Quella volta che mi disse / Sandro Pertini

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Un eroe coerente che aveva l’ambizione di morire come Moro

Poco stimato dai suoi compagni di partito, fu invece molto popolare come capo dello Stato, tanto da finire nelle canzonette

(di Cesare Lanza per LaVerità) Nei primi anni Ottanta presi una decisione temeraria, che condizionò in maniera molto pesante la mia vita e il mio lavoro. Accettai di assumermi la responsabilità editoriale, anzi, di unico azionista, del quotidiano Il Lavoro di Genova. Non erano solo le peggiori caratteristiche del mio carattere (l’ambizione, la vanità, una esagerata sicurezza nelle mie possibilità e, da giocatore, il gusto del rischio) a spingermi al fatale passo: mi confortavano le affettuose promesse di sostegno di Bettino Craxi – un protagonista politico che ho conosciuto bene, amato e stimato, e così anche oggi lo ricordo – e di altri, piccoli socialisti, di cui però non avevo la minima considerazione. Ma non ebbi alcun aiuto. Vissi tre anni di tormento, rovinandomi economicamente, tentando di reggere botta, anzi le botte che arrivavano dalle banche, dalla carenza di pubblicità, dalla supremazia del quotidiano dominante, Il Secolo XIX, che pure amavo e rispettavo perché alcuni anni prima, giovanissimo, lo avevo guidato. Le cose si misero male fin dai primi giorni. Il Lavoro era stato diretto per la bellezza di oltre 21 anni da Sandro Pertini, un grand’uomo del secolo passato, che al momento della mia (dis)avventura era, da qualche anno, presidente della Repubblica. Il giornale di Salita di Negro, attigua alla meravigliosa piazza Corvetto, era piombato in una situazione fallimentare, si parlava di chiusura. La proprietà era dei Rizzoli, impelagati in difficoltà colossali e polemiche altrettanto pesanti, volevano evitare altri guai e altro chiasso. Accolsero con gioia la mia disponibilità e, pur di liberarsi del fardello, diedero una «dote», come si usa in questi casi. I giornalisti ragionevolmente desideravano un’altra soluzione (la continuità con Rizzoli o un nuovo grande editore, un imprenditore vero) e mi aggredirono con una spietata lotta sindacale. I tipografi al contrario si mostrarono realisti, concreti, intelligenti. Non aderirono a uno sciopero proclamato dai giornalisti, con i quali la rottura fu completa. Per tre giorni, grazie alla collaborazione dei tipografi, feci il giornale da solo, e riuscii a farlo uscire, passando le agenzie, scrivendo e titolando tutto. Fu un’impresa, la considero – perdonatemi – una prodezza. Ebbi l’aiuto di un solo giornalista, che coraggiosamente si oppose allo sciopero dei colleghi. Dopo tre giorni, i giornalisti tornarono a lavorare.

Vengo al punto. Per raddrizzare i conti del Lavoro erano indispensabili un costoso aggiornamento tecnologico e il licenziamento di almeno 2030 giornalisti. Ma quasi ogni giorno nello studio di un mio grande amico avvocato, dove esaminavamo i problemi e studiavamo le soluzioni, arrivava una telefonata dal Quirinale: «Ti prego, Cesare», mi diceva Pertini, «non licenziare nessuno! Sono stato il loro direttore, li conosco uno per uno, sono bravi compagni, uomini d’onore, coraggiosi, alcuni hanno fatto la Resistenza al mio fianco. Sono padri di famiglia, lavoratori esemplari… Trova una soluzione». Io rispondevo a Pertini con affetto e devozione. Non c’era modo di fargli intendere che l’alternativa era la chiusura, e tutti a casa. Al Quirinale ero di casa. Antonio Ghirelli, il mio primo maestro di giornalismo, mi voleva bene come a un figlio, io gli volevo bene come a un padre: era diventato portavoce di Pertini, insieme con un altro suo prediletto, Gastone Alecci, che lo aveva seguito, mi accoglieva senza formalità e molte volte mi accompagnava per un saluto a Sandro, come quasi tutti nel Palazzo lo chiamavano. Anche per queste consuetudini, non ebbi il coraggio di oppormi alla «preghiera» di Pertini. Non licenziai nessuno. Per tre anni feci qualsiasi cosa: il giornale (un buon giornale, che però non crebbe a sufficienza), andavo in giro questuando col cappello in mano per avere pubblicità e sponsorizzazioni, cercavo di inventarmi idee e iniziative. Andavo in giro con la bandiera ideale di Pertini, facevo riferimento a Craxi ch’era diventato capo del governo. Per tre anni lottai allo sfinimento. E ritrovai Pertini. L’idea più brillante che avevo avuto era stata quella di inventarmi «Il Festival del Lavoro», una kermesse di intrattenimento nella magica sede della Fiera di Genova, dove ogni anno si svolge il mitico Salone nautico. Diventammo dietro il Salone la seconda manifestazione della Fiera per afflusso di partecipazioni. E con i soldi di coloro che acquistavano gli spazi all’interno del nostro Festival per qualche breve tempo riuscimmo a tirare avanti con minor sofferenza. Ovviamente, invitai Pertini. E Pertini non se lo fece dire due volte, amava – ed era amatissimo – le manifestazioni popolari, il contatto con la gente. Arrivò a Genova trionfalmente, visitò il Festival (genialmente allestito dall’architetto Andrea Poletti e organizzato da Paolo Zerbini) e si fermò a pranzo. Era presente tutta quella Genova – politica, istituzionale, industriale, finanziaria – che non mi aveva dato il minimo aiuto, ma in quella occasione era entusiasta per la possibilità di rendere omaggio al presidente, stringergli la mano e farsi fotografare con lui.

