Terroni caput mundi / Le due vite di Concetto Marchesi

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Nel libro “Il sovversivo – Concetto Marchesi e il comunismo italiano” di Luciano Canfora

UN BEL LIBRO DI LUCIANO CANFORA
(di Cesare Lanza per il Quotidiano del Sud) Buon successo, da qualche giorno in libreria, de ‘Il sovversivo – Concetto Marchesi e il comunismo italiano’ di Luciano Canfora (Bari, 5 giugno 1942). Protagonista del libro mille pagine è Concetto Marchesi. Militante del Pci, nascose i suoi cedimenti al fascismo: Canfora traccia il profilo dello studioso che visse appieno i drammi del ‘900. Paolo Mieli sul Corriere della Sera lo ha recensito in modo magistrale: “Concetto Marchesi (1878-1957) è stato uno dei più grandi studiosi novecenteschi del mondo antico. Probabilmente il più grande: la sua ‘Storia della letteratura latina’ fu considerata un classico fin da quando fu pubblicata, nel 1927. Marchesi è stato, però, anche un importantissimo intellettuale comunista. E, forse, qualcosa di più di un intellettuale che si professava comunista. Arduo descriverne la vita. Nessuno avrebbe potuto cimentarsi con tale impresa meglio di Luciano Canfora. Non una sola parola nel libro di Canfora è volta a metterne in dubbio la grandezza. Anzi. Ma non se ne tacciono le ambiguità… Nel 1931 Marchesi accettò il giuramento di fedeltà al fascismo imposto ai professori universitari. Lasciò intendere che glielo avesse chiesto il partito. Però quando il docente morì nel 1957, un altro intellettuale comunista, Ludovico Geymonat, tornò sull’argomento scrivendo della «difficoltà di conciliare l’affermata intransigenza del Marchesi con il suo compromesso nei riguardi del fascismo». E ricordò che un pugno di intellettuali aveva saputo dire di no al giuramento. «L’Unità» reagì (“Inaccettabile vile attacco del compagno Geymonat al compagno Marchesi”, fu il titolo dell’articolo), ma non confermò che all’inizio degli anni Trenta fosse stato il partito a ordinare al latinista quel compromesso.

LA DOPPIEZZA, LATINISTA DI GENIO E UN MITO POSTUMO COMUNISTA
Canfora parla delle “due vite” di Concetto Marchesi. Quella “di uomo di genio, con la sua grandezza, le sue debolezze, le sue zone d’ombra, il suo fiuto politico talora lungimirante, il suo caratteriale individualismo”. E quella del mito postumo creato dal Partito comunista, “alla cui costruzione, per certi versi, egli stesso non fu estraneo”. Questa “seconda vita, cucitagli addosso”, secondo Canfora, “col passar del tempo”, gli avrebbe “nuociuto”. Non eccessivamente, però. Il nostro, in fondo, è un Paese che non disdegna questo genere di miti postumi. Miti divenuti con il tempo parte integrante della biografia complessiva degli italiani”.

QUELLA ADESIONE AL FASCISMO TRE GIURAMENTI DA PROFESSORE
È un ritratto politico del grande studioso – scrive Mieli – dalla sua militanza nel Partito socialista iniziata nel 1895 (ma interrotta nel 1911, ai tempi della guerra di Libia, a seguito di una rottura riconducibile ad una ben individuabile influenza massonica), ripresa nel primo dopoguerra per approdare al Partito comunista d’Italia dalla fondazione, a Livorno, nel gennaio 1921. Inizialmente come seguace di Amadeo Bordiga, in seguito di Palmiro Togliatti. Poi, nel corso del ventennio fascista, Marchesi in un certo senso si eclissò. Tra sé e sé rimase comunista e di ciò lasciò ampia traccia tra le righe dei suoi scritti. Conservò legami con esponenti del suo mondo precedente, ma rifiutò l’idea di trasformarsi in un militante rivoluzionario a tempo pieno.

ENTRÒ NELL’ACCADEMIA D’ITALIA AMMISE DI AVER PRESO LA TESSERA Nel 1935
Marchesi giurò per la seconda volta e decise di entrare a far parte dell’Accademia nazionale dei Lincei. Benedetto Croce, Vito Volterra, Vittorio Emanuele Orlando, Umberto Ricci e altri non vollero giurare e furono esclusi. Nell’agosto del 1939 l’illustre cattedratico accettò inoltre di essere incluso nella “super-fascista” Accademia d’Italia, rinnovando per la terza volta il giuramento al regime e probabilmente prendendo la tessera del Partito nazionale fascista (come poi ammise lui stesso,ai tempi della sua fuga in Svizzera). “Scelte sconcertanti», le definisce Canfora.

LUIGI LONGO, SEVERO, LO ATTACCÒ MA TOGLIATTI PREFERÌ SORVOLARE
E venne il 25 luglio del 1943, con la detronizzazione di Mussolini. Marchesi nel mese di giugno diede un contributo alla trama monarchica che portò alla caduta del fascismo. Poi il nuovo ministro dell’Istruzione del governo Badoglio, Leonardo Severi, nominò alcune personalità del mondo antimussoliniano alla guida delle più importanti università italiane. A Marchesi toccò Padova. Dopo l’8 settembre e l’armistizio, gran parte dei rettori nominati da Severi – come Luigi Einaudi (Torino) e Piero Calamandrei (Firenze) – si diede alla macchia. Marchesi, scettico sulle prospettive di lotta armata contro i tedeschi (a suo giudizio «una burattinata del Pci»), decise di restare al suo posto, anche in virtù di un eccellente rapporto con il ministro della Cultura nazionale della Rsi, Carlo Alberto Biggini. Disobbedendo in questo modo ad una specifica direttiva del Pci. Alla notizia che Marchesi non obbediva al partito e aveva addirittura trovato un accordo con il comando tedesco, i dirigenti del Pci furono sconvolti. Luigi Longo rivelò dopo la guerra che il partito, in conseguenza di quella “compromissione”, aveva preso nei suoi confronti una rilevante “misura disciplinare”. Non l’espulsione, ma quasi. Poi tutto ciò finì nell’oblìo e nella contraffazione storica. Nell’orazione funebre alla Camera in onore del grande latinista (14 febbraio 1957), Togliatti non fece alcun cenno alla “misura disciplinare” di cui aveva parlato Longo.

NEL DOPOGUERRA MARCHESI UN DEPUTATO PCI ESEMPLARE
Nel dopoguerra Marchesi – parlamentare del Pci – scrive Canfora, «non resistette alla tentazione – in lui abituale – di ritoccare i propri scritti all’atto di ripubblicarli». Nella seconda metà degli anni Quaranta, Marchesi ricostruì la sua vita nel corso del ventennio, trasformando, sostiene Canfora, momenti di «evidente compromissione» in conflitti con il regime stesso o con i tedeschi. Con mistificazioni e occultamenti. E racconti assai fantasiosi su scontri con gli uomini di Mussolini o di Hitler. Episodi «inventati di sana pianta». Fu fermato nel corso di una manifestazione e scrisse per «l’Unità» un articolo in cui definiva la polizia «malavita in divisa» e definiva il ministro dell’Interno Mario Scelba come «organizzatore dei malviventi».

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