Manovra, stop all’aumento dell’Iva: ma nel 2020 ci saranno 8 miliardi di nuove tasse

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Disinnescata una clausola Iva, ne resta sempre un’altra. Come promesso il governo ha completamente sterilizzato per il 2020 i previsti aumenti di imposta sul valore aggiunto e accise, per un importo complessivo di 23,1 miliardi. E ha anche provveduto a ridurre il fardello per gli anni successivi, cancellando circa 10,4 miliardi nel 2021 e 3,4 nel 2022. Proprio i numeri inseriti nel Documento programmatico di bilancio evidenziano però che anche il prossimo autunno chi dovrà progettare la legge di bilancio si ritroverà in partenza un handicap appena meno pesante di quello di quest’anno, ma comunque ingombrante: 18,3 miliardi dai circa 28,7 lasciati in eredità dai precedenti governi. Se non altro, a differenza di quanto avvenuto a fine 2018, il carico non è stato ulteriormente appesantito ma al contrario alleggerito.

L’impressione tuttavia è che questo strumento di finanza creativa – inventato ormai otto anni fa e poi riproposto in varie forme – condizionerà ancora le scelte di politiche dei governi: a meno che quello in carica, come più volte ha fatto intendere, non si decida a mettere in cantiere un riassetto delle attuali aliquote agevolate. Per di più, come è stato fatto notare nei giorni scorsi da vari osservatori tra cui il Centro Studi di Confindustria, l’ingombrante presenza delle clausole falsa la percezione della manovra e il dibattito su di essa, visto che si tratta di imposte che sulla carta si riducono, anche se nessuno se ne attende l’applicazione. Così nel 2020 – su una manovra che complessivamente supera di poco i 30 miliardi – i 23 di Iva e accise rappresentano quasi il 90 per cento del complessivo calo della tassazione, che vale 26,4 miliardi includendo anche una voce come il superticket che di per sé non è un tributo: la sua cancellazione da settembre 2020 costa circa 170 milioni, destinati a diventare a regime poco meno di 500. Di fatto l’unica ulteriore e significativa voce di riduzione del prelievo sono i 3 miliardi di taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti, operazione ancora tutta da definire. Mentre per gli agricoltori è confermato l’azzeramento dell’Irpef.

IL RINVIO
Sull’altro piatto della bilancia, con il segno contrario, ci sono quasi 11 miliardi di incremento di tasse e contributi. Anche sottraendo i 3 che sono il frutto del rinvio al prossimo marzo della rata di imposte dirette prevista per novembre – e dunque non rappresentano un vero appesantimento – ne restano circa 8 che in varie forme vengono posti a carico del mondo produttivo e dei contribuenti in genere. Chi paga il conto? Formalmente le voci riconducibili al capitolo lotta all’evasione ammontano a 3,2 miliardi, ma poco o niente viene dalla spinta ai pagamenti elettronici, che è forse il messaggio principale sul piano della comunicazione. La parte del leone la fanno invece la stretta sulle compensazioni e quella contro le frodi in particolare nel settore dei carburanti, oltre al potenziamento del meccanismo del reverse charge (l’Iva anticipata dal compratore) e della responsabilità solidale tra committente e appaltatore.

LA REVISIONE
L’altro filone, la revisione delle agevolazioni fiscali (tax expenditures) comprende la graduale cancellazione delle detrazioni Irpef per i redditi al di sopra dei 120 mila euro (l’1 per cento del totale) e una serie di aumenti di bolli: ne nascerà uno nuovo per i certificati penali. Significativo, con 1,8 miliardi di maggiori entrate, è il capitolo delle tasse ambientali: tassa sulla plastica, eliminazione di benefici per i camion e pullman ritenuti inquinanti (fino ad Euro 4), stretta sulle auto aziendali più vecchie. Nella voce riequilibrio della tassazione rientra la marcia indietro sulle partite Iva, blandite dal precedente governo con la cosiddetta flat tax che ora sfuma per chi ha ricavi sopra i 65 mila e viene resa più stringente per chi è al sotto di questa soglia, con limiti di spesa e di reddito.
Infine passano alla cassa, come di consueto in tutte le manovre finanziarie, il settore dei giochi e quello bancario. Nel primo caso il contributo richiesto è di 560 milioni, e quasi sicuramente sarà ottenuto attraverso l’aumento del prelievo unico erariale (Preu). Per le banche scatta invece un nuovo giro di vite sulla deducibilità di svalutazioni e avviamento: il conto complessivo è di 1,6 miliardi concentrati però sul solo 2020.

Luca Cifoni, Ilmessaggero.it

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