Quella volta che mi disse / Leonardo Sciascia

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Il chirurgo del pensiero che tanto ci manca

Le chiacchierate con lo scrittore siciliano restano scolpite nella mia memoria. Quell’omino piccolo, pensieroso e in apparenza fragile mi intimidiva. Sempre autonomo e sotto attacco dei conformisti: nel caos politico di oggi, uno come lui sarebbe prezioso

(di Cesare Lanza per LaVerità) Non mi piacciono i rimpianti e i rimorsi, non rinnego nulla della mia effimera vita, ma riconosco i miei errori. Non so neanche se sia un rimpianto o un rimorso, ma una cosa è certa: mi rincresce con tutto il cuore di non aver approfondito il mio rapporto (anni Ottanta) con Leonardo Sciascia, che mi aveva concesso stima e amicizia, dopo il nostro primo incontro, organizzato per una sua iniziativa, assolutamente inaspettata. Non so perché la frequentazione, che mi era graditissima, diventò sporadica. Certo la maggior responsabilità fu del mio carattere: temo di essere invadente, detesto propormi in maniere che possano rischiare di essere considerate fastidiose. Però, come si dice, e in questo caso senza esagerazione, lo adoravo. Era indipendente. Orgoglioso della sua indipendenza, fiero anche della sua solitudine. Coraggioso. Profondo. Acuto. Imprevedibile. Controcorrente. Malinconico. Affabile, però (almeno con me lo fu). Un riferimento intellettuale insostituibile.

Prima di rievocare come ci conoscemmo di persona, desidero raccontarvi ciò che lui diceva e anche cosa è stato detto di lui. Una frase che mi disse la prima volta che ci incontrammo è questa (parlavamo quella volta, come vi dirò, di Eugenio Scalfari): «Ciò che vogliamo combattere fuori di noi, è dentro di noi. E dentro di noi bisogna prima cercarlo e combatterlo». Pessimista, a volte tristissimo quando rifletteva: «A un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma morire è l’ultima speranza». (Mi faceva venire i brividi, ma ora che sono vicino agli ottant’anni, ci penso spesso. Anche perché mi torna in mente come parlava: assorto, a bassa voce, quasi con fatica). Ed ecco altre cose che ho letto, con ammirazione: «Noi siamo quel che facciamo. Le intenzioni, specialmente se buone, e i rimorsi, specialmente se giusti, ognuno, dentro di sé, può giocarseli come vuole, fino alla disintegrazione, alla follia. Ma un fatto è un fatto: non ha contraddizioni, non ha ambiguità, non contiene il diverso e il contrario». Sciascia ha avuto molte contestazioni, accuse velenose e critiche perfide. Ma molti lo hanno celebrato: potete saperne di più digitando il sito amicidisciascia.it. Il critico letterario Gaspare Agnello: «Leonardo Sciascia non morì da cattolico, ma da cristiano. Lo conferma il fatto che disse: “Non sono né ateo né credente. Ma cerco di vivere religiosamente”». Carlo Bo: «Un Maestro da non dimenticare. Un grande disegno di Leonardo Sciascia è stato quello di scoprire la verità o almeno di avvicinarsi il più possibile ad un vero possibile». Italo Calvino: «Sono stato il primo a leggere tutti i libri di Sciascia, che me li inviava manoscritti: io li leggevo come lettore delle edizioni Einaudi e come amico, per poi dirgli cosa ne pensavo. Rivedendo queste lettere tutte assieme, mi accorgo di avere quasi scritto un Tutto Sciascia». Una dichiarazione di Elio Vittorini nel 1958: «Leonardo Sciascia si distingue, tra i giovani scrittori meridionali, non solo per la moderna vivacità e ampiezza degli interessi e impegni culturali (narratore, critico, direttore di una delle poche riviste letterarie di valore che escono in provincia, Galleria, e una collana di quaderni di prosa e poesia), ma per essere rimasto attaccato al paese, alla sua condizione di uomo del sud». Vittorio Sgarbi: «Sciascia capiva bene, più di ogni altro e in tempi in cui non si era ancora concepita la scellerata illusione di affidare alla magistratura la soluzione dei problemi della società, che etica e politica non possono stare insieme. In questo era stato il miglior lettore di Benedetto Croce, nemico di ogni fantomatico Partito degli onesti».