Sandro aveva due anime, è arrivato il momento di parlarne. Riccardo Lombardi, il più spietato, diceva di lui: «Ha un cuor di leone e un cervello di gallina». Più articolato Pietro Nenni, che a Pertini era legato da una profonda amicizia e dalla militanza di una vita, raccontava: «Io non sono certamente un uomo di cultura e alla cultura non attribuisco, per un politico, una decisiva importanza. Ma qualcosa so, qualche libro l’ho letto, anche grazie a Benito Mussolini quando mi mandò al confino a Ponza. C’era anche Sandro. Lui, l’unica cosa che leggeva era L’Intrepido. Il resto del tempo lo passava a giocare a briscola o a scopa coi nostri guardiani. Alle nostre discussioni sul futuro dell’Italia e del partito non partecipava quasi mai, e quando lo faceva, era solo per invocare il popolo sulle barricate, per lui la politica era solo quella» ( L’Intrepido, per la cronaca, era un giornalino a fumetti). Oriana Fallaci introdusse così l’intervista a Pertini del 1973: «L’uomo non ha bisogno di presentazioni. Si sa tutto su Sandro Pertini. Si conosce il suo bel passato di antifascista condannato all’ergastolo e a morte, il suo bel presente di socialista privo di fanatismi e di dogmi, il suo coraggio, la sua onestà, la sua dignità, la sua lingua lunga. Nessun segreto da svelare su questo gran signore che della libertà ha fatto la sua religione, della disubbidienza il suo sistema di vita, del buon gusto la sua legge». Era amatissimo e rispettato dovunque. Nel 1982 Ronald Reagan, all’epoca presidente degli Stati Uniti, lo ricevette il 25 marzo a Washington e scrisse in uno dei suoi diari personali: «Oggi è arrivato Sandro Pertini. Ha 84 anni ed è un fantastico gentiluomo. Abbiamo avuto un ottimo colloquio. Ama molto gli Stati Uniti. C’è stato un momento commovente quando è passato davanti al marine che teneva la nostra bandiera. Si è fermato e l’ha baciata». Pertini infatti aveva introdotto il rito del «bacio alla bandiera» tricolore, che sarebbe divenuto usuale anche per i suoi successori. Non solo, ma in occasione delle sue visite ufficiali all’estero estese il rito del bacio anche alle bandiere dei Paesi ospiti. Nessuno come lui intuiva il modo giusto – parole, comportamenti – per conquistare l’immediata simpatia della gente. E, a proposito della popolarità che raccoglieva, ricordo che Pertini è citato nella canzone L’Italiano, presentata da Toto Cutugno al festival di Sanremo 1983: «Buongiorno Italia, gli spaghetti al dente e un partigiano come presidente». Anche il cantautore romano Antonello Venditti cita nella canzone Sotto la Pioggia, scritta nel 1982 e contenuta nell’omonimo album: «… Il Presidente dietro i vetri un po’ appannati fuma la pipa, il Presidente pensa solo agli operai, sotto la pioggia…». Quando l’Italia vinse i mondiali di calcio di Spagna ’82, Pertini si esibì in un capolavoro di improvvisazione, con l’esultanza sugli spalti, la partita a carte in aereo con il ct Enzo Bearzot e i campioni, e infine la studiatissima coreografia dell’atterraggio. Scese dalla scaletta per primo, al centro della squadra di fronte ai fotografi, ma rifiutò ad alta voce di innalzare la coppa: «L’hanno vinta loro, non io!».

Il suo pensiero politico era semplice, elementare. Ricordo il famoso discorso di insediamento a presidente della Repubblica, il 9 luglio 1978, col riferimento agli arsenali e ai granai: «… Non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà… L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della Terra…». E in un’intervista: «Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare… Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero…». È stato un eroe coerente, gli episodi sono numerosi, quello che mi impressionò di più (ma non volle mai parlarmene) è questo… Quando la madre fece domanda di grazia alle autorità del fascismo, Pertini – prima in carcere e poi al confino – entrò nella leggenda, rifiutando con sdegno («Perché mamma, perché?… mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà…»). E così, dopo il carcere, restò al confino a Ponza e a Ventotene fino al ’43. Concludo con due malizie. La prima è pubblica: a Pertini, nonostante la veneranda età, sarebbe molto piaciuto essere rieletto, alla scadenza del primo mandato, nel 1985. La seconda è privata e nasce da mezze parole da chi gli era a fianco. Sandro visse in un’epoca insanguinata dagli attentati delle Brigate rosse. Credo che gli sarebbe molto piaciuto andarsene da questa valle di lacrime, vittima dei terroristi come Aldo Moro (era stato tra i più fermi a rifiutare qualsiasi trattativa per il rilascio).

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