Anche a voler scrivere di nulla, viene fuori qualcosa… e il paradosso è servito

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(di Tiziano Rapanà) Anche a voler scrivere di nulla viene fuori qualcosa. Non è un gioco, ma una riflessione che non parte da me: è stata stimolata dal grandissimo Pino Caruso. L’attore ed intellettuale siciliano con la riflessione sul nulla aveva cominciato il suo libro L’uomo comune, forse il suo più celebre. Così scriveva Caruso: “L’ideale sarebbe non scrivere nulla. Ma se proprio non se ne può fare a meno, il ripiego migliore è scrivere di nulla… Per scrivere di nulla è necessario, intanto, col cominciare col descrivere tutto, persino quello che potrebbe esserci e non c’è; poi toglierlo e… quello che resta è nulla”. Ma se uno fa così non resta nulla, nemmeno la parola, il risultato sarebbe un foglio vuoto. E che screanzato sarei a donarvi un articolo vuoto. Mi sono scervellato a lungo per capire se si potesse scrivere realmente un qualcosa sul nulla, ma è impossibile. Pure a scrivere di nulla, qualcosa viene fuori. Una riflessione sul nulla ad esempio, per poi finire nel pensiero su cosa sia mai la nullità. Il nulla dell’esistenza, le cosa da nulla, il nonnulla del vivere quotidiano… praticamente un casino. Uscirebbe comunque fuori un pezzo o quantomeno un esercizio di stile, che nulla non è. E poi come giustamente Pino Caruso ricorda il nulla andrebbe pure individuato, perché se tu togli tutto cosa rimane? Il nulla, appunto. Ma il nulla così non lo puoi identificare, descrivere e raccontare. Devi comunque lasciare qualcosa, ossia l’essenziale. Ma l’essenziale non è il nulla. Lo vedete come è difficile a voler scrivere di nulla? Io in queste quattro righe non ho scritto nulla, ma comunque c’è qualcosa:  un paradosso, una bizzarria. Qualcosa comunque esce fuori e l’esperimento del voler scrivere di nulla è inevitabilmente fallito. Qui in mezzo al nulla, mi resta un ricordo di Pino Caruso. Cinque anni fa, avevo un blog con degli amici. Si chiamava A ciascuno il suo. Mi occupavo di critica cinematografica, mi divertivo a scrivere dei cosiddetti film italiani di serie B. Scrivevo dei film horror e fantascientifici a basso costo, cose così.  Tra una critica e l’altra, preparavo delle piccole monografie di grandi registi che hanno fatto la storia del nostro cinema. Ne feci uno su Joe D’Amato, ebbe un buon successo. Così decisi di preparare uno special su Salvatore Samperi. Contattai attori, registi e uomini di cinema. Alcuni non risposero,  altri rifiutarono garbatamente e altri ancora si misero generosamente a disposizione del progetto. In particolare, i generosi furono due, il produttore Alberto Tarallo e Pino Caruso. Entrambi furono affettuosi e pronti a soddisfare ogni mia curiosità su Samperi. Caruso fu poi un campione di cortesia: lo contattai via mail, e circa un’ora e mezza dopo mi rispose dandomi il numero di telefono. Lo chiamai e lui mi dedicò alcuni minuti del tempo. Ho conservato per anni il suo numero, promettendo a me stesso di richiamarlo per un’altra intervista. A marzo è morto, e come un fesso mi sono lasciato scappare l’occasione. Lo special non è mai uscito, anche perché il blog nel frattempo l’abbiamo chiuso ed in più ho anche smesso di occuparmi di critica cinematografica. Vi saluto con un arguto aforisma dell’attore, recitato in una puntata della vecchia web tv di Fulvio Abbate, Teledurruti: “Non è una migliore distribuzione della ricchezza che bisogna cercare, non ce n’è per tutti. Ma una migliore distribuzione della povertà, ce n’è per tutti!”.

tiziano.rp@gmail.com

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