il Regno Unito. Si tratta di una sorta di “backstop” applicato soltanto all’Irlanda del Nord, ma con alcune modifiche che Johnson spera possano essere sufficienti per far ingoiare l’accordo almeno ai suoi brexiter. In base a questo schema, l’Irlanda del Nord passa “de jure” nell’unione doganale britannica e dunque in teoria esce dall’Ue come il resto del Regno Unito. “De facto”, però, rimane incastrata nelle regole e norme del mercato unico Ue per almeno quattro anni, dopo i quali il parlamentino locale Stormont (tra l’altro chiuso da due anni per dissidi tra unionisti e repubblicani) può votare a maggioranza assoluta il rinnovo dello status quo per altri quattro o otto anni. Altrimenti, sono previsti due anni di transizione per intanto trovare una soluzione a lungo termine per il confine irlandese e staccarsi definitivamente dall’Ue.

Ma come farà l’Irlanda del Nord a far parte sia delle regole commerciali e doganali del Regno Unito e sia quelle dell’Unione Europea?
In base a un meccanismo molto complicato. Per evitare il ritorno di tensioni tra Irlanda e Irlanda del Nord, il confine commerciale e doganale dei due Paesi viene idealmente spostato nel Mar d’Irlanda, cioè tra Belfast e la Gran Bretagna. Dunque tutte le merci, materiali e gli alimenti destinati in Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna saranno controllate da ufficiali di frontiera britannici ed europei prima di arrivare a terra in modo che rispettino le norme e le regole Ue. Un’esenzione è prevista per quei prodotti per cui è certa la permanenza in Nordirlanda, senza scavallare l’invisibile confine. 

In base a questo principio si calcolano e si applicano anche i dazi, previsti perché, teoricamente, l’Irlanda del Nord verrà considerata in base all’accordo comunque appartenente al sistema doganale e commerciale britannico: quindi, se il prodotto arrivato dalla Gran Bretagna rimane senza dubbio in Nordirlanda, Londra rimborsa ai nordirlandesi la tariffa pagata all’Ue. Altrimenti, le aziende (non le singole persone) dovranno pagare una tariffa alll’Unione Europea.

Inoltre “l’Iva”, un altro punto molto spinoso, su cui si è trovato l’accordo. In Irlanda del Nord si applicherà quella europea, spesso dunque diversa da quella del Regno Unito, ma solo sui beni materiali e non sui servizi. Questo è stato deciso per evitare distorsioni con le tasse sulla vendita nella Repubblica d’Irlanda, che avrebbero potuto generare prezzi differenti a pochi chilometri di distanza.

In ultimo, un accordo importante è stato quello sul “level playing field”, e cioè il Regno Unito si è impegnato ad allineare gli standard su ambiente e diritti dei lavoratori anche a dopo la Brexit, evitando così una concorrenza sleale nei confronti dell’Europa.

Antonello Guerrera, Repubblica.it

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