Tante volte ho pensato, detto e scritto, che nel caos politico di oggi, sciocco e volgare, sarebbe prezioso un pensatore del livello di Sciascia. Purtroppo non c’è. In questi anni di decadenza, di contraddizioni e di conflitti, avverto l’assenza di un maestro di pensiero credibile nell’approfondire e nell’indicarci una strada, le possibili soluzioni per cui lottare e, comunque, l’importanza degli ideali. Non lo conoscevo, Sciascia: fu lui a cercarmi, e certo non me lo aspettavo. Lo ammiravo, leggevo i suoi libri, mi piacevano il linguaggio e quel malinconico pessimismo che ho già descritto. Ero indignato per la violenza e la grossolanità degli attacchi – in primis di Eugenio Scalfari, senza freni su La Repubblica – che lo perseguitavano. Un giorno scrissi un breve pezzullo, a suo sostegno: la sua libertà, peraltro non discutibile, di scrivere ciò che volesse; la qualità, poco riconosciuta, di ciò che pensava. Dirigevo Il Lavoro, un giornale con una diffusione limitata a Genova e alla sua provincia. Non conservo quell’articolo, ricordo solo che mi esprimevo con una certa veemenza. E mi arrivò – sorprendentemente – una bella lettera di Sciascia, da Parigi. Quattro paginette scritte a mano. Mi sono sempre chiesto come fosse entrato a conoscenza del mio intervento: certo qualche suo conoscente, o ammiratore, genovese, glielo aveva segnalato. Il nostro rapporto nacque così. Aveva 21 anni più me. La prima volta che ci incontrammo – mi invitò a pranzo a Roma in un ristorante vicino al Parlamento – ero emozionato. Eppure avevo già diretto tre giornali, avevo incontrato importanti personaggi. Ma questo omino piccolo, pensieroso e in apparenza fragile, mi intimidiva. Avevo ordinato un riso all’inglese, ebbi difficoltà a ingoiare i chicchi: sapevo di avere qualche problema, a volte, nella deglutizione. A un certo punto sembrava che stessi per soffocare. Leonardo, stupito prima e poi impressionato, si preoccupò. Una scena pietosa, o ridicola. Che mi torna in mente ogni volta che ho difficoltà a deglutire il risotto. Fu allora – la conversazione era caduta su Scalfari – che disse quella frase che ho citato prima, senza tuttavia citare Scalfari. Il messaggio però mi sembrava chiaro: prima di correggere gli altri, il direttore di Repubblica avrebbe fatto bene a riflettere su sé stesso. Altre volte, di passaggio a Milano, venne a trovarmi nella redazione di Contro, un settimanale che mi ero inventato su istigazione di Saro Balsamo, un editore che voleva redimersi dai successi nella pornografia (da cui ricavava montagne di denaro, ma nessun riconoscimento). Le chiacchierate con Sciascia restano scolpite nella mia memoria. Lui ragionava con toni sommessi, mai un attimo di veemenza, rarissimi i sorrisi, inesauribili gli approfondimenti, inesistenti le compiacenze e i compiacimenti. A volte pensavo che fosse un filosofo più che un grande scrittore. A volte un chirurgo del pensiero, per la lucidità nell’analizzare, nell’intervenire.

Mi è rimasta impressa la sua cruda, e forse inoppugnabile, valutazione di Aldo Moro. «Non era uno statista, non aveva il minimo senso dello Stato…». Non aveva mai avuto stima di Moro politico, aveva scritto giudizi terribili. Ma si schierò a favore di Moro rapito, nella sua solitudine, abbandonato dalla Dc e dalle forze politiche che avrebbero potuto salvarlo. Tradito quasi da tutti. Trattato come un burattino nelle mani degli aguzzini. Come fosse un pazzo. Era stato definito da tutti un grande statista? D’improvviso non lo era più! Moro era diventato un uomo vile, terrorizzato dalla morte. E fu perfino censurato. Sciascia invece, sempre fuori dal gregge, sottolineò che il linguaggio criptico e incomprensibile di cui Moro si era servito per arrivare ai vertici della politica, e a dominarla, fu paradossalmente lo stesso modo di esprimersi, in un codice arcano, che lo condusse alla morte: perché le sue lettere dalla prigionia, in cui Moro mandava messaggi importanti, furono bollate come incomprensibili, per incompetenza o malafede. Sciascia invece capì subito: poche settimane dopo la morte di Moro, in due interviste a La Sicilia e poi a Panorama, dimostrò come il grande democristiano era sempre stato uguale a sé stesso: mai vile, senza paura della morte, sempre tentando di farsi capire e di trovare una via di salvezza. E disse che quando Moro si rivolgeva alla «famiglia» non era un messaggio per i parenti, ma per la Democrazia cristiana. E che la terribile frase «Il mio sangue ricadrà su di voi» non era una maledizione, ma la predizione della fine della Dc, che da quel giorno cominciò a decadere e a dissolversi. Di Sciascia ricordo anche la riluttanza a esprimersi in pubblico, peggio se nel ruolo di esponente politico (era stato eletto nelle liste radicali di Marco Pannella): «Non sono un conferenziere, sono uno scrittore». Sciascia era nel mirino del conformismo nazionale: si era espresso a favore di una trattativa con le Brigate rosse, per tentare di salvare la vita di Aldo Moro, loro prigioniero. Lo attaccavano e gli attribuivano qualsiasi cosa: ad esempio lo slogan «Né con lo Stato né con le Br». Questa celebre sintesi però gli è attribuita erroneamente, Leonardo mai scrisse o si espresse così. Neil’errore cadde anche (non c’è da stupirsi) Oscar Luigi Scalfaro, con un volgare approccio insultante, insieme con tutti gli opportunisti che dominano l’Italia della retorica fermezza. La polemica era nata un anno prima, in giorni di roventi polemiche: a Torino 16 persone si rifiutarono di fare i giurati nel processo contro Renato Curcio, leader dei brigatisti, e altri terroristi: adducendo certificati medici incentrati sulla depressione. Nella generale e furente riprovazione, Sciascia fu tra i pochissimi (con Eugenio Montale e Alberto Moravia), a capire le ragioni del rifiuto: i giurati non si sentivano tutelati. «Io non ho nessuna affezione per questo Stato, così com’è», era il suo pensiero. Mi sento turbato, mi vengono i brividi al pensiero che, quarantanni anni dopo, la classe dirigente italiana non è di qualità migliore, anzi è peggiorata. Sono vincenti i furbi, i corrotti, i machiavellici, quelli disposti a ogni compromesso pur di conquistare il potere.

Sciascia era nato in provincia di Agrigento, a Racalmuto, l’8 gennaio 1921, da una famiglia di piccola borghesia. Ricordo i libri che mi sono piaciuti di più: Il Giorno della Civetta (1961), A ciascuno il suo (1966), Il Contesto (1971), Todo modo (1974), La Scomparsa di Majorana (1975), Porte aperte (1987). Nel 1988, da tempo malandato in salute, scopre di soffrire di una rara forma tumorale al midollo osseo, che lo costringe a cure lunghe e dolorose. Si spegne il 20 novembre 1989.

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